Forrest Fang
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Music From The Blackboard Jungle, 6/10
Some Brighter Stars, 6/10
Migrations, 6.5/10
The Wolf At The Ruins, 8/10
World Diary, 6.5/10
Folklore, 6.5/10
The Blind Messenger, 7.5/10
Gongland, 6/10
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Forrest Fang è un musicista solitario che durante gli anni '90 ha coniato uno dei linguaggi piu` originali della world-music elettronica.

Nato a Los Angeles nel 1959, Fang studiò composizione alla Washington University di St Louis, nel Missouri, dove venne iniziato alla composizione jazz e alla composizione elettronica, nonche' alle tecniche di registrazione digitale.

Il suo primo album, Music From The Blackboard Jungle (Fang, 1980), registrato e pubblicato in privato e stampato in soli duecento copie, rivelava le influenze della musica progressiva europea (Jade Warrior, Mike Oldfield) e dei primi esperimenti dei musicisti rock con l'elettronica (in particolare della "frippertronics"), ma soprattutto quella di Terry Riley. Si tratta di un'opera naif, che si dipana fra reminescenze di musica folk e orientalismi di maniera. Il disco contiene sette brani, fra cui una suite di dodici minuti (Greenway 112) e un assolo alla Fred Frith (To The Limit). I brani della prima facciata (Sequence, Tales of Yog e il finale Eventide Rising) sono quelli che gettano le fondamenta per le sue ricerche future.

Nel 1981 Fang andò a studiare legge alla Northwestern School of Law di Chiago. La sua musica era ancora un fatto molto privato, ma l'anno dopo uscì il secondo lavoro, Some Brighter Stars (Fang, 1982), registrato ancora in tiratura limitata (trecento copie) e in gran parte a St Louis. Sono molto più intensi gli esperimenti di tape-delay, che ne fanno un disco più "serio", ma tolgono anche un po' di comunicatività al sound. Fang vi suona tre sintetizzatori, nessun sequencer. Sul primo lato spicca Monsoon (che rende la sensazione del monsone attraverso un minimalismo fortemente percussivo), sul secondo Mirrors Surround The Sun (in un formicolio impressionista di elettronica); ma sono ancora idee a seguire, sviluppate in maniera piuttosto ingenua.

Nel 1984 si laurea e inizia la pratica di avvocatura nella zona di San Francisco.

L'influenza maggiore su Migrations (Ominous Thud, 1986) sembra essere Deuter: le armonie prendono lo spunto da "om" ineffabili per le loro lente estatiche progressioni (Through A Glass Landing). Ma alcuni brani (Gradual Formation In Sand, Lowland Dream) esibiscono già una diversa fenomenologia: lievi fluttuazioni increspano la superficie, prendono forma e si disfano, ripetendo il ciclo in continuazione. E' un processo che ricorda l'ordine paziente dei giardini zen. Molto più professionale, grazie anche all'impiego di una tastiera polifonica, questo disco fece di Fang un nome di rilievo nel mondo della world-music elettronica.
Fang entrò poi in contatto con Zhang Yan, una maestra della cetra cinese (strumento diatonico, con un pedale che consente di cambiare scala), che gli inculcò la filosofia musicale dell'Oriente. Fang diventa uno dei pochi musicisti occidentali a saper scrivere e leggere la notazione musicale cinese, la quale non usa il pentagramma ma un sistema di codifica numerica e simbolica, tramite il quale è possibile catturare fenomeni, come i microtoni, che sono difficili da esprimere con la notazione occidentale. In quegli anni vengono eseguite le sue prime composizioni per ensemble, i cui spartiti sono dei misti di notazione cinese e notazione occidentale.

L'influenza di Yan si avverte in The Wolf At The Ruins (Ominous Thud, 1989), il primo capolavoro di Fang, che richiese tre anni di lavoro. La produzione mescola felicemente suoni acustici e suoni elettronici e, grazie a un campionatore, dà la sensazione di una musica d'ensemble. I brani presentano ritmiche più forti, ma l'uso delle percussioni è in realtà tipicamente orientale, non come accompagnamento ma come linea musicale che guida le altre. Fang attinge alla sua sterminata collezione di strumenti esotici, in particolare alla sezione giavanese.
Sulla falsariga di tanti ensemble del genere, ma con un tono più calmo e modesto, Fang perviene così alla musica da camera per strumenti esotici di Windmill e The Luminous Crowd. Il suo stile elettronico si focalizza su una forma di poema elettronico in perenne, geometrica, armoniosa evoluzione (Passage And Ascent, Silent Fields), una forma asettica, "neutra", che rifugge tanto dalle apoteosi melodiche di Kitaro quanto dai concerti di timbri di Aura. Questa ideologia di ascendente zen culmina nella monumentale fantasia elettronica di An Amulet And A Travelogue, dove il mantra si fa fiaba, l'"om" si fa affresco e i suoni più tenui valgono quanto intere sinfonie. I raga elettronici di Terry Riley e quelli acustici di John Fahey non sono estranei ai picareschi excursus di Fang.

