Mnemonists
(Copyright © 1999 Piero Scaruffi | Legal restrictions - Termini d'uso )
Mnemonist Orchestra (Dys, 1979) 8/10
Some Attributes (Dys, 1980) 6/10
Horde (Dys, 1981) 6.5/10
Biota (Dys, 1982) 7/10
Gyromancy (Dys, 1983) 6.5/10
Biota: Rackabones (Dys, 1985) 7/10
Biota: Bellowing Room (Recommended, 1987) 6.5/10
Biota: Tinct (Recommended, 1988) 6.5/10
Biota: Awry (Recommended, 1989) 6/10
Biota: Tumble (Recommended, 1989) 6/10
Biota: Almost Never (Recommended, 1992), 6/10
Biota: Object Holder (Recommended, 1995), 6/10
Biota: Invisible Map (Recommended, 2001), 6.5/10
Biota: Half a True Day (2007), 6.5/10
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Colorado-based Mnemonists, later renamed Biota, were among the earliest avantgarde groups that engaged in chaotic collages and harked back to abstract, dadaistic art. They assembled wild assortments of sonic events on albums such as the monumental Mnemonist Orchestra (1979), Biota (1982) and Rackabones (1985) that ran the gamut from classical music to sheer noise.
This article was originally written for an Italian-language book. If English is your first language and you could translate the Italian text, please contact me.
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I Mnemonists sono un collettivo elettronico formato a Fort Collins (Colorado) da William Sharp e altri amici (alcuni musicisti e altri artisti visivi) i cui album contengono forsennati, animaleschi collage di suoni sintetizzati. Il loro sound e' il corrispondente in modulazione elettronica del "wall of sound" spectoriano, qualche decibel piu' su. Il tono medio e' decisamente drammatico ed oppressivo e raggiunge spesso livelli di tensione insostenibili, come in un kammerspiel o in una commedia dell'assurdo.

In Mnemonist Orchestra sono in tredici: tromba, trombone, sax alto, chitarra, piano, basso, voci, percussioni, eccetera. Mark Derbyshire e' il manipolatore di nastri che mette insieme le centinaia di frammenti liberi; Bill Sharp e' l'ideologo e il portavoce. I quattro movimenti della sinfonia si svolgono in modo assolutamente caotico e scoordinato, elementi sonori indipendenti e casuali si succedono rapidamente: monologhi, improvvisazioni jazz, distorsioni di sottofondo, rumori di giocattoli, sventagliate di elettronica, e cosi' via all'infinito. Input e' l'archetipo: strumenti e voci libere alla Art Enseble Of Chicago, con le trombe clownesche, gli altri strumenti che si accordano con indifferenza e nonchalance, distorsioni chitarristiche, scampanii. In Vulnerable il pigolio di un sax in un tornado elettronico sfocia in un demenziale hard-rock per chitarre scordate con conciliabolo frenetico e dissonante dei fiati. In Corrosive una tenue sonata per pianoforte viene investita da una caotica jam di free jazz. Il capolavoro e' Stasis, un altro delirio sconnesso di fiati su un tappeto percussivo fatto di gong casuali, di oggetti spezzati, di ticchettii d'orologio, di lamiere battute; un'orgia decadente di suoni sgretolati. Sono piece dell'assurdo che devono piu' al jazz d'avanguardia che al rock o all'elettronica. Il loro paranoico rituale si sviluppa secondo un filo emozionale ben preciso, un gesticolare convulso che conduce al collasso psichico attraverso una progressiva rarefazione del materiale.

Some Attributes Of A Living System (in sedici e con un arsenale di strumenti da orchestra sinfonica) e' un summa della "junk culture". Il primo disco contiene ventidue Fragments comprendenti: musica da camera elettronica (1), assolo di violoncello su cacofonie assortite (2), concerto per musica concreta (4), sonate per commercial televisivi (6), jam di free jazz con collage di fonemi (5), assoli surreali di sassofono alla Coxhill (8, 10, 12, 17), recitazioni dell'assurdo con rumori (9), sonate per distorsioni (14), per oggetti spezzati (16), per elettronica alla Subotnick (18), per corde e campanelli (19), fino a terminare in un lungo ululato agonizzante di violoncello nel nulla (22).

