Marco Bellocchio
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Marco Bellocchio abbandonò gli studi di filosofia per iscriversi ai corsi di cinematografia. Laureatosi, dopo tre cortometraggi, nel 1962, esordì nel 1965 con I pugni in tasca. Il film è un'opera di rottura nei confronti del neorealismo, del bozzettismo, della commedia. Cupo e violento squarcio sulla crisi di valori e sul rifiuto che dilaniano le giovani generazioni, si ispira al naturalismo letterario e al surrealismo cinematografico (Buñuel, Vigo).

L'ambiente è quello della piccola borghesia di provincia: una famiglia guasta, che cova odi e amori innaturali. Il padre è morto, la madre è cieca, il figlio più piccolo è deficiente, gli altri due (maschio e femmina) sono due epilettici uniti da libidini incestuose; l'unico sano è il figlio maggiore, fidanzato con una ragazza a cui la sorella manda lettere anonime e minacciose per vincere il complesso di inferiorità nei confronti del fratello sano; e, per elevarsi agli occhi della sorella, l'epilettico spinge la madre inerme giù da un burrone e affoga il fratellino nella vasca da bagno; poi aiuta la sorella, rotolata giù dalle scale e rimasta a suo dire paralizzata, a mettersi a letto; quando l'assassino viene colto da una crisi violenta del suo male, la sorella non si muove e lo lascia morire.

L'assidua ferocia dei due adolescenti, che scaricano contro coloro che li amano istinti rabbiosi di ribellione, si amalgama con un paesaggio morale represso e repressivo. Bellocchio stravolge, deforma e amplifica gli stimoli autobiografici e metaforici del film. La spietata storia del disfacimento fisico e morale di un nucleo familiare borghese è uno sfogo dissacratorio dei giovani nei confronti del regime sociale. Il modello sociale è identificato con l'istituzione della famiglia. Ma l'ansia distruttiva non è appagata dalla soppressione metodica della famiglia; continua fino all'epilessia, fino alla morte. Un'angoscia esistenziale più profonda sovrasta le frustrazioni dei giovani.

Lo stile di Bellocchio è un misto di film noir e di kammerspiel; procede per interni claustrofobici, dove vive stipato un microcosmo ossessivo di cose e di persone. Ma il furore dell'emarginato si estrinseca con una violenza espressiva che ricorda i grotteschi antiborghesi di Gombrowicz e i torbidi sudisti di Faulkner.

La Cina è vicina (1967) è una farsa politica, che cerca di oggettivare il discorso avviato con l'opera prima.

Un professore di mezza età, candidato alle elezioni comunali, e il suo segretario ragioniere danno spettacolo in privato grazie alle loro ipocrisie e ai loro peccatucci di sesso: il ragioniere mette incinta la sorella del professore, e questi gli ruba la fidanzata; il fratello più giovane del professore contesta a raffica tutto e tutti, ma velleitariamente; un doppio matrimonio nasconde lo scandalo.

Durante i moti del Sessantotto, Bellocchio è in prima linea sul fronte culturale. Si inserisce nel cinema militante con tre film d'intervento e aderisce al comunismo.

All'esasperata agonia borghese Bellocchio torna soltanto sei anni dopo con Nel nome del padre (1971).

In un colleggio religioso degli anni Cinquanta, il cui personale è composto da pazzi ed emarginati, due allievi (un intellettuale di sinistra e uno di destra) cercano di portare una ventata di novità allestendo una recita; la recita fallisce, ma scoppia egualmente la rivolta: un servo omosessuale si suicida e un meridionale guida l'agitazione dei colleghi; a loro volta gli studenti, infervorati dal giovane nazista imbevuto di miti nietzschiani, insorgono contro il regime degli educatori; le proteste hanno successo, anche se entrambe nascondono un insuccesso significativo: da un lato il meridionale viene licenziato, dall'altro il giovane comunista non riesce ad unificare la lotta; il giovane nazista euforico prende con sé un servo pazzo, che crede di essere un marziano, e se ne va dal collegio per mettere all'opera il suo credo razionalista.

Il messaggio del film è ancora il potere eversivo della follia, che si è infiltrata nei punti vitali della società (famiglia borghese, istituzione cattolica) e la corrode dall'interno. Mentre l'intelligentija disserta sulle nevrosi dell'uomo moderno, Bellocchio le estremizza e ne rivela il potenziale distruttivo quasi con gioia e soddisfazione.

