Steve Douglas
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Popeye Twist Stomp (Crown, 1961) *
Twist (Crown, 1962) *
Catalinas: Fun Fun Fun (RIK, 1964) *
Shutdown Kings - The Vettes: Rev-up (MGM, 1965) *
Kustom Kins: Kustom City USA (Smash, 1966) *
Reflections Of A Golden Horn (Mercury, 1969) *
Liberation Street Band: Down On The Corner (Pentagram, 1970) *
Music Of Cheops (Cheops, 1976) reissued da Allegiance ***
Rainbow Suite (Bel Tree, 1981) ****
Hot Sax (Fantasy, 1982) **
King Cobra (Fantasy, 1984) ***
Beyond Broadway (EssDee, 1992) ***
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Steve Douglas era un umile session-man che fin dagli anni '50 aveva vagabondato per tutti i maggiori studi di registrazione di Los Angeles, prestando il suo sassofono e il suo flauto a decine di complessi rock e di star di Broadway.

Aveva esordito come cantante in un complessino di skiffle in cui suonava anche il suo compagno di liceo Phil Spector. Come sassofonista si era fatto le ossa in un altro gruppo di liceali che ebbe l'onore di accompagnare Chip Taylor (sul suo disco per la Challenge del 1957) e subito dopo venne assunto per suonare le musiche di Sam Cooke e dei Coasters. A scoprirlo, appena finito il liceo, nel 1958, era stato il chitarrista Duane Eddy, che aveva bisogno di un assolo di sassofono per ogni suo hit (una consuetudine nata con il successo dello "yakety sax" dei Coasters, ovvero quello di King Curtis). Fu anche grazie allo stile di Douglas che il complesso di Eddy divenne uno dei primi gruppi bianchi a suonare all'Apollo Theatre di New York, il "bunker" nero di Harlem. Douglas si mise in luce al punto che diversi musicisti neri lo vollero al proprio seguito. La sua scuola fu pertanto quella dei sassofonisti di rhythm and blues, session-men tuttofare come Sam Taylor, King Curtis, Maxwell Davies (l'arrangiatore di B.B. King), e soprattutto Lee Allen (quello di Little Richard e Fats Domino).

Era il periodo degli album strumentali dedicati ai balli dei "teenager", e anche Douglas si lasciò trascinare nella moda del twist. Dopo un paio di dischi di twist, però, Douglas ritrovò Phil Spector, avviato alla carriera di produttore in quel di New York, che gli affidò l'incarico di organizzare a Los Angeles un gruppo di session-man per accompagnare le sue star. Fu sugli hit di Crystals, Ronettes, Darlene Love e così via che Douglas si rivelò uno dei pochi sassofonisti a saper suonare assoli di rock and roll.

Nel 1963 Douglas venne assoldato da Brian Wilson per contribuire agli arrangiamenti dei Beach Boys, un mestiere che sarebbe durato da Surfin' USA a Good Vibrations. La scena musicale della West Coast stava esplodendo e Douglas si trovava ad essere uno dei session-man più richiesti. Talvolta non veniva neppure citato sulla copertina del disco (a quei tempi il sassofonista non "poteva" far parte di un complesso rock), ma per Douglas furono comunque tempi eroici: Ventures, Jan & Dean e tanti altri gruppi surf, strumentali e non, si servirono del suo sassofono.

Douglas non riusciva invece a sfondare in proprio: i complessi di cui era titolare (Catalinas, Custom Kings, Vettes, Liberation Street Band) passavano del tutto inosservati, protagonisti soltanto di qualche party sulla spiaggia. Nel frattempo l'elenco dei suoi "patroni" si allungava: Dion, B.B. King, Elvis Presley, Four Tops, Aretha Franklin, Monkees, Righteous Brothers, Everly Brothers, Sonny & Cher, ...

Nel 1966 ottenne un importante posto in una delle compagnie discografiche più importanti, la Capitol, e produsse parecchi dei suoi successi (fra cui il famoso tema della colonna sonora di "A Summer Place", uno dei brani strumentali più celebri di sempre). Poi passò alla Mercury, per la quale seguì Leon Russell e Blue Cheer. Per la Mercury registrò anche un album solista, ancora una volta passato inosservato. Per liberarsi dalle pastoie dei dischi a contratto, Douglas fondò una propria casa discografica a Hollywood, la Pentagram, in società con un altro personaggio "storico", Al Schmitt.

Negli anni '70, durante il "riflusso" che fece chiudere baracca a tanti artisti (effimeri e non) degli anni '60, Douglas tornò a guadagnarsi da vivere come session-man. Al tempo stesso Douglas iniziò a comporre per la televisione e il cinema (è suo il sassofono nelle colonne sonore di "Top Gun", "Gremlins" e di "Blues Brothers"). Fu un periodo di crisi per l'uomo (tossicodipendente) e l'artista (il sassofono non era più di moda nella musica rock). Dopo un attacco cardiaco e un divorzio, Douglas si trasferì a Vancouver, in Canada, con l'idea di imparare a suonare il flauto. Dopo tre anni, nel 1974, tornò a Los Angeles rigenerato e determinato a lanciare una carriera seria.