(I due album sono stati ristampati insieme nel 1984 in un doppio).

Horde (in nove), portando all'estremo questa tecnica, e' una sinfonia di musica concreta. L'opera inizia con un cicaleccio babelico che sfuma lentamente in un vortice elettronico-percussivo via via piu' violento e sconnesso. Da quel caos emerge una fanfara jazz-minimalista scorticata dalle stecche delle chitarre. Segue un austero pezzo rumoristico da camera che degenera in un confuso borboglio elettro-pneumatico. La seconda parte e' aperta da fischi e onde subsonici che poi tramutano in un coacervo di pulsazioni meccaniche. Un saltarello medievale apre il dimesso finale di musichette popolari in cui sembra scomparire l'ultima traccia di sentimenti umani: una serie di boati sconvolge il paesaggio ora quasi silenzioso e un turbine di nastri lanciati a velocita' folle spazza via ogni residua speranza di civilta'. Horde e' uno shock terapeutico piu' realista e profetico dei precedenti, un requiem per l'olocausto atomico che incombe.

Non stupisce allora che Biota sembri invece una suite futurista cupa e minacciosa, un'ode tragica alla civilta' delle macchine. La novita` e` la riscoperta di strutture tonali.

This 41-minute electronic poem exhibits the quality of an orchestral work. It shuns the episodic nature of a musique-concrete collage as well as the wild nature of a free-jazz jam, opting instead for a form of abstract soundpainting. An ominous blend of rumbling and creaking noises lays the foundation for a landscape that evokes science-fiction worlds teeming with android life. The second movement (13 minutes from the start) is a gargantuan wall of noise spiraling out of control. The B-side opens with the intense buzzing of a jungle that soon mutates into the hissing of high-tension wires and finally decays into a last long breath. The fourth movement indulges in a cacophonous freak-out jamming but soon (nine minutes into the B-side) the music returns to the cosmic dimension, this time with an elusive electronic whirlwind. This in turns slows down and warps until it yields a simple carillon-like melody that is smothered in the last few minutes by a sudden invasion of squealing aliens.

Rimasti in sei, i Mnemonists pubblicano Gyromancy (Dys, 1983 - ReR, 2005), suonato interamente con strumenti acustici, ma torturati elettronicamente fino ad essere resi irriconoscibili, che costituisce al tempo stesso il loro manifesto piu' radicale ed analitico e il loro lavoro piu' accessibile.

Gyromancy (Dys, 1983 - ReR, 2005), a 39-minute piece recorded by a line-up of six musicians, and entirely played on acoustic instruments (piano, cello, guitar, vass, viola, sitar, harpsichord, bagpipes, clarinet, trombone, percussion and many others), although electronically tortured to make them unrecognizable, was their most radical and analytic work yet, but also the most accessible up to that point. The symphony begins in a subdued mode, unleashing several incoherent drones and unrecognizable noises. As the volume intensifies, the drones expand. After 14 minutes the "music" comes to a pause. Electronic processing dissolves the identities of the instruments and leaves in their place only a dark nebula of sound. Slowly, during side B, individual elements become discernible again, although they are now only warped mirror images of the instruments that produced them. This faceless, anarchic and percussive flow of events is progressively accelerated until it becomes a frantic orgy that makes everything coalesce into an organic and terrifying buzzing noise. The music collapses again after 13' of side B, and never quite resurrects, content of slowly burning off the few parts that are still alive.

