Il Poema del Fuoco

Poesie (1982) di piero scaruffi


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               1.    La trasparenza del fuoco
               2.    Il contagio del fuoco
               3.    L' ombra del fuoco
               4.    L' agonia del fuoco
               5.    Il labirinto del fuoco
               6.    Il veleno del fuoco
               7.    Lo scheletro del fuoco
               8.    Il silenzio del fuoco
               9.    Il fuoco del fuoco

    (****)

  1. La trasparenza del fuoco




    Io, fuoco,
    impuro e vizzo,
    imputridisco la mia vergogna
    all' ombra di petali d' opale
    incisi in fusto sanguigno di viola,
    brandisco le mie fronde dorate
    come un sole vergine d' orizzonti,
    sommerso da nevi trepide
    che non ho amato
    mai amato ne' amero'
    (le mie labbra non serbano
    impronte di sorrisi,
    punte d' incendi
    teneri radiosi
    divampati in struggenti
    feste lontane),
    agito contro il cielo dei miei sogni
    i lembi truci del mantello, che tenga
    lontani i ciechi e gli avvoltoi:
    sotto le palpebre
    i fasti dell' inverno, bufere,
    e rintocchi gelidi di luna
    (l' eco dei pianti
    nelle tane dei cimiteri,
    il ventre vuoto della madre
    che mi partori' tetro livido
    stretto nelle sue braccia di piovra).

    Ascolto il mormorio delle mie braci
    come fosse il fragore dell' apocalisse:
    la fanfara della storia,
    il canto degli storpi,
    i sibili del vento
    dentro i pertugi delle rovine,
    i veli di fumo
    che sventolo sulle macerie
    (macino ossa riesumate,
    grappoli di cadaveri
    imbrattati di fango
    e vano marcio sudore),
    i calici di sperma
    versati in terra dal ciclone,
    gli spasimi e i rantoli,
    l' intrico dei loro occhi
    nell' ordine del cosmo,
    e un punto bianco sospeso lassu',
    gabbiano, aquilone, bolla di sole,
    sussulti a dirotto su e giu'
    per le scale crivellate di tane,
    di camerette buie che emanano ansimi
    e cigolii di scheletri che si torcono
    senza pace (formicolano donne
    senza volto, gettate per terra
    a strisciare nel sangue dei figli,
    il mio sesso turpe e ubriaco
    maledice coloro che lo generarono
    e invoca la fine,
    al suo perfido richiamo risponde
    la memoria, come un mostro
    senza braccia e senza gambe).
    Uno sciame di incappucciati
    scampanella dall' altro versante:
    battono col bastone il selciato luminoso
    e avanzano lungo lo specchio
    in fila per uno;
    escono da un bordo della cornice
    e rientrano dall' altro.

    Quando si fa buio
    sprigionano una luce fioca:
    "passeranno di qui!"
    (il riflesso chiuso,
    sigillato per sempre
    in una goccia di tempo),
    e io domando,
    immerso in un vapore d' infinito,
    cos'e' esser piu' niente,
    piu' niente altro che niente,
    di tanto niente niente,
    di tutto il silenzio
    che l' immane mio cuore ha respirato
    sulle tracce di quel niente niente
    (la domanda si torce
    e quasi si spezza,
    e' una linea rovente
    che tenaglie d' acciaio
    vorrebbero piegare ad anello).

    Il piccolo relitto nero
    tutto marcio e sghembo
    della mia esistenza,
    appena salpato,
    e' gia' alla deriva,
    fluttua nei singhiozzi,
    come una bara
    in balia dei cavalloni
    al ritmo dell' uragano,
    osservo esangue le folate
    sollevare la mia ombra
    e una mano inerte,
    uno splendido sole duro
    posato su quell' ombra:
    mi sto spegnendo.

    Ecco l' ultima tenue
    voluta di fumo
    che inonda il cielo,
    di la' dal vetro appannato
    e, dalla lacrima,
    i pochi capelli azzurri.

    Dormi, finalmente,
    il tempo e' finito,
    e' finita davvero,
    e' finita per l' eternita'.