Nel 1976 si recò in Egitto e chiese il permesso di registrare nella piramide di Cheope, come Paul Horn, iniziando così una nuova vita e una nuova carriera. Di quelle sei ore di registrazioni meno di una finì su disco, ma fu abbastanza per farne un "caso" del nascente movimento new age.

Rispetto a Horn il flautista californiano ha molta più fantasia. Meno interessato a meditazioni spirituali, Douglas insegue gli echi della grande camera, gioca con la propria ombra, getta riff incalzanti nel vuoto e ne osserva i cerchi concentrici allargarsi senza trovare un appiglio. La sua è soprattutto una musica che cerca continuamente di evocare immagini più che pensieri.

Più che le lente e solenni Meditations At Luxor l'arte di Douglas si riconosce nella danza briosa di Pharaoh's Piper e ancor più negli effetti surreali del Journey From Atlantis, in cui il flauto diventa uno strumento "percussivo", un animale che emette versi nella sua grotta, un'eco che si ingrandisce a dismisura, un solfeggio quasi bisbigliato, un vortice di miraggi. Nelle Impressions From The IV Dynasty Douglas tenta invece di ricreare il suono cerimoniale e arcaico dei Faraoni e lo fa ricorrendo a tutti i trucchi del mestiere, accatastando soffio a soffio, barando con le pause e con le battute.

Ignaro dell'accaduto, Bob Dylan invitò Douglas a suonare il sassofono nella band di Street Legal e gli concesse carta bianca. Le canzoni di quel disco (così come quelle dei dischi successivi fino a Empire Burlesque) non sarebbero le stesse senza quelle linee struggenti del sassofono. Impassibile al cambiare delle mode, Douglas non esitò neppure a suonare sui dischi dei Ramones e dei Replacement.

Ma nella sua testa c'era ormai una musica diversa. La piramide di Cheope gli aveva aperto nuovi orizzonti, e Douglas non vedeva l'ora di poter continuare quell'opera. Nacque così l'album per cui Douglas passa alla storia della new age: la Rainbow Suite, destinata a rimanere uno dei capolavori assoluti dello "space jazz". Registrato per una piccola casa discografica di jazz, con il tastierista di Dylan, Alan Pasqua, era pertanto destinato fin dall'inizio a un circuito secondario. Per diversi anni l'unico distributore fu un negozio di dischi...

Nella Rainbow Suite Douglas rivela due aspetti contrastanti della sua personalità artistica. Al registro comico appartengono "scherzi" e "allegri" per flauto e sintetizzatore: effervescenti balletti cinesi come Tibetan Moon Dance, filastrocche da carillon come Lullaby For Kathy e marcette sentimentali come Serenade Romantique. Al registro tragico si possono invece ascrivere i brani più jazz per sassofono e vibrafono: infuocate ballate come Manhattan Hideaway o epiche galoppate come Journey To Hiranyaloka.

Il disco passa in rassegna jazz, rock e classica in un'alternarsi continuo di stati d'animo, dalla più tenebrosa suspence di Night Hight alla solenne meditazione zen di Blue Odyssey. Fondendo Terry Riley, John Coltrane, Gato Barbieri in una pasta cromatica e ritmica di grande suggestione, Douglas vi conia un linguaggio universale e altamente emozionante, che nei momenti più trascinanti ricorda persino il rock progressivo inglese (King Crimson, Colosseum). Lirica e fantasiosa, degna dei cortometraggi natalizi per pathos domestico e calore umano, la Rainbow Suite ha pochi eguali nella storia del jazz.

Trasferitosi a San Francisco, potendosi permettere vivere di royalties, Douglas registrò due dischi ancor più raffinati, Hot Sax (april 1982) e King Cobra, forti di tenere e radiose ballate per sassofono tenore quali Arabian Blues, Breakout (su Hot Sax) e King Cobra, caratterizzate dal suo "fat sax", quel suonare nei registri bassi, caldi e pieni.

Passarono otto anni prima che Douglas tornasse sulle scene, otto anni durante i quali registrò colonne sonore con Ry Cooder. Beyond Broadway raccoglie materiale del 1989-91. Il tema è esotico, dovuto in parte a un viaggio a Bali, dal tema innamorato di Spanish Nights, per passare al ritornello danzabile di Lonely Voyager, affondare nell'atmosfera da jungla impenetrabile di Etched in India e perdersi nei meandri mediorientali di Trip to Market. L'influenza del gamelan, con quel suo altelenante ipnotismo, è percepibile nella lussureggiante e sinistra Balinese Rhapsody e nel jazzato Java Jive. Il cromatismo allucinato della title-track e la vivace sarabanda di Journey to Shangri-La, con i suoi due temi incrociati, uno di sassofono e uno di flauto, coronano l'opera.

Douglas ha poi messo in piedi i Dinosaur, un supergruppo di veterani che annovera Hal Blaine (il batterista di Presley e dei Beach Boys, e forse il più grande di quell'era), il bassista Robin Sylvester (quello di Chuck Berry) e il chitarrista Greg Douglass (che ha suonato con Steve Miller e Van Morrison).

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