Klaus Schonning
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Lydglimt (Medley, 1979) (Fortuna, 1986) (Fonix, 1994) **
Cyclus (Medley, 1980) (Fortuna, 1986) (Fonix, 1994) ***
Nasavu (Medley, 1982) (Fonix, 1994) ***
Locrian Arabesque (Medley, 1985) (Fonix, 1994) **
Arctic Light (Medley, 1987) (Blue Flame, 1989) (Fonix, 1994) ***
Symphodysse' I (Fonix, 1989) ****
Symphodysse' II (Fonix, 1990) ***
Scandinavia (Fonix, 1990) **** with Kim Skovbye
Heartland (Fonix, 1991) *** with Kim Skovbye
Symphodysse' III (Fonix, 1991) ****
Symphodysse' IV (Fonix, 1993) *
The Magic Cafe` (Sony, 1993) (Fonix, 1994) *
Endless Corridor (Fonix, 1995) ***
Copenhagen (Fonix, 1996) *
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Klaus Schonning è un poli-strumentista danese autodidatta che compone ed esegue da solo lunghe suite elettroacustiche.

Nato nel 1954 a Copenhagen e laureato in composizione, Schonning iniziò durante gli anni dell'università a sperimentare con gli strumenti elettronici, mentre si divertiva a suonare blues in complessini locali. Registrò la prima cassetta auto-prodotta all'età di ventiquattro anni, quando la musica cosmica dei vicini tedeschi stava segnando il passo.

Per nulla imparentato con Schulze e Vangelis, salvo utilizzare lo stesso mezzo di espressione, Schonning era affascinato soprattutto dalle partiture di Ravel e Holst, dal folk turco o arabo.

Interamente composto, arrangiato e registrato dall'artista (tastiere elettroniche, chitarra e pianoforte), Lydglimt si svolge tutto all'insegna della "pace". L'arrangiamento spoglio, le melodie piane e l'impiego discreto dei suoni naturali ne fanno un'opera di una dolcezza sconfinata e di emozioni delicatissime. Ogni brano è davvero una "canzone", ovvero è contrassegnato da un ritornello nitido e da una cadenza immediata. In qualche caso suoni naturali e suoni elettronici hanno lo scopo preciso di rappresentare un fenomeno (il temporale, le onde) o un paesaggio (l'alba, la spiaggia, il tramonto).

La prima facciata del disco è dedicata ai boschi, la seconda alla costa. Nella prima si passa allora dalla danza leggiadra di Light Beams, che vanta una superba melodia agli archi, un vero e proprio inno alla vita, al languore di The Steam, passando per Fragments Of Wood, uno degli episodi più ballabili. Calm Of The Ocean, dall'andamento esotico e funky, apre la seconda parte, che ha modo di distendersi in diverse scenette "marine".

Il clima della musica di Schonning è fiabesco e mistico, più che "ambientale" o "cosmico". Manca del tutto la pesante cappa metafisica degli elettronici teutoni. Manca del tutto la preziosa calligrafia fine a se stessa di Eno. A prima vista Cyclus dà l'impressione di un cambiamento di rotta: il disco è un unico brano, semplicemente diviso in otto movimenti. In realtà Schonning ha semplicemente ufficializzato ciò che era già implicito nell'organizzazione del primo disco: la propensione per la suite a pannelli, per il poema sinfonico in diversi movimenti, per l'opera "chiusa". I frammenti non sono episodi, ma tasselli di un mosaico.
Dal punto di vista tecnico Cyclus è costruito attorno a un tema melodico che compare all'improvviso in tutti i brani. Nonostante il battito elettronico, che ne farebbe un parente stretto del synth-pop, l'album e` tutt'altro.
Dal punto di vista compositivo Schonning dimostra di essere progredito in diverse direzioni: il primo movimento è sorprendentemente vicino alla musica barocca nelle parti per i clavicembali; il secondo ha una melodia ariosa e lineare che viene spezzata da un violento riff sincopato; il quinto si apre con un duetto di sapore mediorientale fra fisarmonica e arpa; il tema lento, soffice e quasi psichedelico del sesto, ricorda i Pink Floyd di Atom Heart Mother; il settimo sconfina nel jazz-rock e nel folk cinese.
In tutti c'è qualche nuovo "trucco" a vivacizzare i ritornelli. Il terzo movimento è forse quello più emblematico: è di fatto una serie di variazioni del tema principale per diverse orchestrazioni, ciascuna ampliata da una qualche trovata (accordi languidi alla hawaiana, una corista "morriconiana", una fuga organistica e così via), e la cadenza, in continua evoluzione, è fatta di diverse cadenze sovrapposte. Le mutazioni del quarto sono più subdole ancora e non meno ardite: dopo poche battute il tema viene interrotto di colpo per bisbigliare un carillon celestiale, il cui crescendo di ottava in ottava porta a un solenne riepilogo del tema da parte di organo, pianoforte e synth.