Rackabones, un doppio composto da due suite suonate con fiati, archi e percussioni elaborati elettronicamente, e' il piu' vicino alle opere degli ensemble elettronici. La prima suite, Vagabones, e' una lugubre danse macabre dell'era industriale, sorta di incrocio fra i rituali cacofonico-percussivi dell'AEOC, le piece surreali a ritmo tribale dei Pere Ubu e gli inintelleggibili magma fonetici dei Residents; la sua seconda parte indulge in un cerimoniale ancor piu' minaccioso, ancor piu' ricco di effetti percussivi, di fanfare sconclusionate, di assoli deformi, di contrappunti stonati, di armonie grottesche, di ritmi primitivi, di rumori gratuiti, che mimetizza la folle cinematica dei collage in un turbillon di citazioni e allusioni (che non diventano pero' mai verita'). Immersa in un clima di angoscia e tensione, l'altra suite, Rackabones, rasenta la sarabanda stregonesca, fra cadenze valpurgiche, sortilegi mormorati da cori assatanati, visioni infernali di elettronica borbogliante e miasmatica, stridori di fantasmi in lontananza. Fra un raga degli abissi crivellato di urla gutturali e una sonata per percussioni e dissonanze, fra un tempestoso vortice elettronico e una stasi quasi mantrica, la suite si avvia verso un finale di catalessi cosmica. Imponenti, pantagrueliche e terribili, Vagabones e Rackabones danno la morale di cinquant'anni di sperimentazione musicale.

Abbandonata la forma-collage e l'approccio documentaristico, la composizione e' ora fortemente unitaria, potentemente drammatica, altamente coesiva. Per quanto caotico, casuale e dissonante, l'insieme ha uno sviluppo tematico e assimila ogni suono in una sceneggiatura compiuta. La quantita' di eventi e' comunque impressionante: ogni minuto di musica e' un catalogo illimitato di possibili suoni. Il clima, a sua volta, e' da post-apocalisse, quando non esistono piu' reperti di civilta' linguistiche ma soltanto un de/grado astratto di gestualita' futuribile-primordiale.

I Mnemonist diventano Biota dopo lo scisma che lascia il titolo "Mnemonists" alla troupe teatrale di accompagnamento, La formazione, che ha perso Derbyshire e si e' stabilizzata attorno a Bill Sharp, Mark Piersel, Steve Scholbe (sassofoni e clarinetti), Larry Wilson (percussioni), Gordon Whitlow (strumenti acustici), comprende ora anche Randy Yeats e Tom Katsimpalis, che in passato si erano occupati della parte coreografica. Bellowing Room e' una lunga suite di quaranta minuti quasi esclusivamente per rumori metallici che si avvale di una qualita' superiore di incisione. E' un flusso continuo di suono che si avvale di stilemi della musica industriale (gli ossessivi poliritmi metallici, i sinistri canti da rituale magico) e del jazz d'avanguardia (le convulse jam di improvvisazioni libere, la fanfara sincopata che apre la seconda parte). Suggestivo soprattutto il finale, con quella fisarmonica balbuziente e un caos diffuso di rumori casuali, dopo tanta tempesta sonora. Piu' studiata e meno intensamente emotiva, l'arte dei Biota e' il barocco della "musique concrete".

Il sound della maturita' ha una qualita' sinfonica che lo avvicina sempre piu' alle tumultuose partiture di Charles Ives; organico e catastrofico, primitivo e arcano, occupa un grande vuoto buio dell'universo musicale.

La loro forma collage e' in effetti il summa di mezzo secolo d'avanguardia, da Edgar Varese a Frank Zappa, da Sun Ra ai Faust, dall'Art Ensemble Of Chicago a Gordon Mumma. I Mnemonists ripudiano la melodia e l'armonia, e adottano invece un fluttuare senza senso di suoni artificiali e rumori naturali. Cio' che li distingue dai "concreti" e' la quantita' abnorme di particolari che entra a far parte del processo di collage, e la totale estraneita' di un particolare nei confronti del successivo. Non esiste un algoritmo di raccordo: se i concreti sviluppavano una trama, per quanto astratta, i Mnemonists si limitano a "fotografare" il paesaggio. Cio' che li accomuna, invece, ai jazzisti e' l'orrido e clownesco caos di jam come Stasis e Vagabones, dove trionfa la ragione dell'irrazionale. Monumentale spaccato della nostra civilta' musicale, l'opera dei Mnemonists si erge sulle macerie del senso, alto canto di semiotica dei segni acustici.

