Peter Kater
(Copyright © 1999 Piero Scaruffi | Legal restrictions - Termini d'uso )

Spirit (Raydo, 1983) (Silver Wave, 1989) ***
Coming Home (Invincible, 1985) (Silver Wave, 1989) **
Two Hearts (Optimism, 1986) **
Anthem (Nebula, 1986) (Silver Wave, 1989) ***
The Fool And The Hummingbird (Silver Wave, 1987) *
For Christmas (Silver Wave, 1987) *
Gateway (Gaia, 1987) (Silver Wave, 1989) ***
Homage (Silver Wave, 1989) **
Moments Dreams And Visions (Silver Wave, 1989) * soundtrack
Natives (Silver Wave, 1990) *** with Carlos Nakai
Collection 1983-90 (Silver Wave, 1991) *** anthology
Rooftops (Silver Wave, 1991) **
The Season (Silver Wave, 1991) *
Migration (Silver Wave, 1992) **** with Nakai
Flesh And Bone: Skeleton Woman (Silver Wave, 1993) ****
How The West Was Lost vol I (Silver Wave, 1993) * with Nakai, soundtrack
Honorable Sky (Silver Wave, 1994) *** with Nakai
Pursuit Of Happiness (Silver Wave, 1994) *
How The West Was Lost vol II (Silver Wave, 1995) * with Nakai, soundtrack
Life Blood (Silver Wave, 1995) * with Joanne Shenandoah
Soul Nature (Silver Wave, 1996) **
Improvisations In Concert (Silver Wave, 1996) * with Nakai
Heart's Desire (Source, 2000) with McCandless, Chavez, Darling
Essence (EarthSea, 1996) ***
Eco-Challenge (EarthSea, 1997) **
Heart's Desire (Source, 2000) with McCandless, Chavez, Darling
Through Windows and Walls (??, 2001) * with Nakai
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Peter Kater è uno dei più prolifici solisti al pianoforte, e anche uno dei più tenui e rilassati.

Nato a Monaco nel 1959, cresciuto nel New Jersey e giunto a Boulder, Colorado, nel 1977, esordì con Spirit, un classico del genere impressionista/ambientale.

Fra le sue gemme si contano almeno la commossa serenata di To Share My Heart, il cantico religioso di Spirit, la melodia malinconica di Summer's Innocence (degna di una chanson parigina). Ma Kater è capace anche di costrutti armonici molto più sofisticati, come in Ascent, formata da una frase melodica che si volge a spirale dentro un travolgente e assordante minimalismo.

A questo piccolo capolavoro seguì un'altra raccolta di acquerelli per solo pianoforte, Anthem (fra cui l'incalzante Expresso, uno dei suoi tour de force più spettacolari).

Poi, con Coming Home e l'aiuto di Brandon Fields (dei Rippingstons), Kim Stone (basso degli Spyro Gyra) e tanti altri (Jeff Jarvis alla tromba, Mark Anderson al trombone, Bob Rebholz al sassofono), iniziò la stagione dei lavori per piccolo ensemble, con un sound appena più jazz. La title-track è emblematica di ciò che verrà: una fusion d'altissimo livello con assoli brillanti e una ritmica trascinante (e, in questo caso, un ritornello memorabile). La vertiginosa fanfara di C Samba Run testimonia delle sue doti di direttore d'orchestra (grinta, coesione, eleganza). La Lullaby rimane un po' in disparte in questo festival di squisite improvvisazioni collettive su tema melodico.

Lo stile di Two Hearts era ormai questo, diviso fra un jazz-rock soave e superbamente arrangiato, spesso con il flauto di Rebholz in primo piano (Thanksgiving), e un rhythm and blues orchestrale forte della sezione di fiati di Marc Anderson (trombone) e Jeff Jarvis (tromba) (Emergence). Il piano diventa una delle tante voci, la costante è adesso una sezione ritmica di tutto rispetto.

In questo senso The Fool And The Hummingbird rappresentò una pausa di ripensamento. Accanto a qualche nuovo assolo di pianoforte figurano alcuni momenti di grande effetto (come quando in Dawn il pianoforte prepara l'ingresso "solare" del sassofono di Bob Rebholz). Anche il jazz-rock cadenzato e lussureggiante della title-track ha attenuato un po' i toni.

