Ingram Marshall
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Fragility Cycles (IBU, 1976) **
Fog Tropes/ Gradual Requiem (New Albion, 1983) ****
Three Penitential Voices/ Hidden Voices (Nonesuch, 1990) **
Alcatraz (New Albion, 1992) ***
Evensongs (New Albion, 1997) *
Dark Waters (New Albion, 2001) ***
Ikon and Other Early Works (New World, 2000) *
Kingdom Come (Nonesuch, 2001) ***
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Ingram Marshall (1942), musicista newyorkese discepolo di Ussachevsky al Columbia-Princeton Electronic Music Center, poi trasferitosi al California Institute of Arts sotto l'egida di Subotnick, venne illuminato dalle musiche di Giava e di Bali.

Nei Fragility Cycles del 1976, parte dei quali compariranno poi anche su Ikon and Other Early Works (New World, 2000), Marshall elabora elettronicamente ("ritardandoli" con un tape-delay) i suoni di un flauto gambuh, un canto in falsetto e i clangori di un pezzo di ferro.

Ispirandosi ai suoni onirici e prolungati di quelle culture, e impiegando in maniera radicale la tecnica di alterare i suoni acustici tramite il delay, realizzò un imponente Gradual Requiem (1979) che sposa il minimalismo iper-cromatico di Riley ai cupi continuum di Ligeti, ottenendo atmosfere che rasentano quelle delle sinfonie cosmiche di Schulze e l'apoteosi finale di A Saucerful Of Secrets. Il terzo movimento recupera poi elementi delle musiche etniche secondo criteri affini a quelli delle "musiche possibili" di Hassell e innesta su di essi un carillon per mandolino e pianoforte. Il quarto movimento esplora il canto stazionario dei mantra, ma come lasciato echeggiare in una caverna, a rasentare l'ululato più feroce, fino a immergerlo in un ronzio cosmico che lo dilata in altre dimensioni.

Più "indonesiane" ancora sono le piece Fog Tropes (per sestetto di ottoni e suoni concreti), Alcatraz (per porta metallica di cella lasciata sbattere) e Woodstone, che si nutrono di lenti crescendo di linee melodiche riverberate all'infinito. Marshall approda così a una forma musicale sempre più rarefatta e ineffabile, molto prossima alla musica "discreta" di Eno.

Rocco Stilo scrive:

L'album e` stato riedito come Fog Tropes/Gradual Requiem/Gambuh (New Albion, 1988) Poichè non è verosimile che la stessa casa discografica abbia rieditato nel giro di pochi anni tale e quale un disco del genere, se ne deve dedurre che il terzo brano, che ha comportato il nuovo titolo, fosse assente dall’edizione del 1983. Il titolo del brano «Gambuh I» (18 minuti), che vede Marshall come unico musicista, rimanda com’è noto a uno strumento a fiato le cui sonorità sono vicine al flauto. Essenzialmente Marshall propone un continuum «ligetiano» che è il frutto di «saggi sul tema» risalenti già al 1972, e che hanno subìto continue rielaborazioni. Lo strumento, elettronicamente «pilotato», viene inserito in un contesto impressionistico che, più che alla «trance mistica», fa pensare all’immobilità, e che solo in un’occasione, verso il settimo minuto, si diparte da questo «immane silenzio» per suggerire gli spazi siderali; si tratta però di un solo bagliore, perchè il tutto si rituffa poi nel «nulla». Il livello qualitativo del disco ne esce senz’altro consolidato.

Other compositions of this period include Voces Resonae (1984), for ensemble and soloists manipulated through digital delay processing.

Le Three Penitential Voices (1986), note anche come Eberbach (1986), costituiscono il testamento estremo di questo suono immanente: la prima parte fonde i riverberi di un sassofono all'interno di una chiesa, le campane della chiesa e il canto di Marshall in un continuum monolitico che procede per variazioni quasi impercettibili; la seconda produce dagli stessi materiali una musica di spirito diamentralmente opposto, quasi angelica; al contrario la terza e ultima parte è una sonata per tastiere dai toni accessi e vibranti, tumultuosa e dinamica, una sorta di personale Rainbow In Curved Air.

Hidden Voices (1989) è un requiem per soprano ed elettronica costruito elaborando lamenti funebri dell'Europa Orientale (secondo una tecnica di live processing che ricorda Stockhausen) e sovrapponendo una soprano che intona un inno religioso.

La suite di Alcatraz espande il pretesto del brano omonimo di qualche anno prima, orchestrandolo per sintetizzatori, pianoforte, flauti balinesi e rumori "trovati" nella Baia di San Francisco e nelle celle della celebre prigione.

Marshall è un compositore minimalista che avvicina le tecniche iterative alla spiritualità orientale.