World Diary (Ominous Thud, 1992) è un'opera "tibetana", dedicata non all'arcinoto folk sacro di quella zona (percussioni ritualistiche e canti statici), ma a quello profano, che è uno stile molto colorato, dinamico e melodico. Il disco è però soprattutto un tour de force di meticoloso collage sonoro. Un timbro o un campionamento viene sfruttato per pochi secondi, invece che essere esplorato per minuti e minuti come prassi per i musicisti elettronici. Disorientante per la quantità di eventi sonori, il disco concede più spazio agli strumenti acustici della collezione privata di Fang, relegando l'elettronica al ruolo di sottofondo.
Se Ceremony At The Edge Of The Great Abyss ricorda gli esperimenti con le percussioni di Wolff & Hennings, Archipego trascende le sue fonti sonore (la musica di strada giavanese) per comporre un concerto spaziale di elevato lirismo e The Bushmen Clear The Savannah sfrutta una cornucopia di strumenti esotici (gong birmani, tamburi siriani, kora, gamelan di bambù, mbira africano, il liuto indonesiano, il mandolino tar dell'Asia sovietica) per innalzare una vertiginosa preghiera sciamanica in crescendo. Sono composizioni di grande respiro, in cui Fang condensa tanti anni di studio e di pratica.
Il clou dell'album è la suite Nomads, di ben trentun minuti, strutturata in otto sezioni. Del tutto astratta, si snoda attraverso undici pezzi da camera per combinazioni sempre diverse di strumenti orientali Le polifonie degli episodi Gobi e An American Okinawa, che arrivano ad accostare una decina di "voci", sono complesse e veloci, molto lontane dagli stereotipi della world-music. La festosità folk degli esordi riemerge nelle danze di Rain Of Stones e Passing The Chung o nell'incalzante progressione di balalaika di Song Of Divination.

Folklore (Cuneiform, 1995), influenzato tanto dai suoi vecchi amici cinesi e tibetani quanto dai nuovi amici Steve Roach e Robert Rich, lo presenta invece di nuovo nelle vesti dello sciamano elettronico. Non a caso il brano più suggestivo è A Shaman In Pursuit Of Chabui's Image, in cui coesistono nuvole elettroniche e ritmi tribali. Il suo modo di oscurare i suoni degli strumenti acustici tramite suoni elettronici ricorre in tutti i brani. Ciò nonostante Crossing The River, An Offering Of Wood e The Eight Immortals sono innanzitutto concerti di timbri, in cui ancora una volta Fang concepisce la musica come collage di particelle discrete, e non come flusso organico di parti correlate.
Le armonie sono più dense e vivaci, orchestrali e cadenzate. Tanto che The Dragon King's Advice potrebbe fungere da colonna sonora a un carnevale cinese. E' il lavoro più accessibile della sua carriera, e, se non il più ottimista, il meno cupo.
La musica di Fang è un'evoluzione di quella di Deuter e di altri musicisti panetnici della prima ora: il mix elettronico prevale ora sulle fonti sonore originarie, l'afflato mistico è ricondotto a un più generale limbo metafisico, il sound è corposo e dinamico.