Si tratta però soltanto di una parentesi, poiché Gateway sfoggia quella che è ormai diventata una piccola orchestra (con tanto di sezione d'archi e di sezione di fiati). La fusion dinamica e incalzante del gruppo finisce però per sortire risultati opposti a quanto ci si potrebbe aspettare: invece delle forbite armonie da salotto emergono lunghe e sofferte variazioni melodiche come Anthem e Simplicity, in cui pianoforte e flauto si alternano alla guida. Il passo è quello pacato della maturità e della scoperta, non più quello gioviale e sbrigliato della giovinezza e dell'avventura. Regna sovrano un pathos esistenziale che trasforma ogni brano in un vero e proprio "anthem" (in particolare Simplicity).

Per l'Homage al pianeta Terra si scomodano Glen Velez (percussioni), David Darling (violoncello) e Rebholz (flauto). L'album è il primo su cui si avverte la propensione di Kater per esplorare sonorità esotiche, dall'orientaleggiante The March Of The Magic Bunny alla "nativa" Shaman's Call. La trepida sonata di Dusk rappresenta invece semplicemente uno dei vertici della sua musica da camera. L'album è di gran lunga il più compassato e "serio" dell'artista dai tempi di Spirit.

Della maniera di compromesso, eclettica e smaliziata, sono invece tipici l'hard-rock alla Jethro Tull di Moments Dreams And Visions (sull'album omonimo, nato come colonna sonora di un video, con Kater prevalentemente al sintetizzatore).

E' a questo punto che si verifica la svolta decisiva. Kater stringe amicizia con il flautista "nativo" Carlos Nakai e pennella i bozzetti di Natives, all'insegna di una forma molto spirituale di world-music. L'accostamento fra il pianismo jazzato, virile, sensuale, urbano di Kater e le nuvole di accordi di Nakai, immerso invece nei grandi spazi delle praterie, in scenari aridi e desolati, in visioni impalpabili, in un misticismo millenario, stabilisce un nuovo standard espressivo della musica new age.
I sette brani (quattro dedicati ai punti cardinali, due alle sostanze fondamentali di cielo e terra e una all'"adesso") esplorano credenze e mitologie dei popoli pellerossa. Lo schema è semplice: Kater stende un tappeto di suggestioni che Nakai riempie di suoni evocativi (canto, sonagli, fischietti, flauti). Ma i risultati vanno ben oltre il semplice omaggio alle tradizioni di quei popoli, e finiscono per abbracciare il senso stesso dell'esistenza umana e il suo rapporto con il paesaggio naturale. L'intensa religiosità che sprigiona da questi brani è però arricchita da un decor tutto jazz, difficilmente riconducibile al folklore indiano.
Centering sets the leitmotif of the album: introspection. Delicate flute phrases and warm piano notes lull the mind into self-awareness. East is a jazzy prayer with exotic overtones. West is an even more intense prayer, at a higher abstract level. South and Day Sky Night Sky imitate the sounds of nature: the birds, the rivers, the wind. North is still rooted in the sounds of nature, but emphatic melodies form. The voice enters the landscape in Earth, its chant sustained by forceful piano chords. This is metaphysical chamber music that relies on very little to deliver a lot. This album is the ultimate "native american" experience: an experience of symbiosis with nature, an invocation of the spirits of the underworld, a prayer to the omnipotence of the otherworld.

Rooftops e The Season (che contiene anche sei "traditional" natalizi) ritornano invece al sound di gruppo, con una formazione forse inferiore a quella dell'epoca d'oro. Il primo è comunque un album di grande successo commerciale. Ma nelle opere senza Nakai Kater sforna musica di consumo poco originale, che, mancando di valore melodico, fa leva sul ritmo e sugli interventi dei collaboratori.

Intanto però la collaborazione con Nakai si stava connotando come la parte maggiore della sua carriera. Migration, con l'aggiunta di David Darling, rese ancor più surreale quella musica da camera. Le sonorità jazz urbane di Kater e Darling danno infatti luogo a un singolare contrasto con il "suono del deserto" di Nakai.

Quello che si svolge fra la marziale e dimessa Initiation e l'umile e pacata Walking The Path è allora un concept sul tema del "rituale". La lunga ouverture di Wandering dispone sul bancone di lavoro le componenti armoniche con cui verrà costruito il resto del disco, fra passaggi di jazz notturno che sono pieni dell'alienazione e della desolazione moderne e lamenti di flauto che suonano come richiami alla Natura. Negli accordi rallentati a dismisura di Lighting The Flame questi due umori sono perfettamente fusi in un dialogo filosofico, ma sempre meno intelleggibile.