Il progressivo avvicinamento al nuovo jazz e' confermato dal disco successivo, che ripudia la monumentalita' delle opere precedenti e adotta invece la forma piu' concisa della raccolta di pezzi. Tinct da' libero sfogo alla loro fantasia anarchica in brani labirintici di un free jazz, spesso palesemente swing, devastato da attacchi di musica industriale (Tottery), da corali per organo e da tribalismi orrifici (Riddled), da percussioni esotiche, da accordi sostenuti di fisarmonica, da formule magiche (Astray). Ma la struttura e' quella delle jam di improvvisazione libera, e il ritmo swingante non si perde neppure nelle fasi piu' convulse. Con il suo sound prevalentemente percussivo, con le sue vertigini di dissonanze, Lapse e' il brano piu' subdolo e surreale della loro carriera. Tinct e' l'album della svolta, l'album che apre nuovi orizzonti per la musica-diluvio dei Mnemonists/Biota.

Il folk concreto

Ancor piu' musicale, il sound di Awry si qualifica come "folk concreto", e prelude a Tumble, un disco composto elaborando elettronicamente suoni di strumenti acustici: il banjo per il country and western ipercinetico di One Eye Open, flauti e fisarmoniche per la fanfara paesana di Wire Talker, le cornamuse e i sonagli per la nenia mediorientale di Operator For Cataract, la chitarra e la batteria per la ballata di When They Know. Il free jazz percussivo e surreale di Tinct sopravvive in bozzetti astratti come House Of Suitcase, Things Seem Like Just Happen e soprattutto in Picture By Accident, con spiegamento dell'orchestra al gran completo e un brio scatenato. Ma i veri apici del disco sono forse il ralenti' dissonante per fisarmonica e suoni sparsi di Buffalo Come Back, il tetro poema elettronico di Shadows Appear To Do, il maelstrom pressoche' solo percussivo di Ghost Shirt e la piece surreale di The Less Said. Dopo una decennale carriera di sovversivi musicali il collettivo piu' intransigente dell'avanguardia approda cosi' a un sound relativamente semplice, che conserva la predilezione per il caos armonico, ma che si rifa' ai generi classici del repertorio popolare.

La musica di questa fase si affida maggiormente agli strumenti tradizionali. I contributi individuali diventano cosi' determinanti: la chitarra di Katsimpalis, i fiati di Scholbe, la fisarmonica di Whitlow, le percussioni di Wilson, la concertina di Yeats sono i suoni distintivi del nuovo corso.

Musique Actuelle (Anomalous, 2004) documents a 1990 live performance.

After Almost Never (Recommended, 1992), a transitional work (recorded between 1989 and 1992) structured into three multi-part suites (of which Circling These is unusually "folk-ish"), emphasising James Gardner's flugelhorn, Biota changed course and introduced the (female) voice into their demented soundscapes. Object Holder (Recommended, 1995), a set of songs dropped in the middle of a futuristic collage (with James Gardner on flugelhorn, Tom Katsimpalis on guitar, Steve Scholbe on guitar, William Sharp on tapes, Gordon Whitlow on accordion and keyboards, Larry Wilson on drums, Randy Yeates on keyboards), was basically trying to create a new kind of "pop music".

The experiment of voice-driven concrete music was repeated on Invisible Map (Recommended, 2001), in which the (37!) songs have become the infrastructure and the scaffolding of the collage. In The Rapid Color, the female vocalist (Genevieve Heistek) hums a simple melody while string instruments (Tom Katsimpalis) strum carelessly, drums (Larry Wilson) explode psychedelically and the saxophone (Steve Scholbe) screams to the sky. Another simple melody (but this time with real lyrics) is the victim of Landless, a real lullaby accompanied by accordion and violin (Heistek). Birthday is another lullaby, slow and intimate, despite the rumbling background. Glazed Paper is half Scottish march and soothing dirge. Dual drowns dreamy vocals in skipping jazzy beats and out-of-tune guitar. These folk-tinged ballads evoke the Walkabouts in a parallel universe.
The instrumental pieces (many of which are barely a few seconds long) tell the same story, just a bit more deranged. A drunk accordion (Gordon Whitlow) leads the folk dance of Port at a demented pace marked by an army of percussion. Not any more sober, accordion and violin moan together in the waltzing Yarn. The sloppy, atonal, incoherent Paste evokes the Holy Modal Rounders. The surreal vignette of Sleeping Car, the possessed spaghetti-western of Snake Out, the spirited square-dance of Flicker, the swirling Slavic sarabande The Slow Forest, not to mention the comic Alpine spoof Presto the Human, compose a dramatic revision of American roots-music.
The free-form jam Mineral and the disjointed sonata Measured Not Found are mere rehearsals for more mayhem to come.
Gardner, Sharp, Yeates and Chuck Vrtacek on piano form the backbone for the unpredictable textures of these songs and instrumentals, but they hardly produce a lush sound. It is quality, not quantity.