His orchestral compositions include Spiritus and Sinfonia Dolce Far Niente. His chamber works include Evensongs and In my Beginning is My End, both featured on Evensongs (New Albion, 1997). His electroacoustic compositions that feature live processing include Peaceable Kingdom (1990), for chamber orchestra and samples of a funeral procession, Sierran Songs for voice and percussion, Hymnodic Delays, for four solo voices, Holy Ghosts, for oboe d'amore, etc.

Rocco Stilo scrive:

Evensongs (New Albion, 1997) rivela un versante scarsamente evidenziato nella spaziatissima produzione di Ingram Marshall, qui in veste esclusiva di compositore che affida le sue musiche a due prestigiosi ensembles statunitensi, il Maya Quartet (Amy Kuhlman Appold e Timothy Shiu al violino, Elizabeth Oakes alla viola, Kenneth Law al violoncello), che esegue l’iniziale Entrada e le due composizioni che intitolano il disco, e il Dunsmuir Piano Quartet (Ronald Copes al violino, Roxann Jacobson alla viola, Jennifer Culp al violoncello e Justin Blasdale al pianoforte), cui è dovuta l’esecuzione di In My Beginning Is My End.
I brani proposti hanno avuto una lunghissima gestazione, protrattasi per dodici anni prima di venire quagliati definitivamente in un’opera che conferma Marshall come uno dei più interessanti e sottovalutati musicisti contemporanei. Lo spunto iniziale, per indicazione dello stesso Marshall, viene fornito da componimenti religiosi (inni) o anche classici (lied di Schubert). L’iniziale Entrada funge opportunamente da ponte per quanti hanno conosciuto l’artista esclusivamente nell’ambito della elaborazione elettronica: il pathos disegnato dagli archi che sovrastano il tema minimalistico del violino viene accentuato dalle «dilazioni» del sintetizzatore, producendo un flusso sonoro di coinvolgente effetto. Il resto del disco è però un collage di variazioni acustiche in cui sono gli archi i principali o gli esclusivi protagonisti. I due Vespri che intitolano il disco si dipanano per circa mezz’ora, suddivisi in tre sezioni ciascuno, dove si ascolta sempre il tema iniziale, introdotto dal carillon, presto scomposto e cammuffato dalle dissonanze degli archi, senza mai sfociare però nella vera e propria atonalità. Il primo vespro, Steal Across the Sky, ha un incipit struggente e crepuscolare al tempo stesso, con continue variazioni nei movimenti di tempo: meditazioni innodiche, così le definisce l’autore, e in tale dimensione difatti, alternandosi  nelle fasi convulse e in quelle più pacate e talvolta gioiose, evolvono le tre sezioni (Prelude/Now the Day, Now Canons e Abide Canons), pur prive di un’autentica connotazione minimalistica. Non dissimile l’impostazione dell’altro vespro, Fast Falls the Eventide, forse più compiuto del primo, e che, se complessivamente più intimistico e meditabondo (l’iniziale A Frozen Moment), viene in più punti inframezzato da un alternarsi assai rapido di toni drammatici e altri più giocondi; in pratica, Marshall non dà modo all’ascoltatore di abituarsi nè a climi nè a temi, cambiando frequentemente le carte in tavola, riuscendo però, e sta qui il suo mestiere, nell’intento di offrire il senso generale di una dimensione religiosa e interiore. I due movimenti di In My Beginning Is My End, la composizione affidata al Piano Quartet, vennero ideati inizialmente come trio nel 1986 e riveduti come quartetto 8 anni dopo. Compito del pianoforte sembra essere quello di suggerire un tema, per poi lasciare che gli archi passino in primo piano e lo sovrastino fra dissonanze e momenti di quiete e silenzio: sono i 13 minuti del primo movimento (un moderato cantabile), dove le variazioni tematiche sono ancora più frequenti, più sofferte e concitate nel finale; episodio fra i più salienti del disco è però il secondo movimento (definito slow stately), un insieme di variazioni che riprendono inizialmente il tema della Entrada, ora meno cosmico ma più interiore, con il pianoforte in contrappunto rispetto agli archi.
Nel rivelare l’inattesa versatilità dell’artista, Evensongs lo conferma fra i più seri e interessanti del panorama attuale; la sua musica attende però di vedersi riconoscere il dovuto apprezzamento.

On Evensongs (New Albion, 1997) Marshall writes:

The music recorded herein ranges over a twelve year period; most of it is imbued with strains which will be recognizable to many. For me the research into memory is an important tool in my compositional workshop. We are, all of us, always searching our past in an attempt to understand the present. I think this is especially useful for the artist.

The opening work, Entrada (At the River), is based on a fragment for string quartet, amplified with electronic delays, conceived in 1984; it is a process of gradually revealing itself.