    (***)

  2. Il contagio del fuoco




    Non vedo l' ora
    di disfarmi di me stesso,
    annegarmi nella sabbia
    di un deserto di cobalto,
    in un geyser che esali fumi d' incenso,
    immergermi fino al collo
    in un covo di crotali
    e lasciarmi perforare le ossa
    dai loro aghi avvelenati
    (setacciando le stelle
    non ho trovato che nomi,
    nomi di nomi),
    tacere, dispersi nel ghibli,
    tutti e due, io e l' altro
    che si libra fra i coralli,
    abbandonare la traccia
    di quel cielo,
    che sembra ogni mattino
    una nuova impronta,
    e offrirmi come relitto
    all' impeto del ciclone.

    Le righe che stendo con ordine
    su questo foglio rosario
    prendono forma a poco a poco:
    che strano disegno !
    cosa sto copiando ?
    Non c'e' un mondo solo.
    Sto disegnando qualcosa
    che sta altrove:
    provo un senso di vertigine,
    come se stessi precipitando
    in quell' altro mondo.
    Un animale nero
    nella conchiglia bianca
    (un' oscurita' viscida e densa
    incombe sulla bocca della conchiglia):
    ho disegnato la mia morte.
    Il capogiro si va attenuando:
    forse sono arrivato.
    Con un brivido
    allontano il pensiero
    che possa cominciare
    un' altra vita.
    Non voglio risorgere
    dalle mie ceneri.

    Tutto intirizzito
    il cervello si ritrae
    attraverso l' acqua
    docile e muta
    del silenzio.
    Colmo il cavo della mano
    con i veleni di questa notte,
    a perdita d' occhio
    la piu' eterna della mia vita.

    Nell' alone dell' occhio
    mormora una foglia morta
    (di un universo dileguato,
    inghiottito dall' anatema
    di un dio demente),
    pudico fuoco fatuo che brancola
    nel crepuscolo del viale,
    un lamento inanimato
    a zonzo nella mente
    (prima che sia devastata dai sogni,
    martire vergine avvizzita),
    (un albero ha tanti cuori
    appesi ai rami)
    che s' abbandona al mio sangue
    (trina di strascico frusciante:
    stanno bruciando il mio feretro)
    nelle viscere della cicatrice.

    Il fuoco trabocca:
    rami secchi crivellati di stelle
    straziano le tane incastonate
    lungo i pendii dell' abisso.

    Un' eco s' attorce sul mio capo
    e una ciocca di tramonto pendula
    sul cristallo attonito dell' occhio,
    un immane topazio asperso
    di lava di lacrime,
    suggella i suoi rintocchi.
    Da quale pupilla stillano,
    dalla mia o dalla sua ?
    al chiaro di luna
    rifiuto di rispondere.
    Non ricordo,
    e' successo tanto tempo fa.

    Un vento truce
    dirada i miei pensieri,
    mi sospinge a piedi nudi
    nei meandri di una foresta
    allagata dal nettare
    di un vulcano.

    Le falene dei laghi
    sono annegate tutte.
    L' occhio,
    come un uovo d' oro,
    affiora dal mucchio fumante,
    spettro lunare dilavato
    dalla pioggia febbrile dell' alba.
    Nella cava abbandonata,
    all' ombra umida delle sfingi
    scolpita da becchi di sirene,
    nell' androne degli scheletri luminosi,
    nella tana delle corazze vuote,
    nell' antro delle carovane perdute,
    le grandi ali bianche
    battono all' impazzata,

    finche' lo spazio del tempo
    e' di nuovo libero.
    Mi ci getto a capofitto.

    Tu che non hai ombra,
    che nessuno specchio
    riflettera' mai,
    sappi che io ti ho visto:
    sei soltanto un buco profondo,
    l' orrida carogna del silenzio,
    un tonfo nel vuoto,
    un sorriso idiota rimasto
    sulle labbra per caso,
    un feretro in bilico
    sulle zolle divelte,
    il mio volto chiuso
    in un buio esiguo
    ed eterno.

    La croce del mio sesso
    piantata al centro di quell' occhio.
    Una lacrima bianca
    cola lentamente
    lungo l' iride lunare.

    Un altro me morto.
    Dappertutto teste mozze di me.
    E un cuore senza luna
    che pensa a se'
    e scrive di me.