Biota's Half a True Day (august 2007 - ReR, 2007), recorded over the course of six years, continued to refine their anti-concrete technique of creating highly musical works out of painstakingly layered found and processed sounds. The accordion proto-melody of Pack-and-Penny Day, the frantic syncopated rhythm and atonal guitar strumming of Hidden Compartment, the spaced-out psychedelic raga of Angle of Doubt could have been part of structured rock or jazz performances from the past decades. Numbers such as the festive folk dance Moth Across and the surreal musixbox of Turn the Moon seem to do to rhythm what Object Holder had done to vocals: rediscover an archaic stereotype from the vintage viewpoint of the studio-based collage. And Antimagnet is pure rhythm made out of noise. Biota also includes a few more "songs", although the role of the voice has been greatly downplayed. It is frustrating that these fragments are abandoned after a minute or two, though.
The longer tracks are more satisfying. The eight-minute Proven Within Half Half a True Day achieves a higher degree of abstraction and chaos (demented vocals mixed with distorted accordion swirling in a maelstrom of unrecognizable). Winding Nth spends ten minutes doodling around dreamy folk and blues guitar accents and achieving a sort of nonchalant transcendence. The suspense of the Indian raga also permeates the 14-minute Passerine that slowly turns into a sleepy blues jam. It then revives following the lulling lead of an accordion.
This is another highly musical achievement by Biota, and one that synthesizes their "discoveries" of the last decade.

Cape Flyaway (ReR, 2012) featured William Sharp (here on electronics and mixing) Kristianne Gale (voice, guitar), Gordon Whitlow (organ, accordion), Tom Katsimpalis (guitars, clavioline), Mark Piersel (guitars), David Zekman (violin, mandolin), Larry Wilson (percussion), Steve Scholbe (rubab, guitar), James Gardner (trumpet), Randy Yeates (keyboards), Charles O'Meara (piano) and Randy Miotke (Rhodes, accordion).

(Translation by/ Tradotto da Andrea Marengo)

Musique Actuelle (Anomalous, 2004) documenta un’esibizione dal vivo.

Dopo Almost Never (Recommended, 1992, ma registrato tra il 1989 e il 1992), un lavoro di transizione strutturato in tre suite composte da numerose tracce (delle quali Circling These è insolitamente folk) che enfatizzava il flicorno soprano di James Gardner, i Biota cambiavano strada introducendo la voce (femminile) nei loro folli paesaggi sonori. Object Holder (Recommended, 1995), ovvero un set di canzoni abbandonate nel mezzo di un collage futurista (con James Gardner al flicorno soprano, Tom Katsimpalis e Steve Scholbe alle chitarre, William Sharp ai nastri, Gordon Whitlow alla fisarmonica e alle tastiere, Larry Wilson alla batteria e Randy Yeates alle tastiere), era fondamentalmente un tentativo di creare una nuova forma di "musica pop".

L’esperimento della musica concreta "trainata" dalla voce venne ripetuto su Invisible Map (Recommended, 2001), nel quale le (trentasette!) canzoni sono diventate l’infrastruttura e l’impalcatura del collage. In The Rapid Color la cantante (Genieveve Heistek) intona una semplice melodia mentre gli strumenti a corda (Tom Katsimpalis) sono strimpellati distrattamente, la batteria (Larry Wilson) esplode  psichedelicamente, mentre il sassofono (Steve Scholbe) urla al cielo. Un’altra semplice melodia (questa volta però accompagnata da un vero e proprio testo) è The Victim Of Landless, una vera ninnananna accompagnata da una fisarmonica e un violino (Heistek). Nonostante Birthday, presenti un sottofondo roboante, è un’altra lenta e intima ninnananna. Glazed Paper è a metà strada fra una marcia scozzese un canto rassicurante. Dual annega voci trasognate in battiti scattanti di jazz e chitarra fuori tono. Queste ballate tinte di folk rimandano a dei Walkabouts di un universo parallelo.

