Kitaro
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Ten Kai (Wergo 1021) (Victor, 1978) ***
From The Full Moon Story (Sound Design, 1979) (Geffen, 1985) **
Oasis (Kuckuck, 1979) ****
Silk Road (Kuckuck, 1980) *****
In Person (Kuckuck, 1981) ** anthology
Ki (Canyon, 1981) (Kuckuck, 1982) ***
Ten Jiku (Sound Design 1342-5, 1982) **
Silver Cloud (Sound Design 1342-17, 1983) (Geffen, 1985) **
Silk Road Suite (Kuckuck, 1983) ** with London Symphony Orchestra
Tunhuang (Kuckuck, 1985) **
Queen Millennia (Geffen, 1985) ** soundtrack
India (Geffen, 1985) **
Toward The West (Geffen, 1985) *
Asia (Geffen, 1985) *
Best (Kuckuck, 1986) * anthology
Tenku (Geffen, 1986) *
Light Of The Spirit (Geffen, 1987) **
Ten Years (Geffen, 1988) **** anthology
Kojiki (Geffen, 1990) ***
Live In America (Geffen, 1991) *
Dream (Geffen, 1992) *
Heaven & Earth (Geffen, 1994) * soundtrack
Mandala (Domo, 1994) *
An Enchanted Evening (Domo, 1995) *
Peace On Earth (Domo, 1996) *
World of Music (Domo, 1996) with Yu-Xiao Guang *
World of Music (Domo, 1996) with Nawang Khechog *
The World Of Kitaro (Domo, 1996) **
Gaia - Onbashira (Domo, 1998) **
Ancient(Domo, 2001), 4/10
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Nato nel 1938 in Giappone, Kitaro (Masanori Takahashi) iniziò alla fine degli anni '60 a suonare musica rock in complessini hippie (Albatros e Far East Family Band). In alla fine degli anni '60 a suonare musica rock in complessini hippie (Albatros e Far East Family Band). In quegli anni apprese a suonare il sintetizzatore e divenne un seguace dell'ambiguo guru Rajneesh (il cosiddetto "guru dei ricchi" che sarà in seguito bandito dagli USA). Soprattutto incontrò Klaus Schulze, e si lasciò suggestionare dalla musica cosmica.

Dall'unione fra la spiritualità del guru e dell'elettronica di Schulze ebbero origine Astral Voyage e From The Full Moon Story, e con essi la sua carriera maggiore.

Quei poemi sinfonici utilizzavano sitar, tabla e strumenti giapponesi (come il liuto biwa e il flauto shakuhachi), ed erano infarciti di vortici elettronici lenti e soffici, di melodie incantate alla Vangelis, di contrappunti synth-orchestrali, di effetti ambientali. Era una musica circolare, tempestata di accordi cristallini e cadenze cosmiche, che alterna cori tenebrosi e marziali a progressioni lente e celestiali.

Astral Voyage paga il debito con la musica cosmica tedesca, ma presentando da subito un approccio più religioso che pittorico: le tastiere s'inerpicano nel loro lento contrappunto all'insegna di un solenne raccoglimento, saldando la melodia salmodiante di un sitentizzatore e gli accordi maestosi di un organo. Il pezzo non ha svolgimento drammatico, è soltanto una preghiera.

L'arte semplice e austera di By The Seaside contiene in nuce la sua fase maggiore: lente e avvolgenti figure melodiche dell'elettronica che rendono l'idea di un paesaggio (in questo caso il mare). Fire ripete il trucco con una ritmica ipnotica di batteria e chitarra. Dawn Of The Astral completa la progressione pervenendo al primo esempio di quello che diventerà la sua magniloquente specialità: l'apoteosi in crescendo.

Altri brani di Astral Voyage sono invece tentativi ancora naif di coniare una forma a cavallo fra oriente e occidente: Beat scimmiotta il pop elettronico dei Kraftwerk, Microcosmos e Kaiso propongono impacciate commistioni con il folk tradizionale.