L'atmosfera si rarefa ulteriormente con il soliloquio del flauto in Embracing The Darkness, con la melodia strimpellata in solitudine dal pianoforte in Quietude e con il rombo metafisico del violoncello di Darling in Static Intention. E' come una progressione verso un mondo sempre più privato e sempre meno terrestre, fino al senso di vertigine prodotto dalla figura pianistica di Transformation. Sono brani, ormai spogli di una struttura narrativa, profondamente interiori.

Il canto (Chris White) è una delle novità più salienti del disco, per il modo quasi medievale in cui viene usato: Surrender, degna di Enya, porta il pathos del viaggio di iniziazione a livelli soprannaturali, e il vortice di "om" di Service segna il picco di trascendenza. Quella di Honoring è innanzitutto musica "sacra", è un intreccio di quattro preghiere simultanee (piano, flauto, violoncello e canto), una più fervente dell'altra.

Skeleton Woman di Flesh And Bone (ovvero Kater e White) sarà semplicemente la continuazione di questa esplorazione della sacralità in un contesto laico (l'erotismo).

Honorable Sky ripropone lo stesso trio di protagonisti (Kater, Nakai, Darling), con l'aggiunta di Paul McCandless (oboe, Oregon) e Mark Miller (sassofono). Il forte di ciascun musicista sta nel dimostrare il massimo di flessibilità e adattamento, nel rincorrere l'estro dell'uno e dell'altro strumento guida, di fungere da colla e da mediatore.

Sono i richiami atavici di Call To Enchantment, i mille echi allucinati di One Voice e le profondità metafisiche di My Soul's Story a dare il tono al disco, a tracciare la rotta per questo improbabile ma affascinante viaggio al confine fra civiltà industriale e primitivismo, fra Europa e America, fra bianchi e rossi, fra materialismo e spiritualismo.
Gli unici due brani che lasciano intravedere una trama melodica, Gathering Of Souls e Essence, sono anche quelli più trascendenti. La poesia autunnale di All Souls Waltz punta invece già verso altri orizzonti, verso altri miraggi. Questa non è più world-music, è semplicemente musica religiosa da camera.

I due volumi di How The West Was Lost, colonna sonora di un serial televisivo, mettono però quest'arte ardua e austera al servizio di un suono da cartolina molto più colorato (e molto più banale). Al posto dei toni trionfalistici che contrassegnano i film sull'epopea western si fa largo un commosso requiem per la fine delle civiltà che vennero sterminate da quell'epopea. Se la partitura pullula di sonorità militari (How The West Was Lost, The Death Of Dull Knife, Landscape Of War), e sono pochi gli spunti validi al pianoforte (Geronimo's Surrender e Themes For The Cherokee), protagonista alla fine è il canto, nei lamenti desolati di Chris White (Dull Knife & Little Wolf e Nez Perce Flight Song) e soprattutto quando Nakai intona I Will Fight No More con il tono del guerriero sconfitto.

Può darsi però che la collaborazione con Nakai abbia esaurito la sua missione. Kater torna infatti al sound di gruppo con Pursuit Of Happiness (Howard Levy all'armonica e Ernie Watts al sassofono). E su Life Blood accompagna la cantante Joanne Shenandoah in una serie di canti tradizionali Iroquois.

The solo piano album Soul Nature (Silver Wave, 1996) is a summary of Kater's philosophy of music. His liquid and narrative style pens Turning Tides, River and June, and enables lyrical fantasies such as Soul Nature and Beneath The Surface.

Improvisations In Concert (Silver Wave) e` un'altra collaborazione fra Peter Kater e Carlos Nakai. Il brio e la veemenza del piano prevalgono in Grace, la pacata malinconia del flauto abbozza la visione di Moon Flower. Le figure intricate dei due strumenti si compenentrano in Cat Tails e Garden's Gate, brani difficili e quasi rumorosi per gli standard di questi due musicisti. Ma il capolavoro e` Tohono, quando l'intensita` dell'inno sacro conduce il piano a librarsi in frasi epiche.

Kater ha anche scritto le musiche per diverse commedie.