Il contrappunto, e un contrappunto tutt'altro che banale, ha preso il posto della semplicità di Lydglimt.

Schonning ha ormai raggiunto la fase matura della sua carriera e Nasavu lo dimostra. Ormai Schonning ha capovolto l'equazione di Lydglimt: abbandonato lo spiritualismo naturalista e ambientale, le melodie sono arrangiate con grande accortezza per ottenere il massimo dell'effetto. Capita così che ad aprire il disco sia Cygnus, una delle composizioni più marziali, irruenti e incalzanti della sua carriera.

Semmai un'altra novità è la propensione per atmosfere "notturne", contrassegnate da armonie lente e soffici, appena jazzate, tutte in sordina, come si conviene alla musica da night-club. Nel "lento" di Pyxis il riferimento è esplicito, con tanto di sassofono e di vibrafono sonnolenti.

Le melodie non sono mai state così brillanti e toccanti: quella di Trix è un capolavoro di perfezione romantica, e la serie di variazioni con cui viene elaborata è un esempio di grande classe esecutiva; e la title-track è ancor più elegante e "classica", con una progressione maestosa destinata a rimanere negli annali del genere; mentre l'apice di tenerezza è di Leda, una gemma purissima.

Meno riusciti sono invece i brani concettuali del disco, proprio perché mancano di una melodia guida: Quetus, costruito con ambizioni sinfoniche e in modo più astratto, e, Turbulence, per sequencer tempestoso. E', insomma, un disco molto vario e molto dinamico, con il quale Schonning conferma il suo status di melodista sopraffino e al tempo stesso apre una varietà di nuovi orizzonti alla sua arte. D'altro canto si è persa la semplicità e la comunione con la natura del primo disco.

Locrian Arabesque riprende la prima facciata di Nasavu, presenta quattro nuovi temi e soprattutto ritenta la carta "sinfonica" con la lunga suite omonima. Difficile superare le melodie di Nasavu, Trix e Leda: Schonning ci prova con un motivo spaziale (Cosmix Syrinx), una danza greca (Calliope), un'atmosfera drammatica (Celestial Mirage) e soprattutto un carillon barocco (Nadir). Tutti i brani sono costruiti secondo una particolare scala tonale.

Nella suite eponima la tecnica della sequenza di variazioni, che era diventata la prassi compositiva ed esecutiva degli ultimi dischi, dà finalmente origine a una struttura narrativa. In realtà si tratta più che altro di una fantasia di idee a seguire, alla Mike Oldfield: il tema briosamente folk dell'ouverture, per fisarmonica e pianoforte, che muta piano piano in un'ariosa sonata romantica degli archi; il motivo ballabile che domina la sezione più "leggera" della suite; una delle sue tipiche melodie mediorientali, che riporta a un'atmosfera romantica; una sequenza di ritmo vertiginoso; e infine una sezione "cosmica", di suoni cupi e dissonanti. Schonning compie comunque il passaggio dal bozzettismo all'affresco, che sarà fondamentale per il proseguio.

Arctic Light porta la prima significativa novità formale in diversi anni: una formazione a tre con il chitarrista Peter Brander e due percussionisti (che si alternano). L'opera segna più una parentesi che un'evoluzione: alcuni brani sono "paesaggistici", sono piccoli poemi sinfonici alla Lydglimt (come Astralic Winds); Polar Ocean e Icarus riprendono il formato pop di Pyxis; e i due brani lunghi, Arctic Spring (Che sembra una fantasia di temi folk incollati uno dietro all'altro) e Nebula (con un finale cadenzato alle tastiere per il motivetto della fisarmonica), non sono altro che sequenze di variazioni alla Nasavu su temi melodici che oscillano fra le elegie degli Abba e le estasi di Kitaro. Dark Side Of The Earth è invece uno dei suoi pezzi più aggressivi, lanciato a perdifiato in una danza turca e in uno dei suoi ritornelli.

Ritrovate un minimo di fiducia e un minimo di stabilità, Schonning trova anche il suo veicolo espressivo ideale. La prima Symphodyssé (interamente elettronica) è composta da due lunghe suite, una per facciata, sulla falsariga di Mike Oldfield e di Klaus Schulze. Le atmosfere magiche e oniriche e le melodie vellutate che popolano questa musica sono parenti più del primo che del secondo.

