James Asher
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Aquarian Symphony (#, 1980), 5/10
The Great Wheel (Music West, 1990) (Silver Wave, 1993), 7/10
Globalarium (Silver Wave, 1993), 6.5/10
Dance Of The Light (#, 1996), 5/10
Feet In The Soil (New Earth, 1995), 5/10
Tigers of the Raj (New Earth), 4/10
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Compositore di colonne sonore televisive per la BBC (circa venti ore di musica, complessivamente), nel 1976 James Asher creò un proprio studio elettronico. Con l'aiuto dell'amico Pete Townshend (il chitarrista degli Who) nel 1979 registrò il singolo Peppermint Lump, sul quale suonò tutti gli strumenti. Negli anni '80 uscì in Europa il suo primo disco, Aquarian Symphony (1980), un'ora di improvvisazione elettronica.

Il successo gli arrise con la sinfonia elettronica di The Great Wheel (Music West, 1990 - Silver Wave, 1993), che rievoca il ciclo della vita partendo dalla trionfale Celebration (una trascinante fanfara jazz-rock), passando per la struggente nostalgia di Jeunesse (la cui sublime melodia è stratificata attorno alle piroette di una sezione d'archi classicheggiante) e arrivando alla pace interiore di Stillness (tocchi impressionisti di jazz notturno), lasciandosi alle spalle una Bagatelle (scandita con grazia rinascimentale da tintinni di arpa, xilofono e clavicembalo) e la marcia orientale di Mandarin Man. Gli strumenti si alternano in continuazione a condurre melodie, ritmi e contrappunti. Ogni pezzo è una giungla di suoni eleganti mimetizzati dentro altri suoni eleganti.

Al centro dell'opera è il tour de force di The Great Wheel (mezz'ora), in cui Asher ha modo di mettersi in luce come arrangiatore e fantasista. Il delicato motivo folk attorno a cui è costruita fa pensare alle suite di Mike Oldfield, ma Asher rifugge dallo sviluppo drammatico, dalla continua metamorfosi, dai gesti grandiosi, e predilige invece impostare il brano come una sequenza di migliaia di variazioni sulle stesse identiche note, riprese da prospettive continuamente diverse, sottoposte a maquillage sempre più arditi, affidate a combinazioni di timbri e di sottofondi che mutano senza sosta. Ne risulta un modesto e composto tono colloquiale, un crepuscolare passare del tempo senza che succeda nulla di eclatante, mentre sta succedendo tutto.

La produzione lussureggiante, condotta in un continuo tripudio di passaggi orchestrali, e una cornucopia di temi memorabili, incastonati come gemme preziose dentro il tessuto brillante dell'armonia, conquistarono più di un cuore romantico.

I quadri di Globalarium (Silver Wave, 1993) sono invece dedicati all'armonia universale che dovrebbe regnare fra i popoli, evocata tramite una varietà di stili etnici (rappresentati dai rispettivi strumenti e dai rispettivi ritmi). Il nobile spirito del disco viene ribadito all'inizio dal motivo arioso di Medicine Wheel e riemerge mimetizzato nei gorgheggi rinascimentali per soprano di Paint The Moon Red e nell'adagio barocco per flauto di August Moon.
La gioia di vivere trabocca dallo scherzo caraibico di Tabasco Rhythm, in cui si tuffano briosi assoli jazz della tromba, e soprattutto dalla fanfaretta in crescendo di Bushwhackers, con coro e flauto a impennarsi in figure melodiche epiche.
La tecnica di queste composizioni è al tempo stesso cinematica e pittorica. Gli assoli sembrano spuntare dal nulla, fragili e impacciati, su un tappeto percussivo sempre fitto. Zammo-Zansa, un affresco sonoro di colori tenui e figure sfumate, rasenta il manierismo. Navajo Sky, dal cui stagno di abbozzi melodici si librano, lente e maestose come condor, le frasi della tromba e del flauto, è un concerto di effetti calcolati millimetricamente.

Il pellegrinaggio si snoda attraverso il misticismo mediorientale di Send In The Tribes (un collage spettacolare in cui ciclina i richiami campionati di una vestale e un muezzin, un coro tenebroso di tenori e una messe di percussioni africane), il ritualismo australiano di Canyon Of The Big Didge (un festival del didgeridoo con contrappunti surreali di tromba), per culminare in quella lunga cavalcata nel deserto che è Campfire On The Dunes, fra brividi tzigani e cosacchi. Con questi miraggi avvolti in involucri armonici risplendenti Asher segue le orme di Peter Gabriel verso una polifonia etnica carica di suspence e di mistero metafisici.

Asher si prende cura dell'elettronica e lascia che gli ospiti si alternino alle percussioni, allo shakuhachi, al didgeridoo, alla tromba e così via. L'eleganza dell'arrangiamento, capace di conciliare tinte discordi sulla stessa tela, forte di una cura maniacale per i dettagli, è l'espressione di una mente lucida e onnisciente, di un genio visionario e di un impegno morale che sono l'uno il rovescio della medaglia dell'altro. Asher compie così la transizione dal bozzettismo melodico alla fusion etno-futurista.

Dance Of The Light (#, 1996)

Feet In The Soil (New Earth, 1995) is inspired by African polyrhythms and Tigers of the Raj (New Earth) is inspired by Indian vocal music.

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