La parte più duratura del repertorio di Kater è probabilmente quella delle melodie più immediate: Coming Home, Emergence, Simplicity. Tutto sommato è un peccato anche che Kater non abbia mai voluto perseguire la carriera lasciata intuire con gli strepitosi equilibrismi delle sua sonate per pianoforte più ardite, Ascent ed Expresso. Ciò a cui Kater si è dedicato (soprattutto nei duetti con Nakai) è comunque una musica nobile, una serie di pacate meditazioni sul destino umano e sul rapporto con la Natura che è andato perduto nel frastuono della metropoli. Non è tanto come pianista ma come arrangiatore che Kater si è imposto fra le figure fondamentali della new age e della world-music.

Rocco Stilo scrive:

Dopo gli ultimi dischi elencati nella tua discografia, e dopo il secondo CD di Flesh & Bone di cui ti ho già parlato, a nome suo egli ha pubblicato:

COMPASSION  (Earthsea, 1998)  -   Il disco si compone di un'unica traccia, la title-track, suddivisa in sottotracce
David Darling  -  Violoncello
Peter Kater       -   Sintetizzatore, Piano, Gong
Mark Miller     -   Flauto alto, Sax soprano

DANCE OF THE INNOCENTS   (Intersound, 1998)   7 tracce, per oltre 60 minuti
Nawang Khechog  -  Flauto, canto
Peter Kater              -   Piano

BIRDS OF PREY   (Intersound, 1999)   9 tracce, per 46 minuti
Peter Kater - Sintetizzatore, Piano
Glen Velez - Percussioni
John McCutcheon - Dulcimer
Randy Chavez - Chitarra acustica ed elettrica
Paul McCandless - Oboe, Sassofono
Larry Thompson - Batteria
Wade Matthews  - Basso

THE WINDS OF DEVOTION   (Earthsea, 1999)  4 tracce, tutte della stessa durata: 18:45!!!
David Darling - Violoncello
Peter Kater - Sintetizzatore, Voce in background
R. Carlos Nakai - Flauto, Voce, Canto
Geoffrey Gordon - Percussioni
Wade Mathews - Basso
Nawang Khechog - Flauto, Corno, Canto, Preghiers
Chris White - Voce

Da segnalare, per finire, anche una raccolta antologica, di cui non ho tempo al momento per verificare la provenienza relativamente ad ogni pezzo, ma che ad ogni modo, visto che tutti e 13 i brani portano la duplice firma: Kater-Nakai, vanno fatti risalire ai dischi da loro composti in coppia; molti dei pezzi li riconosco subito dai titoli, e provengono da Natives, Migration , Honorable Sky, ecc.
SONG FOR HUMANITY: CELEBRATION OF TEN YEARS 88-98  (Intersound, 1998).

Rocco Stilo scrive: Peter Kater: Heart's Desire (Source, 2000)
Vicino allo standard della sua ragguardevole produzione, l'ultimo lavoro di Kater, migrato in questa nuova label dopo il fallimento economico della EarthSea, si presenta in gran parte come un duetto costante con il compagno di tante avventure Paul McCandless, in un prodotto melodico improntato alla celebrazione dell'umano sentimento, quale già appare fin dalla prima traccia, My Heart's Eyes, tipica dello stile rilassato di un Kater che, comunque, non pare abbia sempre voglia di stare in primo piano. A tratti, anzi, se non fosse per la paternità dei brani da ascrivere in toto a lui, si direbbe sia proprio McCandless, fra oboe, sax e flauti, il primattore, così come emerge prepotentemente, ad esempio, nel bel tema struggente e ritmato di Clear Skies. Ma più spesso i due si dividono la scena e le parti, rifuggendo comunque il contrappunto e puntando tutto sull'armonia tematica e l'affiatamento, come suggerisce l'ascolto della successiva Winds of Change, assecondata da una ritmica davvero in forma, oppure la tenerissima Gabrielle, da Kater dedicata alla sua nuova compagna, e che vive di un impasto timbrico appassionato fra piano e sassofono, amalgamato dagli archi sullo sfondo. Ci si accorge così presto che i due grandi nomi illustri che sono della partita, ossia Chavez e Darling, si accontentano di un'umile ruolo di comprimari, non si sa se imposto o voluto da loro stessi. Chavez inizia a farsi sentire solo dal quarto brano (la title-track poi brevemente ripresa alla fine del disco), ma tanto per proporre tenui ricami quasi in background, cui si unisce poi anche Darling; lo riascolteremo più a lungo nella conclusiva Soul Retrieval, ma l'ascolto fa rimanere delusi, nè emergono cose più esaltanti all'ascolto di Always and Forever, uno dei brani più convenzionali e non certo adatto per far emergere le notevoli possibilità di Darling. Non resta dunque che consolarsi all'ascolto di Sweet Sands of Longing, il cui tema è fra i più tenui e delicati del disco, ancora segnato dal dialogo piano-sassofono.