Phonimagine, la prima facciata, nasce dalla combinazione fra un pianoforte che esegue semplici figure ripetitive e le altri voci dell'orchestra (arpa, dulcimer, cetra, chitarra) che si alternano al contrappunto. Lenta e solenne, metodica e squillante come un carillon, Phonimagine segna l'emergere di una tecnica completamente nuova: la variazione sul tema è sempre parte integrante del processo, ma ora questa variazione è secondaria rispetto alla linea conduttrice del pianoforte. Molto diversa invece la seconda facciata, Astralicestre, che ha uno svolgimento più dinamico: nasce come un suono appena percettibile, fluttua a lungo in un coacervo di ronzii amorfi e soltanto dopo una decina di minuti si lancia in una delle vorticose danze mediorientali che Schonning predilige. In entrambi i casi Schonning ha imparato a diluire un'idea in un flusso di arrangiamenti che potrebbe continuare per ore.

E' perso per sempre il fresco lirismo dei suoi ritornelli, ma la nuova forma- suite, che lascia scorrere il suono senza pretendere di forzare l'ascoltatore in un verso o nell'altro, meglio si adatta allo spirito dei tempi.

L'odissea sonora di Schonning prosegue con la Symphodyssé II. L'accordo tragico e imponente, da organo a canne, che apre la prima parte, Clavision, il fitto tintinnio elettronico che fa pensare all'acqua, il richiamo accorato del flauto e la figura ripetuta del pianoforte che dominano le prime variazioni, immergono l'ascoltatore in un paesaggio pastorale di grande quiete e serenità; poi Schonning non fa altro che iterare questi elementi secondo il metodo delle minime variazioni, rigenerando ogni tanto l'armonia con un'accelerazione ritmica o un effetto più pronunciato. La musica è languida fino allo svenimento, ma senza un vero tema conduttore; l'ideale per rilassarsi, ma non il massimo di invenzione artistica.

Lo stesso accordo d'organo spalanca le porte del ben più inquietante universo di Kaleidessay, la seconda parte della "sinfodissea": i tintinnii elettronici, i richiami di flauto, le figure di pianoforte, tutto l'apparato sonoro della prima parte sembra tornare in spoglie diverse, con un'energia più intensa e una visione più profonda; e la melodia, sospinta dal flauto, contrappuntata da stormi di clavicembali, prende a volare sul paesaggio desolato e malinconico, scosso da tuoni violenti, pervaso da un senso di tragedia incombente; poi i rumori dell'acqua e delle cicale invadono poco a poco lo spazio sonoro, e per un po' non rimane null'altro che la natura; un brioso carillon dei suoi prende a ripetere il proprio ritornello, mentre di giro in giro l'arrangiamento si fa più fitto e complesso; e, pur senza cambiare, per effetto del mutare del sottofondo, quel ritornello acquista un carattere sempre più lirico.

Schonning fa però fatica a rinunciare all'"acquarello", al bozzetto, all'aforisma. Decide così di collaborare a due progetti di Kim Skovbye, prima di mettere mano alla terza.

La "terza" di Schonning è forse il suo capolavoro. Un lirismo più pronunciato fa di Fonekatharsis (la prima facciata) uno dei brani più vivaci, immediati e cadenzati di questa fase della carriera di Schonning. Dal motivo orecchiabile che apre la suite, e che si ripete nel solito esercizio di trasformismo, al lussureggiante intermezzo mediorientale, dal dimesso adagio con volo appassionato di sassofono al frenetico tema sudamericano, dall'andante pensieroso ai rumori di temporale, dal sinuoso tema arabico (a cui si cimenta l'intera orchestra) fino al caos dissonante del finale, Fonekatharsis è la composizione più sinfonica e più colorita della carriera di Schonning.

La seconda parte, intitolata Bells Of Copenagen, volta completamente pagina. Dopo aver intonato al clavicembalo e al flauto il tema principale, affonda in un clima di mistero sull'onda di una pulsazione ossessiva e di un sinfonismo tuonante. Una tenue, mesta e struggente ripetizione del tema alla fisarmonica, accompagnata e contrappuntata da diverse voci dell'orchestra, domina la parte centrale della suite e costituisce l'apice lirico del disco. Quel tetro finale con le campane a distesa e la fisarmonica che intona un'ultima volta il tema a ritmo di funerale, prima che tutto si spenga in un coro di morti e in un ronzio cosmico, si presta a ogni sorta di interpretazioni.