Accentuando i toni languidi e le cadenze marziali da cerimoniale millenario, Kitaro fece di Full Moon Story una sorta di messa new age. Hikari No Mai è l'apoteosi di turno, che continua a perfezionare il genere aumentando un altro po' la dose di pathos. Kitaro scopre anche la vocazione al melodismo con Aurora e Full Moon, che puntano più esplicitamente sulla ripetizione leziosa di un ritornello molto elementare. Gli strumenti tradizionali sono relegati a From Astral: Kitaro ha ormai capito che la sua missione è quella di musicista elettronico. Ciò che manca ancora a questi primi lavori è una vera dimensione polifonica: a suonare è un individuo, non un'orchestra.

Oasis è il lavoro in cui si consolida quell'iper- impressionismo, capace di trasporre in musica le sensazioni ebbre suscitate da un panorama naturale. Il brano Dawn, per esempio, descrive il sorgere del sole: dapprima i rintocchi di campane, un coro estatico che sale lentamente e i fasci di elettronica creano la suspence, poi il tintinnio di una chitarra, la melodia del sintetizzatore e le percussioni elettroniche si distendono in una lenta e pacata preghiera, infine il flauto e il coro innalzano l'inno eroico. In Shimmering Horizon un lento strimpellio di chitarra culla brezze e melodie sempre più intricate di sintetizzatore.

Nella title-track, uno dei suoi capolavori, un violino minimalista, le campane lontane e una melodia nostalgica di sintetizzatore rendono la sensazione dell'oasi che emerge lentamente al viandante dal deserto, e poi man mano trilli elettronici, colpi di gong e il crescendo della melodia rendono l'immagine che si forma e scintilla in tutti i dettagli. Ancor più esemplare è Aqua, brano in cui si sovrappongono tre suoni elettronici, i gorgoglii frenetici di sottofondo, il ritmo della goccia che cade e un carillon meccanico in primo piano, e tutti e tre mutano lentamente, finché i primi due svaniscono e al terzo si sovrappongono radiose melodie. L'apoteosi di questa maniera è Fragrance Of Nature, tipico inno marziale alle meraviglie del cosmo con le frasi melodiche in crescendo.

Silk Road è una lunga suite suonata interamente da Kitaro al sintetizzatore, alla chitarra acustica e alle percussioni. L'ouverture è una delle sue tipiche, dolcissime melodie, fatta ciclare e riciclare su timbri diversi. E' questa la maniera più universale di Kitaro: le melodie lente e maestose di Everlasting Road, Magical Sand Dance, Reincarnation e Tienshan, fatte vibrare nel cristallino intrecciarsi dei sintetizzatori, scaturiscono dalle tradizioni innodiche di tutte le civiltà musicali. L'apice è il salmo struggente, nostalgico e fatalista di Flying Celestial Nymphs, intriso di dolorosa weltanschauung ma anche di radiosa speranza.

Fra apoteosi eroiche che prendono lo spunto tanto dai mantra indiani quanto dalle colonne sonore dei kolossal biblici (Westbound), crescendo mistici (Heavenly Father) e descrittivismi pittorici (gli scintillii squillanti di Bell Tower, il lento ondulare e frangersi di Great River, l'incalzare vorticoso di Takla Makan Desert, il luccichio sinistro di Silver Moon), compaiono anche brani più metafisici, dedicati a stati d'animo o a entità astratte, nei quali si realizzano le sonorità più anomale (l'immane fluire di Time, le dissonanze percussive di Bodhisattva, il senso di vuoto di Year 40080).