Peter Kater & Roberto Carlos Nakai: Through Windows and Walls (Silverwave, 2001)
Si ricostituisce dopo diversi anni il sodalizio Kater/Nakai, compagni di memorabili episodi artistici dentro e fuori dagli studi registrazione. Dopo il precedente, non eccelso episodio di Heart’s Desire, che si è già recensito e che, se meritava una stiracchiata sufficienza, era più che altro dovuta alla buona vena di Paul McCandless, Kater ricorre alla collaborazione di colui che, sfruttando al meglio la millenaria tradizione alle sue spalle, aveva saputo conferire a Honorable Sky, Migration e Natives una caratura che poneva questi ultimi al di sopra di semplici costruzioni melodiche; e si poteva prevedere che Through Windows and Walls riprendesse il filo di un discorso interrotto da tanto tempo. Nulla di tutto questo: il disco, la cui uscita risale ormai a un anno fa, sembra riporre per sempre nel cassetto il clima di profonda spiritualità di quei capolavori, per esibire un puro prodotto melodico che deluderà forse nelle aspettative, ma fortunatamente non nel contenuto.
    Anzi: perchè va detto che Through Windows and Walls risulta insolitamente ispirato nella scelta dei temi propostici, specie se paragonato alla precedente esperienza, che lasciava presagire un artista che, dopo tanti anni, stava forse avviandosi verso un irrimediabile declino, tenuto anche conto delle sue limitazioni compositive; Kater invece la fa qui da vero mattatore e riesce a dare al suo ingegno una stura che rende l'ascolto di questo disco una vera delizia.
    Niente di nuovo, questo è il Kater che da sempre conosciamo, lo stile rilassato, più o meno romantico o crepuscolare del suo pianismo, i gorgheggi sobriamente appassionati; dietro di lui una ritmica non invadente e pienamente assecondante (Jeffrey Gordon e Michael Moses Tirsch alle percussioni), e Carlos Nakai che, con la sua voce e i suoi strumenti indigeni a fiato, esegue con piena partecipazione tutti gli arrangiamenti del leader.  Scorrono così piacevolmente, senza mai annoiare, i 9 brani: si inizia con Windows and Walls, comandata dal pianismo danzante e malinconico, subito contrappuntato da un flauto svariante e a tratti singhiozzante, per sfociare in quei gorgheggi ripetuti che ricordano gli episodi di Flesh & Bone; contenendosi così senza sfociare nel facile romanticismo, Kater seguita a catturare il nostro interesse con la successiva When Worlds Collide, dove si vorrebbe suggerire l'incontro fra passato e presente di uno stesso contesto geografico (torneremo alla fine su questo punto), amalgamando la voce piena di trasporto del navajo ai fraseggi pianistici sostenuti dalla ritmica, via via sempre più commossi con l'ingresso dei sintetizzatori; a contare sembra essere solo l'effetto di questa musica trasognata e quasi onirica a tratti, nel segno di un talento ispirativo ribadito dalla successiva Moments Like This, punteggiata dalle sovraincisioni delle tastiere e dai teneri ricami dei fiati, che poi si fanno da parte per lasciare largo spazio allo svariare del leader, che conclude all'insegna del quasi-sinfonismo trionfalistico e del pianismo liquido. Walk With Me origina da un intreccio intessuto fra il ritmare danzante delle percussioni e i sibili rievocatori, entrambi i musicisti inclini a svariare; If Walls Could Speak vive nel segno della malinconia quasi decadente, alimentata dai singulti del flauto e dalle voci sospese nell'aria, che vengono sigillati dai tocchi stemperati e sereni del piano. I Know You è forse l'episodio migliore, all'insegna di un duetto magistrale, che vede una volta tanto Carlos nelle panni del protagonista, al continuo modulare e fluire del flauto su cui si adagia il feedback paesaggistico dei sintetizzatori, di particolare effetto semiminimalistico; e poi ancora, Remember When, ancora Carlos inizialmente in evidenza con David Darling ospite d'eccezione; ma Kater non tarda ad emergere, guidando tutti al tocco secco e disteso di un approccio timidamente jazzato; segue la brevissima Child’s Play, forse l'unico brano abbastanza ordinario, fra il cadenzare secco delle note gravi del piano con il feedback percussivo e le variazioni di Carlos. La chiusura in bellezza, Recognition, è affidata al fraseggio celestiale del leader, una cascata di note tese tutte verso il cielo, costellata dai sibili appassionati dello zufolo, e il cesello dell'incanto di cori sospesi nell'immensità degli spazi.
    Niente da ridire, tre quarti d'ora impeccabili, e un «bravo» a Kater per questo suo lavoro. Anche se, lo ribadiamo, continua ad essere preferibile quello delle complesse atmosfere di Migration; ma finchè saprà intrattenerci con musiche come queste sarà sempre il benaccetto. Una considerazione doverosa, per finire, sul suo braccio destro. A dire il vero, già a guardare la sua foto nei credits che accompagnano il CD, e più ancora ad ascoltare il suo modo di far musica, nessuno dubiterebbe che di native di lui sia ormai rimasta solo la strumentazione di cui si avvale. Già altri in passato hanno rilevato e respinto questa occidentalizzazione ormai compiuta di Carlos, taluni respingendo decisamente il suo tentativo di profanare un patrimonio ritenuto sacro dai suoi confratelli navajos. Si potrà discutere finchè si vorrà, ma per ora ci limiteremo a prendere atto che la sua musica e i suoi stili vanno presi per ciò che sono in se stessi, e considerati in quel contesto nel quale egli stesso in definitiva si è riconosciuto. Da questo punto di vista, egli appare quale il valido complemento per le atmosfere squisitamente melodiche volute da Kater.

