Lucia Hwong
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House Of Sleeping Beauties (Private, 1985), 7.5/10
Secret Luminescence (Private, 1987), 5/10
Goddess vol.1: Awakening (M32, 1998), 6.5/10
Goddess vol.2: Celestial Realms (M32, 1998), 5/10
Goddess vol.3: Mystical Visions (M32, 1998), 4/10
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Lucia Hwong (nata alle Hawaii, ma residente a Los Angeles), che ha studiato tanto musica classica occidentale quanto musica classica orientale, è una virtuosa di diversi tipi di cetra e liuti, e arrangia le sue composizioni con il sintetizzatore.

Le austere composizioni da camera di House Of Sleeping Beauties per orchestra di fiati, violino, cetra, elettronica e voce soprano costituiscono una delle conquiste più ardite della world-music, al punto che non si tratta più di world-music, ma soltanto di musica.
La Tibet Suite rappresenta il suo massimo sforzo compositivo e stilistico. Hwong predilige uno svolgimento contorto, un alternarsi rapidissimo di strumenti, un moto perpetuo di timbri, come se lo spartito venisse messo di continuo in discussione. In The Dream intreccia flauto, sassofono, canto, violino, cetra e canto in una solenne ouverture. Con Journey To Lhasa prende corpo una nuova forma di lied, dolcissima e lentissima: il canto, assorto in lunghe vocali, duetta con il flauto e violino, su uno sfondo di strumenti etnici e "droni" elettronici. La soprano comanda invece dall'alto l'inno di Everest At Sunrise, sempre con quella tecnica di lunghe vocali senza parole, mentre violino e flauto devono accontentarsi di scortarla a distanza.
Le percussioni fanno capolino nella marziale Sunset Over Sakya e nella tempestosa Himalayan Twilight: in entrambi i casi danno luogo a un caos fragoroso di ritmi su cui si lanciano le fanfare dei fiati.

La proprietà più sfuggente delle composizioni di Hwong è che non sono mai chiari i rapporti gerarchici fra gli strumenti. In ogni istante l'orchestrazione è stratificata in maniera molto chiara (la melodia può essere condotta dal flauto in primo piano, con risonanze del soprano in secondo piano e onde di sintetizzatore in terzo piano), ma nell'istante successivo i ruoli degli strumenti possono mutare radicalmente (il canto può passare in primo piano, mentre flauto e violino cincischiano alle sue spalle e un formicolio di strumenti etnici si affaccia in sottofondo).

Sullo stesso disco sono raccolte le Virgin Dances e la Dragon Dance, due brani più semplici che fanno leva sul tumulto delle percussioni e sulle vibrazioni febbrili della cetra.

Su Secret Luminescence la affianca l'arpa celtica di Alan Stivell. "I took the time in between the albums to write music for Broadway plays, film and television."

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Goddess vol.1: Awakening (M32, 1998) is basically a collection of high-tech collages in the form of multi-layered dance music: the ethnic-funk-jazz shuffle of Lucid Dream (synthesizers, drum-machines, wordless wailing, natural sounds, exotic percussion, bass loops, Sylvain Leroux's Indian-esque saxophone), the ghostly trance of Mystic Cat (fibrillating electronic rhythms, operatic vocals, samples of folk songs and natural sounds, lopping patterns of percussion), the eerie ceremony of Spirit Guide (thick African texture, mesmerizing flute, shamanic voices), etc. The same format serves new-age spirituality (Astral Angel), and the ambient disco (Celestial Beauty). When Hwong dispenses with the electronic apparatus, as in Cosmic Warrior, the percussions prevail. The album closes with the angelic vision of Venus Kiss, first evoked by a shakuhachi and then soaring in a spiral of female voices and strings.

Goddess vol.2: Celestial Realms (M32, 1998) abandons the exuberant dance rhythms of the first volume and indulges instead in the languid, new-age atmospheres of Angels and Beauty, occasionally redeemed by the human voice (Dream) or by a combination of natural sounds and acoustic instruments (Venus). Half of the tracks are "remixes" (or different takes) of the first six tracks.

Goddess vol.3: Mystical Visions (M32, 1998) contains four lengthy compositions, each dedicated to a different region of the world. Again, the spiritual tone prevails, leading to over-extended tracks that waste most of their potential in annoyingly static passages. Instead of composing music, Hwong constructs relaxation exercises. Each of the four tracks (Galapagos, Tibet, Amazon, Hawaii) has Hwong narrating/instructing (in a rather unnerving manner) over sparsely-populated electronic (and sometimes vocal) soundscapes. The second and third chapter of the trilogy are vastly inferior to the first one.

(Translation by/ Tradotto da xxx)

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