Un'altra parentesi interlocutoria viene aperta da Sbatti il mostro in prima pagina (1972) film politico quasi caricaturale sulla strategia della tensione ordita dalle destre con la complicità più o meno in buona fede dei mezzi di informazione:

i giornalisti di un quotidiano di destra fabbricano un mostro fasullo, uno studente di sinistra che secondo loro sarebbe il bruto che ha violentata e uccisa una ragazza, mentre invece il colpevole è semplicemente il bidello della scuola.

Il film-inchiesta Matti da slegare (1976) affronta un reale problema sociale quale l'inserimento dei malati di mente, tema che nelle mani di Bellocchio, un invasato della follia, acquista anche un significato ambiguo: il manicomio dopo la famiglia e il collegio.

E poi la caserma: Marcia trionfale (1976) scopre un altro ambiente bacato e potenzialmente eversivo nei confronti del sistema nell'ambiente alienato della caserma.

Un giovane laureato introverso è soldato agli ordini di un capitano fanatico dei regolamenti e tradito dalla moglie che preferisce farsi brutalizzare da un sadico; il giovane cerca invano di uscire indenne da quell'esperienza: il perfido capitano lo perseguita finchè riesce a farne il suo informatore e servitore, perfino il confidente della moglie, che un giorno gli propone una fuga romantica; il capitano nel frattempo ha scoperti i tradimenti della moglie e, in stato alterato, si fa uccidere da una sentinella.

Di nuovo la follia autodistruttiva ingenerata da un ambiente represso e repressivo e un giovane che la subisce e la restituisce; anche se qui il clima di crisi spinge Bellocchio a terminare con una resa incondizionata, a stringere il cappio attorno a un rapporto sadomasochista da cui l'infiltrato non riesce a liberarsi in tempo. Il soggetto è ancora quello del rapporto di amore-odio verso il padre, il conflitto fra il rispetto della personalità più forte e la rivolta contro l'autorità; l'indecisione, l'ambiguità, dilaniano la personalità del giovane.

Un'allucinante versione de Il gabbiano di Cechov conferma l'attenzione morbosa di Bellocchio per le psicologie aberranti.

La macchina cinema (1978) è un altro film-inchiesta (5 ore), questa volta sull'industria cinematografica vista da diverse angolature che mette a nudo i retroscena meno noti di quel mondo, dai cineamatori di paese ai cineasti alternativi di Cinecittà, dai lavoranti che si sono dovuti cercare un altro mestiere alle maggiorate che si sottopongono ai provini per film erotici.

Vacanze in val Trebbia (1978) è un film familiare d'autore, protagonisti il regista, sua moglie e loro figlio durante le ferie d'agosto, che racconta le recite dei bambini, i bagni nel torrente, le feste di paese, e, su questo sfondo, le titubanze del regista, bisognoso di solitudine per prendere decisioni.

Capace di riflettere su sé stesso con toni dimessi, di esplorare fenomeni inquietanti con fare da giornalista, e di squarciare con furibonde metafore l'apparenza della società borghese, Bellocchio si dimostra uno dei registi più coerenti, più eclettici e più acuti della sua generazione.

Salto nel buio (1979) ritorna all'analisi, rigorosa e ossessiva, dell'istituzione familiare attraverso la follia.

Protagonisti sono due fratelli di mezza età che non si sono mai sposati e che convivono ancora nella casa dove sono cresciuti, lui giurista stimato, lei casalinga cattolica; la nevrosi della sorella preoccupa il maschio, che vi vede i segni di una pazzia ereditaria; ne ha talmente paura che ordisce un crudele piano per liberarsene: la affida a un giovane seduttore di donne sole il cui cinismo ha già indotta una delle sue amanti a suicidarsi e gli fa capire che non andrà oltre con le indagini; ma invece il giovane (l'intruso cechoviano che rompe un equilibrio familiare apparentemente inalterabile, uno spirito anarchico e irrispettoso, un sovversivo che viola il codice di comportamento, l'incosciente che apre la falla) la fa innamorare e l'amore fa guarire la donna; il giudice ora ha paura di rimanere solo, ha bisogno della sorella; e quando i ladri gli svaligiano casa si nasconde come un bambino dietro le gonne della sorella; i ladri sono stati guidati dal giovane; la donna, delusa ma decisa a perseverare nella progressiva emancipazione dal suo ruolo di serva, si apre alla vita e un sabato sera lascia solo i fratello in casa e, dopo una giornata di svago, va a dormire dalla cameriera-ragazza madre (figura didascalica, brechtiana, che polarizza il significato sociale del film B, complice della liberazione della zitella); sconvolto dalla paura e dalla solitudine, questi si ammazza gettandosi dalla finestra.