Flesh & Bone è un duo di canto ed elettronica che compone brani al confine fra world-music e musica classica. Il protagonista assoluto è il canto di Chris White, una soprano limpidissima che non usa parole ma soltanto gorgheggi astratti.

Il loro primo disco, Skeleton Woman, è basato su una storia di Clarissa Pinkola Estes, mistica e psicanalista. Il doppio coro di Cliffside Village si fa largo nei meandri dei ritmi sudamericani di Glen Velez (ospite d'onore), ripetendo fino all'ipnosi un motivo tenebroso da pirati della costa. Il lied per pianoforte Seduction e l'assolo canoro di Compassion spingono questa tecnica ai minimi termini. In questi raccoglimenti da tabernacolo, in questi silenzi da catacomba si celebrano in realtà rituali pervasi di un sottile e controllatissimo erotismo. La voce di White non è altro che un richiamo sessuale, sia pur raffinato da fluidi celestiali e lavato in lavande divine. Gli arrangiamenti vellutati e fatali accompagnano i quadri di una "passione" decadente.

Nelle sue due composizioni White recupera il fascino misterioso dei monasteri medievali. Nell'Eulogy il suo luminoso nitrito da messa gregoriana s'impenna sui lamenti armoniosi, degni di un quartetto romantico, del violoncello di David Darling e del violino di Cecil Hooker. Nel cerimoniale marziale di Woman's Work canticchia come in trance, mentre il tempo sembra fermarsi, e un'altra voce, che sa di pianto, prende il sopravvento. Sono due frammenti drammatici all'altezza delle opere di Meredith Monk.

In The Making Of Love al canto di White si unisce anche quello di Kater: le due voci si rincorrono per spazi immensi, mentre il pianoforte batte due sequenze di accordi tempestosi, una lenta su un'ottava bassa e una frenetica su un'ottava alta, per dar corpo a quello che è un inno all'orgasmo.

Più convenzionali le ballad strumentali di Kater, Fisherman's Song e The Bone Chase, che si affidano a un'elettronica languida da cocktail lounge e ad armonie romanticamente jazzate. Gli arrangiamenti da sparuti si fanno lussureggianti, la ritmica da ballo prende il sopravvento. Al confronto con le composizioni vocali questi sono episodi profani, se non blasfemi. Kater si redime nella sonata per echi di sintetizzatore e pianoforte di Inocente, uno dei momenti più intimisti e sperimentali del disco.

Questa musica ascetica, eseguita con l'austerità che si addice alle partiture da camera, ma che affonda le radici nel folk di tutto il mondo, ha pochi precedenti (forse qualche spunto di Enya). Una forte qualità onirica e un'intensità religiosa ne fa più di un semplice veicolo per il relax, semmai un tentativo di fondare una versione ludica dei mantra.