I brani strumentali (la maggior parte dei quali è a malapena lungo pochi secondi) raccontano la stessa storia, semplicemente in modo più folle. Una fisarmonica ubriaca (Gordon Whitlow) gestisce la danza folk di Port fino a un luogo segnato da un esercito di percussioni. Nessun altro violino o fisarmonica si lamentano contemporaneamente e in modo così sobrio nel walzer di Yarn. La trasandata, atonale e incoerente Paste rievoca gli Holy Modal Rounders. La surreale vignetta di Sleeping Car, il posseduto spaghetti western di Snake Out, la quadriglia spiritata di Flicker, la sarabanda slava turbinante di The Slow Forest, per non parlare della parodia alpina di Presto The Human, proponevano una revisione drammatica della roots-music americana. La jam tripartita di Mineral e la sonata disgiunta Measured Not Found sono semplici prove della confusione che verrà.

Gardner Sharp, Yeates e Chuck Vrtacek formano la spina dorsale per le imprevedibili tessiture di queste tracce, ma raramente producono suoni ampollosi. Questa è qualità, non quantità.

Half a True Day (agosto 2007 – ReR,2007) attribuito ai Biota, venne registrato dopo un periodo di oltre sei anni. L'album proseguiva la raffinazione della loro tecnica anti-concreta  componendo lavori di alto livello basati sui suoni trovati stratificati e processati diligentemente. La proto-melodia della fisarmonica di Pack-And-Penny Day, la frenetica e atonale chitarra strimpellata con ritmo sincopato di Hidden Compartment, il raga psichedelico intervallato di Angle Of Doubt avrebbero potuto far parte di una performance jazz o rock dei decenni passati. Numeri quali la festiva danza folk Moth Across e il carillon surreale di Turn The Moon sembra fare al ritmo quello che Object Holder ha fatto con le voci: ovvero riscoprire un arcaico stereotipo da un di punto vista vecchia maniera basandosi sul collage di studio. Antimagnet è puro ritmo costruito sul rumore. Biota include anche qualche “canzone” in più benché il ruolo della voce sia gestito grandiosamente. È frustrante che questi frammenti siano purtroppo abbandonati dopo un minuto o due.

Le tracce più lunghe sono più soddisfacenti. Gli otto minuti di Proven Within Half A True Day arrivano a livelli di astrazione e caos (alcuni voci folli vengono mescolate a fisarmoniche turbinanti in un vortice di inconcepibile). Winding Nth occupa dieci minuti scarabocchiando con una chitarra folk trasognata e blues per raggiungere una trascendenza disinvolta. La suspense del raga indiano di Passerine permea nei suoi quattordici minuti che si trasformano lentamente in una jam blues. Il raga riemerge più tardi  seguendo la guida cullante di una fisarmonica. Questo lavoro è un altro successo dei Biota, che sintetizza, ancora una volta, le loro “scoperte” del decennio passato.

Cape Flyaway (ReR, 2012) venne realizzato con la collaborazione di William Sharp (qui all’elettronica e al missaggio), Kristianne Gale (voce, chitarra) Gordon Whitlow (organo, fisarmonica), Tom Katsimpalis (chitarre, clavioline, Mark Piersel (chitarre), David Zekman (violino, mandolino), Larry Wilson (percussioni), Steve Scholbe (rubab, chitarra), James Gardner (tromba), Randy Yeates (tastiere), Charles O’Meara (pianoforte) e Randy Miotke (organo Rhodes, fisarmonica).

Biota's Funnel To A Thread (ReR, 2014), featuring Bill Sharp, Gordon Whitlow, Tom Katsimpalis, Larry Wilson, Charles O'Meara, Mark Piersel, Randy Yeates, James Gardner, Kristianne Gale, Randy Miotke, and Dave Zekman, was composed over five years.

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