The Blind Messenger (Cuneiform, 1997) accentua i connotati etnici di Folklore. Ogni brano stipa decine di spunti (e di strumenti), che vengono amalgamati dalla sua raffinata sensibilita` di regista/pittore. Nelle melodie e nelle cadenze si riconoscono le influenze di generi tanto diversi quanto l'opera cinese, la musica giapponese di corte ("gagku") e il gamelan balinese. Ma soltanto nel primo brano, il balletto marziale di The Shifting Envelope, queste sorgenti sono palesi. Eternal decompone una specie di raga nelle sue componenti fondamentali, le moltiplica e proietta in tutte le direzioni fino a ottenere una spessa coltre di droni, ma poi, quando le tabla e il violino intonano il rtimo, impedisce loro di ricomporsi.
Il limite della musica di Fang e` sempre stato lo stesso: era anche troppo ovvio che spesso la musica era soltanto un pretesto per esplorare strumenti e generi da cui era rimasto affascinato. Quel limite, che comunque non gli aveva impedito di comporre opere di grande respiro, sembra qui completamente superato.
Alcuni brani che sembrano essere composti al computer, tanto sono matematici nel loro svolgimento e nel modo in cui generano la polifonia. Qui il folklore orientale e` soltanto un timbro, e talvolta neppure quello. Siamo anzi nelle vicinanze della musica d'avanguardia. Le percussioni (o comunque gli strumenti usati a mo' di percussione) dominano la folle galoppata di Fragments From An Unbroken Chain, all'insegna di un minimalismo tanto frenetico e torrenziale quanto meccanico e millimetrico. Lo schizzo fantascientifico di Echo sovrappone fino a livelli spaventosi loop e riverberi di temi melodici.
Un primo vertice del disco e` rappresentato da In Heaven There Are No Borders, un vero e proprio concerto per dissonanze (sia acustiche sia elettroniche). Fang assembla un repertorio di gesti calibrati: droni in moto libero, tintinnii tratti da un vasto arsenale di timbriche, echi di corde appena pizzicate. Il tutto prende forma poco alla volta, guidato da linee melodiche che emergono tanto nell'elettronica quanto negli strumenti acustici (in particolare dalle "fughe" di pianoforte). Il mosaico e` complesso, e non si puo' dire davvero polifonico, in quanto ciascuna delle partiture sovrapposte viaggia a un tempo diverso, e pertanto non si compenentrano mai.
The Alchemy Of Angels (venticinque minuti) in sei parti rappresenta un altro vertice della sua carriera. La musica si discosta pero` alquanto dal suo standard. Fang conia una musica cosmica per angeli che e` un ibrido di Klaus Schulze e Raphael, pittorica come il primo e incantata come il secondo. Il gorgo dissonante del primo movimento (che acquista spessore quasi sinfonico), la trance vellutata di droni leggerissimi del secondo movimento, il carillon disarticolato del quarto, conducono a un finale tragico che stratifica (tra l'altro) un requiem per organo a canne, un fluttuare libero di accordi di pianoforte, un coro d'angeli, strimpellii casuali di strumenti a corda e borboglii di elettronica alla Morton Subtnick. La logica dei sei movimenti e` un po' forzata, ma il tema di fondo e` un tributo alle forze soprannaturali che sovrastano la vita umana. Nel suo anelito metafisico, Fang rinuncia allo studio un po' pedestre delle culture orientali e si concentra sui mezzi elettronici. Quell'affastellare suoni a casaccio che e` sempre stato il suo metodo diventa un mezzo per tenere acceso il fuoco della caldaia: cio` che conta e` la caldaia, non i pezzi di legno che vi bruciano. E Fang e` magistrale nell'orchestrare il turbine di suoni.

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Gongland (Projekt, 2000) marks a return to the celestial rhapsodies of The Wolf At The Ruins. Forrest Fang's world-music is subjected to heavier electronic treatment and is packaged in a format that recalls Brian Eno's pre-ambient impressionistic vignettes. Overall, here Fang displays a more "western" approach to composition. The depth of resonance with the instrument is replaced by a breadth of coherence with the harmony. Circling Spirits absorbs a cosmic element that is reminiscent of Steve Roach: a minimalist percussive pattern pulses in the background while floating sheets of electronics soar in transcendental dances. Roach's fingerprints are all over Night Flow's suspenseful trance, the menacing and almost psychedelic vortex of The Empty Path and Microna's feisty tinkling.
Fang's re-interpretation of gamelan is as intriguing as usual (Chaos Gamelan, Water Birds), even if Fang, as usual, sometimes indulges too long in sounds for the sake of the sounds. The two extended tracks, Sonosphere and Sierpinski Plain, are mixed blessings, as they lack in focus what they gain in emotion. The former again resorts to a fusion of gamelan orchestra and cosmic music, relying more on sound manipulation than on dramatic development. The latter is an even subtler symphony of abstract sounds, a crowd of living organisms lulled in a cosmic breathing.
Fang's true soul may be the one that sings the sublime psalms of Some Unfinished Business and Tiger Balm. There isn't enough of this spiritual composer.

Invisibility (2006) was a collaboration with guitarist Carl Weingarten.