Il nuovo album di Flesh And Bone, Pagan Saints (EarthSea, 1998).

Rocco Stilo scrive:

Sono 56 minuti di durata, per 11 brani:  5 ciascuno sono stati composti dal duo formatore storico, ossia Peter Kater e Chris White; l'undicesimo porta la firma di entrambi. Ecco i credits:
David Darling: Violoncello
Peter Kater: Tastiere
Glen Velez, Robert Jos Jospe, Michael Moses Tirsch e Geoffrey Gordon: Percussioni
Timm Biery: Batteria
Randy Chavez: Chitarra
Cecil Hooker: Violino
Tony Levin e Wade Matthews: Basso
Paul McCandless: Reeds (fiati?)
Chris White: voce
A cinque anni di distanza, la coppia White/Kater si ripropone con un album che non si discosta alquanto dal discorso musicale di Skeleton Woman. Perso il sax soprano di Bobby Read, il team viene rimpolpato con altri ospiti, in aggiunta agli «storici» David Darling, Cecil Hooker e Glen Velez. Troviamo infatti, fra gli altri, anche Randy Chavez alle chitarre, Paul McCandless ai fiati, e i vari Tony Levin, Wade Matthews, Timm Biery, Steve Green, Geoffrey Gordon, Robert Jospé e Michael Moses Tirsch ad irrobustire tutta la sezione ritmica, senza che peraltro essa risulti mai invadente. Il tema conduttore si sposta, almeno nelle intenzioni, verso una dimensione che vorrebbe essere più interiore, almeno nella presentazione. In realtà, se i coniugi non sono nuovi a siffatte esperienze, c'è da dire che il clima di incontestabile spiritualità che pervadeva Natives  e Migration andava ascritto per intero al compagno d'occasione Carlos Nakai. Il contesto ora, come provano altresì i titoli di taluni brani, è invece in ultima analisi umano, spostato verso l'affettività e i sentimenti, che traducono il personale sentire di una dimensione fideistica. Ne risulta un clima intimistico e raccolto, che talora rinuncia al più immediato richiamo sensuale del disco precedente, ma vive praticamente di ciò che è anche il limite sostanziale di questa musica, quello di un melodismo fine a sé stesso. Ciò detto, visto sotto quest'ottica il disco presenta momenti di sicuro interesse e brani di ottima fattura. La coppia stavolta si è diviso il compito di comporre, ciascuno avendo ideato una metà del disco. La White non rinuncia a fare dei suoi ammiccanti gorgheggi il proprio punto di forza, come ad esempio nel mesto afflato di Prayer for Home, con un Kater a sottolineare pensoso la compagna al piano, ovvero nei cori di Wayfaring, dove iniziano a entrare in scena gli archetti e la ritmica in gran forma; è in questi brani che si fa valere la vena migliore dei compositori. In più occasioni la White si cimenta al canto vero e proprio, talvolta con esito incerto (la prima e l'ultima traccia, che invero risultano i momenti più deboli del disco), talaltra in maniera assai più convincente, come in Native Language, nobilitata ancora dalle mani di Hooker e Darling, o nella commovente Come To You, su cui si intessono i ricami di archi, oboe e chitarra acustica. Nel frattempo però passano, e non certo inosservati, due brani di Kater: da una parte il lamento funebre di Dirge sembra essere il frutto della ricerca tematica più interessante, cui partecipano in pratica tutti i musicisti, su tutti McCandless in evidenza, in un'atmosfera che, pur muovendo da un moto di tristezza, conserva ugualmente una certa serenità vissuta, epilogando in un coro celebrativo; e dall'altra il dolore di Throes, disegnato nei contrappunti fra piano e archi. Threshold, brano in cui Kater si eclissa dopo aver apposto l'apporto compositivo, segna il ritorno ai gorgheggi accompagnati dalla «elettrica» di Chavez. E Dreamtime Waltz, ancora di Kater, vive degli intrecci cui ancora i singhiozzi della White danno vita dialogando col suo compagno e con i tristi accenti delle corde degli archi. Pagan Saints non è propriamente un capolavoro, ma un disco più che dignitoso, che si lascia ascoltare volentieri.

Nel 2003 per la Silver Wave sono usciti Red Moon e Xmas Ecstasy; mentre per la Point of Light e` uscito Piano, un solo con Kater al piano, sintetizzatore e voce dedicato a riletture di vecchi pezzi.

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