The Piano Quartet (In My Beginning is My End) originated as a trio (no viola) and was written for the then Dunsmuir Trio in 1986-87. It was commissioned by my longtime friend and supporter, David Rumsey. By the time this recording bacame a possibility, the Dunsmuir had become a quartet and Jennifer Culp, the cellist, an old and dear friend, suggested that my trio might be "improved" as a quartet. And it was. The revision was done in 1995. At the time of rewriting it I was reading Elliott's Four Quartets and the title seemed appropriate.

The first movement has no conscious references in it; it was a spontaneous invention composed in rough form shortly after the birth of my son in 1986. The second movement, which might be considered a set of variations, dwells on two hymns, both quite well known.

The string quartet, Evensongs, is really a collection of pieces, hymnodic meditations, concerning the crepuscular. Its six sections are bound together in two "movements." They were, mostly, written in 1991-92 in anticipation of a workshop collaboration with the Stuart Pimsler Dance Theater in Minneapolis. Working with a local string quartet, Stuart and Susanne Costello created a dance theater work around some of the music; it was called "Hymn of Two Embraces." Also involved in that collaboration was the sculptor Carol Parker, whose intensely personal work has always been an inspiration to me; to her we owed the idea of using in the performance the chorus of music boxes, which now appear in the string quartet at several points; the child's voice, heard in these tape collages, is that of my then five year old son, Clement. In several ways, this music is about childhood, or more specifically, is a reflection on the mirror of childhood one sees in one's own children.

For those who think of me mainly as a composer of tape and/or electronic music, which is understandable in light of my discography, this music presents another side. Although there is some electronic processing in Entrada and a bit of tape collage interjection in Evensongs, this is "musica acustica." Yet, I like to think that my treatment of purely instrumental sound is not so different from that of taped and electronic sources.

I riconoscimenti e l'attenzione della critica che aveva ampiamente meritato sono finalmente giunti per Marshall, e grazie anche ai premi ricevuti, come egli stesso afferma, è stato possibile poter pubblicare i tre lavori che compongono Dark Waters (New Albions, 2001): Dark Waters (1995), for english horn and tape, Holy Ghosts (1999) for oboe d’amore with live digital delay processing, the dance piece Rave (1995). Il disco ne conferma da un lato la versatilità e la sobrietà, e dall’altro ne evidenzia una maturità che fa di Dark Waters, probabilmente, il suo disco più importante, perlomeno fra il materiale finora pubblicato, perchè Marshall ha scritto diverse altre composizioni che attendono di essere pubblicamente rilasciate.
        I notevoli risultati ora raggiunti vanno in gran parte ascritti alla preziosa collaborazione di cui si è avvalso, nella fattispecie la splendida Libby Van Cleve, considerata fra i principali oboisti contemporanei, e presente nei due brani iniziali, rispettivamente all’oboe basso (o corno inglese) e all’oboe d’amore. L’idea per i 17 minuti dell’iniziale title-track è stata ispirata a Marshall da frammenti di Sibelius su un 78 giri degli anni ‘20, in cui le tonalità basse dell’oboe vengono filtrate e rielaborate per dar luogo a una musica grave ma non austera, a tratti pastorale e a tratti meditabonda, e tra le cui pieghe riemergono momenti di struggente intensità emotiva, a suggerire il senso del fatale e dell’ineluttabile. Magistrali i risultati ottenuti da Marshall nell’amalgamare l’acustico al mezzo elettronico.
        Gratificata da questi risultati, la coppia decise di ritrovarsi dopo sei anni per un nuovo lavoro, rifinito lo scorso anno, Holy Ghosts, 18 minuti suddivisi in tre parti, e il cui punto di riferimento stavolta è la musica barocca, e precisamente, per indicazione di Marshall stesso, la Messa in Si Minore di Bach, riconoscibile nei momenti iniziali del primo e del terzo movimento. Il tema viene però presto rielaborato da riverberi e sovraincisioni cui Marshall sottopone l’oboe d’amore, cosa che inevitabilmente richiamerà quelli analoghi al sassofono di Riley; per quanto l’accostamento non sia tutto da respingere, qui è l’impronta originale di Marshall ad emergere prepotentemente, per dar vita a una musica ipnotica e sognante, dall’andamento circolare, infine evolventesi in effetti onirici e al limite di una trance particolare. Nella parte centrale vi è anche spazio per le tematiche indonesiane che tanto hanno interessato il Marshall degli anni ’70.
        Risalente al 1995 è invece l’ultimo pezzo, Rave, commissionato per il balletto Raving in the Wind della coreografa Josa-Jones, e che vede Marshall esclusivo protagonista in un puro esercizio di elettronica che rappresenta quasi una scommessa con se stesso: il tema è quello dei richiami di uccelli, e la si direbbe una musica che vuole essere tale a tutti i costi, quagliando nella parte centrale grazie ai campionamenti strumentali balinesi che si fondono con le imitazioni dei versi degli animali; impatto certamente ostico per un brano che richiede diversi ascolti per venire assimilato a dovere.
 