(Translation by/ Tradotto da Ascanio Borga)

Gongland (Projekt, 2000) segna un ritorno alle rapsodie celestiali di The Wolf At The Ruins. La world-music di Forrest Fang e? soggetta ad un trattamento elettronico piu? marcato ed e? confezionata in un formato che richiama le vignette impressionistiche pre-ambient di Brian Eno. Complessivamente, qui Fang mostra un approccio piu? ?ccidentale? alla composizione. La profondita? della risonanza con lo strumento e? rimpiazzata da una maggiore liberta' di coerenza con l?rmonia. Circling Spirit assorbe un elemento cosmico che e? reminiscente di Steve Roach: un pattern percussivo minimalista pulsa in sottofondo mentre strati fluttuanti di elettronica spiccano il volo in danze trascendenti. I segni distintivi di Steve Roach sono presenti durante la trance sospesa di Night Flow, il vortice minaccioso e quasi psichedelico di The Empty Path, e l'aggressivo tintinnio di Microna. La reinterpretazione di Fang del gamelan e' intrigante come al solito (Chaos Gamelan, Water Birds), anche se Fang, come al solito, talvolta indulge troppo a lungo nei suoni in maniera fine a se' stessa. I due brani estesi, Sonosphere e Sierpinski Plain, sono confusamente fortunati, dal momento che perdono in focus quello che guadagnano in emozione. La prima fa ricorso ancora una volta ad una fusione di orchestra gamelan e musica cosmica, affidandosi maggiormente alla manipolazione sonora che allo sviluppo drammatico. La seconda e' un'ancor piu'subdola sinfonia di suoni astratti, una folla di organismi viventi cullati in un respiro cosmico. La vera anima di Fang potrebbe essere quella che canta i salmi sublimi di Some Unfinished Businnes e Tiger Balm. Non c'e' abbastanza di questo compositore spirituale.


Rocco Stile recensisce cosi` Gongland: Gongland (Projekt, 2000) è un disco denso ed enigmatico, il tentativo di una sintesi fra l'estrazione originaria dell'autore e il contesto geografico-ambientale in cui egli sta da anni applicando la sua passione artistica. Inteso a ripercorrere i sentieri di The Wolf At The Ruins, il disco richiama alla mente dell'ascoltatore forme allusive e remote che cercano di cristallizzarsi in un mondo improvvisamente scoperto e mostrato quanto mai vicino. È abbastanza naturale che si tenti di scorgere le possibili influenze, ma si tratta tutto sommato di sprazzi o idee: a prevalere è invece l'impronta stilistica dell'artista, ormai divenuta propriamente inconfondibile.
I brani iniziali sono così tipiche creature sotto forma di suite elettronica coralmente assemblata (composizione ed esecuzione sono tutte dell'autore), come l'allusiva Circling Spirits, o l'invitante Glow, che sembrano voler stimolare l'immaginazione; Some Unfinished Business, coi suoi echi riverberanti, richiama alla mente gli splendori di A Rainbow In Curved Air, proiettandola in una dimensione più cosmica, Riley e Schulze insieme. Nella tetra atmosfera di Chaos Gamelan si ode un coacervo di ipnotiche e squillanti sonorità indonesiane; in 4 a. m. spicca la tematica più squisitamente orientale, che si esplica in un approccio meditabondo e pacato; uno dei momenti piu` salienti è però quello di Night Flow, in cui si profilano l'ombra di Steve Roach e le inquietudini di Spiritual Bonding, che verranno riproposte alla fine (The Empty Path e Half-Life of a Long Memory), ma che sono ancor più marcate nella suite di Sonosphere, un'ebbrezza galattica che si scolpisce lentamente nell'animo con il suo incalzare ipnotico, martellante e metallico, cui fa da riscontro Microna, dove si accentua vieppiù la dimensione cosmica, prima di «ricadere» nelle sonorità trillanti di Tiger Balm, che dipingono la pace, propizia alla contemplazione, di un monastero orientale. Qui è decisamente l'origine dell'artista a vincere. L'altra suite del disco è Sierpinski Plain, che si stempera fra presenze di vita e una tematica crepuscolare in lentissimo progredire: è il brano che lascia forse più spazio all'interpretazione dell'ascoltatore.
Nel confermare la statura dell'artista, il disco trasmette infine due sensazioni alquanto nette. Da una parte, si nota un lento spostarsi di Fang verso sonorità più minimalistiche e cupe, vicine all'ultimo Roach. Dall'altra si ha l'impressione che l'artista non riesca talvolta ad esprimere tutto il suo potenziale creativo, nonostante le gestazioni delle sue composizioni richiedano ormai un lungo lasso di tempo. Ma Fang non è solamente un musicista: egli è anche uno studioso e un appassionato di musica, anche se il suo far musica non si esplica certo in un puro sperimentare per diletto. Di questo dobbiamo tenere conto nell'esaminare quello che egli ci propone. È la sua sintesi personale fra Oriente e Occidente che risulta intrinsecamente problematica, nello stesso tempo in cui non si deve dimenticare che l'ispirazione più vera e completa è quella che viene sì preceduta da un'adeguata meditazione, secondo quanto egli ha imparato nella terra da cui proviene, ma che poi non ha bisogno di essere ripensata alquanto, e viene tradotta di getto dall'artista in una sua creatura.
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