Questa terza sinfodissea è quella che presenta l'escursione più ampia sia in termini di stile sia in termini di tono. Schonning, che riusciva sempre ad evitare tanto l'allegria fatua quanto il dramma magniloquente, questa volta si sbizzarrisce a esplorare uno spettro enorme di stati d'animo.

Symphodysse' IV (Fonix, 1993), la "quarta", nonostante (dopo nove minuti di preparativi) la melodia struggente di violoncello e fisarmonica del primo movimento, Akeronajade. scade invece troppo spesso in un pop incalzante alla Yanni. L'altra meta`, Towards an Unknown Shore, e` forse piu` originale: un trepestio di chitarra che imita il clavicembalo fa da sfondo alla melodia del flauto; poi appare un ritmo quasi sudamericano, che trascina il flauto in una danza vivace, con ritmica sempre piu` aggressiva e stratificata. E` soltanto easy-listening, ma perlomeno di gran classe. (Purtroppo dopo dieci minuti si perde un po' e soltanto verso la fine ritrova il filo di un crescendo melodico alla Yanni).

Anche Magic Cafè rappresenta da questo punto di vista una totale ritirata, con l'artista impegnato a "svendere" la sua arte in "canzoni" come Dejavu, Shadows e Dream.

Schonning si propone come il Freud della "space music", attento più agli stati d'animo creati dalle vastità cosmiche che non alle saghe galattiche, più propenso all'ansia e alla nevrosi che alla meditazione zen.

L'ottimo Scandinavia (Fonix, 1990) e Heartland (Fonix, 1991) sono collaborazioni con Kim Skovbye. Quello di Kim Skovbye è un universo mitologico, immerso negli scenari idilliaci della Scandinavia. Le sue musiche si ispirano spesso alle ballate folk del luogo, ma sono arrangiate per ensemble da camera acustico ed elettronico. In quel paesaggio incantato Skovbye purifica le nevrosi dell'alta tecnologia.
Quello di Scandinavia è un sound rinascimentale, per via della strumentazione (viola da gamba, dulcimer, cetra, clavicembalo) e di un passo nobile, pacato, marziale. I due tour de force del disco, l'acquerello liricissimo di The Dancer And The Moon e l'adagio soave di The Stranger (con un'apoteosi finale da brivido), trasferiscono nella new age la perfezione formale e la compostezza classica dei madrigali. L'idea è quella di raccontare una storia per suoni che comunicano direttamente all'animo. A condurre le danze è l'arpa, con la viola da gamba a battere il tempo e Klaus Schonning a stendere un lenzuolo trasparente di elettronica.
La dolcissima melodia al sintetizzatore di Rainbow e il tintinnante carillon di Robins Tune coronano con grazia e leggiadria un disco che vive praticamente solo di quello. La musica di Skovbye culla l'ascoltatore in universi di pace e luce, in cui ogni minima fibra della materia emette melodie stupende.
Heartland rigurgita arpe e fisarmoniche in contesti eterei. La lunga rapsodia di temi (e strumenti) popolari di Eastbound contiene in nuce tutta la sua arte, che la melodia struggente di Rendesvouz e la danza elegante di Heron rendono accessibile a tutti.

Schonning preferisce ormai il formato piu` semplice dell'impressionismo new age. Endless Corridor e` emblematico del nuovo corso. Temi pastorali come In The Cypress Grove hanno qualcosa di tipicamente nordico, soave e innocente. Schonning mette a frutto tanti anni di sinfonismo in campi piu` modesti: la musica leggera enfatica di Falcon's Flight, il pop-jazz da cocktail lounge di Noon Rest, il ritmo incalzante da discoteca di Hazediver. La cornucopia di ritornelli giustifica forse il mezzo, ma rimane il sospetto che il suo tocco vellutato e raffinato, la quantita` di strumenti adoperati e l'immane repertorio di gesti armonici vadano sprecati. Schonning potrebbe se non altro essere il prossimo Morricone o Rota: basta ascoltare il modo epico in cui rivisita il raga-rock in Behind The Veil, il modo fiabesco in cui rivisita la musica da circo in The Monument. Oppure potrebbe essere il Mike Oldfield di fin de siecle.

Troppo smaccatamente sentimentale invece Copenhagen, una raccolta di otto quadretti di vita cittadina che sa di cartoline degli anni Trenta. Musicalmente colpisce il motivo rinascimentale di Park, ma il resto annaspa in un mare di stereotipi e banalita`.

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