L'incubo della convivenza, misto a turbe di origine sessuali e a nevrosi claustrofobiche, a frustrazioni maschiliste e a istinti autodistruttivi, condiziona la vita e la morte del protagonista maschile; mentre in parallelo un penoso processo di affrancamento dallo stato di sottomissione restituisce piano piano la vita alla protagonista femminile. I due destini sono strettamente collegati, ma in conflitto fra di loro.

Il film si può leggere in diversi modi: nella prima parte assomiglia a un thriller psicologico, con un mostro lucido e spietato che vuole uccidere una vittima inerme; nella seconda parte è una cupa seduta psicanalitica, dalla quale emergono le storture dell'istituzione familiare e dell'educazione cattolica nonchè le libidini represse dei due esemplari borghesi; la terza parte è un doloroso ritratto della solitudine in età avanzata, durante la quale il giudice, un maschio borghese metaforico, si processa e si condanna.

Lo stile di Bellocchio (essenziale, profondo, cartesiano, drammaturgico) è tutto proteso ad armonizzare due opposte tentazioni: l'iperrealismo e il delirio; la prima come causa del secondo e questo a sua volta più misurato, meno rabbioso manifestazione del primo. Il suo tema cardine, quello della follia ambientale, è un paradosso contro il potere distruttivo delle istituzioni sociali; il cinema di Bellocchio è rivoluzionario però non nei confronti dei grandi meccanismi pubblici ma del privato; Bellocchio è un sovversivo che tenta di scardinare la società cominciando dall'unità da eliminare, dalla famiglia.

I due protagonisti di I pugni in tasca si sono fatti adulti, ma la loro follia, più composta, si è anzi incancrenita su posizioni di stallo. Questo film spurga in pratica quello d'esordio, ripercorrendo lo stesso itinerario verso la morte ma dal punto di vista di un adulto calato non soltanto in un furore astratto ma anche nelle ansie quotidiane.

Gli occhi, la bocca (1982) è invece un ritorno per rimorso sulla scena del delitto.

Un attore nevrastenico torna a casa per il funerale del fratello gemello, che si è suicidato; nell'ambiente provinciale della sua famiglia (madre, zio, sorelle, fidanzata incinta del morto) il giovane ribelle invecchiato incrisi cerca conforto: si mette con la ragazza per cui il fratello si è ucciso, al cinema si spaventa per la scena del matricidio di I pugni in tasca, si traveste da fantasma per far contenta la madre che vuol rivedere in sogno il figlio morto.

Fra autobiografia e autocitazione, in un ribollente calderone di tendenze incestuose (la quasi cognata incinta del morto), libidini edipiche (il padre sempre assente, cancellato, rimosso), sdoppiamenti e dissociazioni (il gemello che parte dove i protagonisti degli altri film finivano), nonchè identificazioni (assume a poco a poco l'identità del morto), Gli occhi, la bocca è una confessione di fallimento e d'impotenza. Abbandonando il sarcasmo per la psicanalisi, Bellocchio confessa il dolore autobiografico di sé e della propria generazione.

Diavolo in bocca (1986) narra come un liceale s'innamori di una ragazza più anziana che abita di fronte alla scuola, fidanzata del terrorista che ha assassinato suo padre e che ora è in carcere, e per di più ex-paziente incurabile del padre di lui, psicanalista. Nonostante lei continui a recitare la parte della promessa sposa, il suo amore per il ragazzo si radica profondamente nel suo cuore, e, quando il tribunale libera il pentito, che attendeva con ansia quel momento per potersi sposare, lei sceglie definitivamente il liceale.

La visione del sabba (1987) ha per protagonista una strega, nata nel 1600, ancora perseguitata: è accusata di aver ucciso un guardiano (che ha tentato di violentarla); lo psichiatra se ne invaghisce e si immedesima nelle sue visioni stregonesche; lascia moglie e lavoro, stregato, finchè riesce a possedere la strega.

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