Shadowfax
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Watercourse Way (Passport, 1976) (Lost Lake Arts 85, 1985) **
Big Song (Windham Hill, 19##) *
Words From The Village (Windham Hill, 19##) *
Shadowfax (Windham Hill, 1982) ***
Shadowdance (Windham Hill, 1983) ****
Dreams Of Children (Windham Hill, 1984) **
Too Far to Whisper (Windham Hill, 1986) *
Folk Songs For A Nuclear Village (Capitol, 1988) ***
The Odd Get Even (Private, 1990) *
What Goes Around (Windham Hill, 1991) *** anthology
Esperanto (Earthbeat, 1992) *
Magic Theatre (Earthbeat, 1994) **
Live (Sonic Images, 1995) **
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Gli Shadowfax hanno creato uno standard di ensemble acustico moderno cui oggi decine di complessi devono misurarsi. Ogni disco degli Shadowfax, pur mantenendo certe costanti, è stato comunque sempre diverso dai precedenti e in questo continuo rinnovamento sta il segreto della loro eterna giovinezza.

Formati nel 1972 a Chicago da Chuck Greenberg (fiati), G.E. Stinson (chitarra), Phil Maggini (basso) e Stuart Nevitt (percussioni) come uno dei tanti complessi blues-rock e jazz-rock dell'epoca, si trasferirono in California e rinacquero in versione di ensemble acustico con una musica fatta di atmosfere cristalline e sottilmente jazzate.

L'album omonimo agli inizi degli '80 fu uno di quelli che contribuirono a definire la forma della musica new age nel momento in cui usciva dalle anguste strutture "soliste" per cui era nata e riscopriva la polifonia. Angel's Flight, forse il loro tema più celebre, e le altre incantate fiabe acustiche del disco, da Marie a Vajra, erano debitrici in egual misura nei confronti del jazz e del trascendentalismo indiano. Belle melodie (Wheel Of Dreams, A Thousand Teardrops) e i primi accenni di world-music (Ariki) completavano la suggestione di un sound destinato a un immenso successo.

Il loro marchi di fabbrica rimarranno l'intessere un fitto intreccio di percussioni, l'estendere al limite il contrappunto fra gli strumenti, l'esaltare i timbri acustici. Greenberg è cresciuto nel Southside di Chicago, la zona in cui esercitavano i grandi bluesman, e si sente: non tanto come influenza diretta, quanto come spontaneità dell'improvvisazione.

Da quelle premesse gli Shadowfax finirono (con Shadowdance) per coniare uno stile che fondeva di fatto la musica zen di Kitaro e il jazz-rock da salotto di Pat Metheny (il saltarello orientale e minimalista della title-track e soprattutto la sonata romantica e mediterranea A Song For My Brother) e rinnova in maniera più aggressiva e creativa il raga-rock (New Electric India), uno stile barocco che trabocca di delicate armonie classicheggianti (Watercourse Way) e di teneri temi jazz (Ghost Bird).

Le novità dei tre album successivi furono molteplici: da un lato un melodismo più immediato, dall'altro un sound più elettronico, da un lato una propensione per i suoni etnici e dall'altra tentazioni di ritmi da discoteca.

Dreams Of Children è un mosaico di ballate astratte in quel genere di fusion globale, come l'estatica title-track, la fanfara giapponese Another Country e la marcia rituale Shaman Song). Too Far To Whisper virò verso un melodismo più immediato, un sound più elettronico e ballabile (Orangutan Gang). Greenberg cerca di tenere insieme il sound classico su Streetnoise e Ritual, ma il gruppo scivola nell'esotismo sempre più stanco di Road To Hanna.

Il nuovo corso culminò nelle Folk Songs For A Nuclear Village, quasi un'orgia elettronica per il gruppo che aveva inventato il sound acustico, e altra opera a cui arrise un grosso successo di pubblico. Gli Shadowfax si proponevano di inventare la "musica da ballo del ventunesimo secolo".

The Odd Get Even è un album di transizione, che prova ad aprire alla musica rock con la fragorosa Her Dress Hangs There ma conserva il proprio investimento nelle atmosfere esotiche con Oasis. Gli attriti fra i membri del gruppo davano però l'impressione di una raccolta di individualità, più che di un lavoro di gruppo.

Ricuciti i dissensi e arruolato il nuovo tastierista Armen Chakmakian, uscì Esperanto, l'album più "etnico" della loro carriera, che però segnava soprattutto un ritorno alle origini, riscoprendo il sound di dieci dieci anni prima alla luce della maturità. Protagoniste sono soprattutto le percussioni, che costituiscono la parte più interessante degli arrangiamenti. La melodia di Foundwind è però un po' sbiadita e gli esotismi di The Return Of The Nairobi Trio e Tropico Blue assolutamente scontati. Gli spunti più originali sono tutto sommato quelli di Maggini (Tanah Lot) e Nevitt (Blue In The Face). Su tutto il disco cala una patina di uniforme mediocrità: le diverse anime degli Shadowfax riescono a trovare l'accordo soltanto spersonalizzandosi. Ciascuno dei membri suona i brani degli altri con un freddo professionalismo, senza la minima passione.

Magic Theatre né è la logica continuazione, con uso più accurato delle percussioni, l'assimilazione di altri strumenti provenienti da tutto il mondo, e l'improvvisazione più spinta della loro carriera. Greenberg regala il brioso sogno caraibico di Imaginary Islands, Chakmakian il salmo religioso di Secret Gathering, ma i dominatori sono ormai Nevitt e Maggini. Il primo è l'anima jazz del gruppo e scodella infatti il bebop di Hey Your Hat's On Backwards e How Much Does Zimbabwe. Maggini è il folletto, capace di una novelty ritmica come Castaneda's Boogie e subito dopo di un brano spettrale come The Spirit Door.

Superbamente arrangiata e prodotta, la musica da camera degli Shadowfax coniuga gli adagi dei concerti romantici con la timbrica raffinata del jazz-rock, l'epos delle ballate folk con il pathos di Tin Pan Alley.

I membri del gruppo sono oggi sparsi fra la Florida e la California.

Chuck Greenberg è il leader e fondatore degli Shadowfax. Il suo primo album solista, From A Blue Planet, non si discosta molto dallo stile del gruppo. Greenberg si alterna al flauto per la world-music di Mundunugu, al lyricon per le melodie languide di Almost A Dream e No Long Goodbyes, al sassofono soprano per i temi jazzati di The Secret Of Time e Skytrain, al sassofono tenore per la ballad innamorata di Something About Her Eyes.

From A Blue Planet (Blue Castle, 1991) **

Keyboardist Armen Chakmakian released Ceremonies (TruArt, 1998), an elegant mixture of soft jazz, chamber music and world-music.

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