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La pianista californiana Liz Story (1957), educata alla Juilliard e ad altre
prestigiose scuole musiciali, si è ritirata in Arizona, in cima a una montagna. Quando George
Winston diede il via alla moda dei dischi di solo pianoforte, fu una delle prime a seguirne le orme, con
uno stile appena più jazzato. Poco propensa all'improvvisazione, ha assimilato la lezione di
Keith Jarrett
ma non la sua fenomenale tecnica.
In Solid Colors le sue sonate riecheggiano musica sacra e profana,
oscillando con malcelata vanità fra melodia e dissonanza.
Temi semplici (Wedding Rain, Without You) e passaggi organizzati
in forma di fantasia melodica (Water Caves, Things With Wings)
davano una veste umile a compositioni tutt'altro che banali.
Unaccountable Effect scelse decisamente l'introspezione lirica
(Mostly The Hours, My Heart Your Heart)
e si tuffò nell'ambiente domestico con Deeper Reasons e
Devotion.
La lunga Unaccountable Effect (una collaborazione con Mark Isham al sintetizzatore)
sposta la sua musica nell'ambito della musica da camera elettronica,
mentre altrove (Rope Trick, Leap Of Faith) la complessita`
delle sue partiture rimanda alle sonate di Schubert e Schumann.
Parts Of Fortune aprì la parentesi commerciale, ovvero
quella di un sound con arrangiamenti da camera pomposi (Myth America e Ana).
Nonostante alcune composizioni di rilievo (Toy Soldiers,
The Elephant Trainer, Reconciliation), il disco e` il piu`
"leggero" della prima fase.
Sia questo disco
sia il successivo All Things Considered rischiano però di soffocare sotto la coltre di
violoncello, violini, percussioni e coro.
Il ritorno alla melodia semplice con Speechless fruttò
alcune delle sue pagine più poetiche, in particolare nelle cinque
grandi fantasie melodiche che costituiscono il cuore del disco:
Welcome Home, Vigil, Forgiveness, Hermes Dance, Speechless.
Qui si sublima la sua arte di filosofa barocca con la profondita`
femminile di una Joni Mitchell.
Escape Of The Circus Ponies trovo` un magico equilibrio fra Keith
Jarrett (la lunga Another Shore) ed Eric Satie (la title-track), fra
lirismo cantabile (il gran finale di The Empty Forest), enfasi
pseudo-sinfonica (Broken Arrow Drive) e
festosa frivolezza (The Sounding Joy),
senza peraltro rinunciare alla metafisica di Speechless
(con picchi eruditi in Church of Trees e Incision).
My Foolish Heart è una raccolta di standards del
jazz. The Gift (Windham Hill, 1995) e` un album natalizio.
Liz Story e` cresciuta in California ma vive da anni in Arizona. Appartiene
alla prima generazione di pianisti new age, quella dei George Winston.
Con i primi sei album, fra il 1982 e il 1990, si impose fra i pianisti new age
piu` melodiosi e cristallini, appena lambita dall'improvvisazione jazz.
Le sue partiture avevano qualcosa del tepore domestico, anche quando il
pianoforte era accompagnato da arrangiamenti quasi orchestrali.
A partire da "My Foolish Heart", nel 1992, Story si era invece "ritirata" come
compositrice e si era limitata a arrangiare musiche altrui. Con
17 Seconds To Anywhere (1998) torno` invece nelle vesti di
compositrice.
"E` un disco per me molto importante, perche' e` il primo di materiale
originale registrato in quasi otto anni. Ho sentito il bisogno di scrivere
la mia musica, forse soprattutto per verificare se ho trovato la mia vera voce.
Sono rimasta sorpresa nel constatare che la mia voce non e` cambiata molto.
Piu` o meno suono ancora come suonavo quindici anni fa.
E` stato interessante, insomma, scoprire che la mia vera voce e`... la mia voce!
Mi sarei aspettata invece un cambiamento drastico, visto come la mia vita e
la mia carriera sono state colme di insegnamenti. Questo album e` in pratica
una firma che appongo alla mia carriera. E` me stessa. Ma giuro che e` tutto
materiale attuale. Molte delle composizioni sono recenti, qualcuna risale a
qualche anno fa. Ma in tutti i casi la versione definitiva e` stata costruita
pazientemente negli ultimi mesi."
"Ho studiato musica classica, ma a lungo non riuscivo a pensare di me stessa
come una performer. Eppure fin da bambina avevo l'atteggiamento del compositore,
in quanto non riuscivo mai a completare un brano cosi` com'era stato scritto,
finivo sempre per cambiarlo un po'. Pochi pezzi mi piacevano cosi` com'erano
Chiamala "mancanza di disciplina". Mi piace guardare grandi pianisti suonare,
ma non mi sentivo in grado di fare la stessa cosa, richiedeva una disciplina
di cui non ero capace. Oggi so qual'era il problema: c'e` un livello di
intimita` che puoi avere soltanto con la tua musica. La tua musica e`
intima perche' la conosci da dentro. Comunque sia, decisi che sarei diventata
una storica della musica, non una musicista.
Cominciai a scrivere musica per caso: stavo studiando a Los Angeles e decisi
che, non essendo una brava compositrice, era meglio se mi trovavo un lavoretto
in un ristorante e cominciavo a eseguirmi davanti a un pubblico piccolo e non
colto. Mi tocco` di improvvisare a un pianoforte scalcinato e quella fu la
mia fortuna, perche' su quel pianoforte non potevo eseguire nulla di cio` che
avevo studiato, ero costretta ogni sera a comporre qualcosa di mio.
Imparai anche che c'e` una differenza fra suonare per te stessa e suonare
per altri: quando suoni per te stessa, stai provando, stai imparando, stai
perfezionando lo stile; quando ti siedi davanti a un pubblico, usi lo stesso
accordo che hai provato e riprovato, ma questa volta ne fai qualcosa di
ascoltabile anche per loro. C'e` uno spirito che ti guida, c'e` una forza
della comunicazione a cui non puoi resistere. Durante
quei mesi in quel ristorante trovai la mia voce. Naturalmente scelsi il
linguaggio che conoscevo meglio, quello tonale della musica classica.
Pensavo che una volta maturata avrei trovato una voce completamente diversa.
E, quando cominciai a lavorare agli standard, pensavo proprio quello,
che lavorando agli standard avrei trovato la mia vera voce.
Ascoltavo anche molta avanguardia ed ero pertanto convinta di potermi
spingere oltre la semplice musica tonale dei miei esordi.
Invece, sorpresa, continuo a fare la stessa musica, quella e` la mia voce!
All'inizio cerchiamo sempre di imitare cio` che ci piace. Io fui fortunata che, grazie a quel piano sbilenco, non ebbi quella possibilita`.
Oggi quando compongo non ho davanti un pubblico, ma me lo immagino.
Se immagini che ti stiano osservando, assumi immediatamente una certa eleganza,
un po' per timidezza un po' per rispetto degli altri."
17 Seconds To Anywhere (Windham Hill, 1998) contains the
vibrant pop-jazz theme Captain April and a couple of
almost mechanical melodies, 17 Seconds To Anywhere and Beginners Mind.
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