Kingdom Come (Nonesuch, 2001) contains the requiem Kingdom Come (1997) for orchestra and tape, that processes Christian and Islamic sacred music in an orchestral setting reminiscent of Dark Waters, and the four Hymnodic Delays (1997). Fog Tropes II (1993) is an arrangement of Fog Tropes for string quartet and tape.

Rocco Stilo scrive: Kingdom Come (Nonesuch, 2001)

A breve distanza da Dark Waters, Marshall tira fuori dal cassetto altre tre composizioni concepite già tempo addietro, pur se registrate solamente lo scorso anno. Kingdom Come appare così una summa esemplificativa della concezione musicale di Marshall, e insieme al precedente disco si colloca in una dimensione sinfonica e meno spartana di altre sue opere.
Kingdom Come (1997) venne composto in memoria del cognato, giornalista inviato in Bosnia dove trovò la morte dilaniato da una mina nel 1994. Commissionato dall’American Composers Orchestra, da cui venne eseguito per la prima volta nel 1997 allora sotto la direzione di Dennis Russell Davies, e qui invece sotto quella di Paul Lustig Dunkel, si evolve presto in un poema sinfonico ed elettronico ricco di idee tematiche e di climi suggestivi, che, per quanto già tratteggiati dall’autore stesso nella descrizione che ne dà, possono rievocare sensazioni differenti: assimilare un brano del genere richiederà forse parecchio tempo, per quanto sia sbalorditivo che, come già tante altre volte, lo spunto venga dato da un tema qualunque. La tensione sinfonica aumenta via via con l’ingresso del coro e poi dei singoli cantori; sembra incombere il senso della morte e del grandioso al tempo stesso, sottolineato da improvvisi e drammatici crescendo, ma capace alla fine, con il librarsi di un canto commosso che sorge dal pathos musicale, di lasciare una sensazione di composta rassegnazione.
I quattro Hymnodic Delays, risalenti anch’essi al 1997, vennero commissionati dall’Hopkins Center del Dartmouth College, e affidati a un theater of voices diretto da Paul Hillier (baritono, che già lavorò con Marshall nelle Sierran Songs), e composto inoltre da Ellen Hargis (soprano), Steven Rickards (controtenore) e Paul Elliott (tenore). I canti religiosi provengono da compositori del ‘700. L’elaborazione elettronica, come suggerisce il titolo, consiste nella manipolazione delle voci, ora «dilatate», ora «ritardate», ma di originale effetto. Cori a cappella che si susseguono, che appaiono e scompaiono piano piano; voci bianche che sorgono, inneggiano e si inframezzano, il tutto in un’atmosfera che infonde un’intonazione di maestosa religiosità. Notevoli tutti i brani, ma su tutti il terzo, Swept Away, giocato su continue variazioni nel volume e nel ricambio vocalico, in un succedersi di «voli» verso il sublime.
L’ultimo brano, Fog Tropes II, deve il nome al suo essere una rielaborazione di uno dei più noti brani dell’artista, quel Fog Tropes risalente in prima stesura al 1982, scritto allora per sestetto di ottoni e registrazioni, e qui ripresentato sostituendo gli archi agli ottoni stessi, commissionato dal Kronos Quartet ed eseguito in «prima» a Londra nel 1994, quando il quartetto si componeva dei due violini David Harrington e John Sherba, di Hank Dutt alla viola e Joan Jeanrenaud al violoncello. Ne risulta una composizione di stampo prettamente sinfonico e che rinuncia all’impostazione spartana di un tempo, in favore di un clima più teso, costantemente in bilico fra crescendo e diminuendo, su cui aleggia un’aria di mistero.
Eppure in tutto il disco la presenza di Marshall si mantiene sorprendentemente «discreta» e soggiacente; l’artista si fa da parte e lascia che la musica parli per lui; alla fine sembra che tutto ciò non sia opera di una mente umana, e del resto l’autore così avverte:

Savage Altars (2006) contains the 16-minute Soe-pa for solo guitar with digital delays and loops as well as the 20-minute Savage Altars for choir.

Orphic Memories (2007) revisits the descent of Orpheus to hell but is also a tribute to Marshall's own musical memories, quoting from Sibelius, Beethoven, Arvo Part, John Adams.

September Canons (New World, 2009) collects four compositions: September Canons (premiered in 2002), Peaceable Kingdom (premiered in 1990), the gamelan fantasia Woodstone (composed in 1981), and The Fragility Cycles (composed in 1980) for Balinese flute, synthesizer and live electronics.

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