La Silk Road Suite per orchestra sinfonica che ne è stata tratta la traspone rinunciando all'elettronica, alterando l'ordine dei movimenti e aggiungendone altri. Si inizia con l'aria trionfale alla Morricone di Tienshan, che ha analoga appendice in Journey, intriso di nostalgia e fatalismo. Il tema di Silk Road si dipana soave e vellutato per introdurre l'epica galoppata di Fragrance Of Nature e tornare in forma di variazioni melodiche per diversi strumenti (clavicembalo, violini, trombe, arpe e così via). Dopo aver passato in rassegna Flying Celestial Nymphs e Everlasting Road, la suite si conclude con la nuova Sunset, ancora una fanfara trionfale, e con la solenne elegia di Sand Dance.

Tunhuang è l'album in cui il suo stile descrittivo diventa assolutamente pittorico, come in Lord Of Wind, in cui il vento è reso attraverso il tintinno e i soffi delle tastiere in maniera del tutto sintetica, o in Flight, in cui la suspence rallentata delle tastiere dà la sensazione del librarsi in cerchi altissimi. L'impressione è, però, che il ricorso al descrittivismo serva a compensare il progressivo inaridimento dell'ispirazione melodica.

I dischi del periodo americano hanno proseguito con puntuale scadenza annuale la saga del mistico elettronico giapponese: Ki, con l'inno solenne e pomposo di Clouds In The Sky; Millennia, con la tenue poesia per flauto e violino di Cosmic Love che trascende in un sinfonismo marziale; India, con il delicato flamenco per violino tzigano e arpa di Caravansary che s'infiamma in una struggente melodia mediterranea per sintetizzatore e mandolino; Silver Cloud, con la struggente, "caykovskyana" Earthborn, l'apoteosi orchestrale e corale più faraonica forse della sua carriera.

Questi dischi hanno ripetuto all'infinito in modo sterile le atmosfere languide e raffinate delle sue fiabe millenarie, fino alla banalizzazione di Tenku e The Light Of The Spirit (l'album super-prodotto con l'aiuto di Mickey Hart, a partire dal quale comincia a canticchiare sulle musiche e che contiene il classico The Field).

Man mano che l'ispirazione si prosciugava, le ambizioni aumentavano: Kitaro ambiva sempre più a una posizione nel firmamento dei compositori classici, ma senza rinunciare agli ingenti introiti del circuito pop. Che ciò portasse a una progressiva spersonalizzazione della sua musica era già evidente in brani come Mirage (da Tonko), quasi clavicembalistica, degna di un madrigale rinascimentale, ma sempre con quella weltanschaung apocalittica, o Moonstar (da Tenjiku), sempre più prossima alla musica classica occidentale, a un adagio barocco che sboccia in una pomposa fanfara alla Morricone.

La pompa e lo spiegamento di mezzi di Kojiki (l'opera basata su antichi testi sacri shintoisti) e Dream (con Jon Anderson al canto) sono talvolta inversamente proporzionali alla qualità.

In effetti Kitaro ha coltivato con grande abilità una musica da camera dai timbri occidentali che fa ricorso a strumenti classici come violino e flauto, ma piegata a ritmi e melodie tipicamente orientali, con il sintetizzatore in duplice funzione di guida melodica e di orchestra. Le composizioni, che sembrano statiche, sono in realtà in perpetuo movimento, in frenetico crescendo, prendono forma dalla sovrapposizione o successione metodica di strumenti, fondendo in tal modo arte orientale e occidentale. Il crescendo eroico, spesso di proporzioni wagneriane, è proprio il suo mezzo espressivo più tipico. Ciò non toglie che la musica conservi la sua essenza di preghiera, di salmo, di laude francescana alle meraviglie del creato, radiosa e ottimista, nell'ottica di un'elettronica non disumana e apocalittica, ma anzi umana e positiva, che sa armonizzare tanto le melodie pastorali del flauto quanto i patetici lamenti del violino.

Ideale complemento a qualsiasi testo sulla meditazione orientale, la musica di Kitaro ha una qualità pittorica che la distingue nettamente da tutta la musica elettronica rock. Il processo di internazionalizzazione della sua musica pare però inesorabilmente destinato a farne il Morricone della new age.

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