    (***)

  3. L' ombra del fuoco




    Ha fatto capolino dietro il sole:
    rosicchia i fiocchi di zucchero
    dell' ispido velo.
    E' la mia ombra.
    Mi esce dalla bocca
    una stridula foglia di silenzio
    che indugia rotolando
    nel vento degli astri
    invece di mettersi al sicuro
    nelle viscere di un ventre di citta'.
    La malinconia delle strade che ho battuto,
    ora che sono, tutte spente,
    una lunga fila di porte chiuse,
    svuota la figura sparuta
    che rifletto dalla sponda del fiume,
    ne dissolve l' immagine
    nei cerchi della mia acqua.

    Sulle labbra del vento
    un nome di corallo.
    Le ragnatele si disfano
    al primo sbuffo di sole.
    Un relitto inerte,
    un corpo solitario affonda
    nelle sabbie mobili
    del polline infecondo,
    annaspa nelle matasse
    di filo incandescente,
    scheletro nella bolgia elettrica,
    pupazzo di cera vergine.

    L' abominio galleggia
    sui flutti del rogo.
    scariche di nero eruttano bitume
    dalla cera vergine della conca,
    casco d' alghe lacrimose,
    plasma amebico
    che protende i rossi artigli
    lungo il guscio lucido del cuore,
    bava primordiale di magma giganti:
    si ingoiano e si riproducono,
    deflagrano a grappoli in cielo
    roteando a vuoto
    in orbite di crine.

    Il contrario dell' universo
    e' ancora un' eternita' ?
    Voglio trascorrere questa notte
    con la piu' bastarda atroce
    puttana: il tempo.
    Sudare nel suo ventre putrefatto,
    scaldare i semi della morte
    nei gorghi voluttuosi del suo orgasmo,
    dedicare alla lussuria dei millenni
    un minuto di voracita' animalesca
    (incantare il deserto con un miraggio),
    nelle cavita' del cigno immortale,
    tappezzata di glabro basalto color sfinge,
    versare a catinelle il cervello morto
    (chiazze pallide sulle palme tremanti
    e un sorriso ebete
    sotto la maschera di dinosauro estinto),
    sperma d' opali biondi,
    getto di scarabei urlanti
    nella voragine rovente.

    Voglio tatuare
    sul sesso del tempo
    il mio nome,
    trapassare l' imene
    con la punta
    del mio cuore circonciso.
    Di emisfero in emisfero:
    il cielo prolifera.
    Al crepuscolo del tempo
    quali stelle sorgeranno ?

    La vergine imbavagliata
    non puo' urlare
    mentre stritolo
    le sue sterili carni .
    Ho sparso un mazzo di fiori
    sul suo petto ansimante.
    Penetro nella fossa comune,
    assoluto nulla dei sensi,
    vomitando muco cerume e merda,
    blasfemo supino sul sudario divino.
    Una sincope di sole
    a picco sulla spiaggia,
    abbasso le palpebre a voce torbida,
    cesso di vivere
    in mezzo a quella mischia
    di forme abominevoli del martirio
    (non sento altro suolo
    sotto i miei piedi
    che il baccano assoluto
    delle conchiglie),
    crocefisso ai sudici tetti
    dell' ultimo crepuscolo
    mentre la barbarie del tempo
    massacra albe e tramonti
    come un mare di artigli furente
    che scaraventi sabbia
    sulla riva di sabbia.

    Dalla bolla infranta
    fuggono a precipizio
    animaletti di paglia,
    pannocchie calde e palpitanti,
    al valico della soglia tramutati
    in capsule di muffa di ciglia,
    in spighe trebbiate di carne,
    in bufere di filari di pelame,
    strida e zampilli di sangue
    (con un colpo netto
    taglia il capo di un bimbo
    caduto in ginocchio,
    che fiera creatura il fuoco !).

    Un capogiro di foglie morte,
    avviluppate in un sibilo stridulo
    quando la tela sta per disfarsi
    e deturpata ridursi in polvere,
    dal fondo dell' abisso
    urla che noi moriremo.


    (****)

  4. L' agonia del fuoco




    Se sangue d' angelo l' oro
    che nella pentola fumante del cosmo
    una maga dai denti aguzzi
    brandendo il mestolo arrugginito
    e tentennando il teschio del bastone,
    sottovoce sibilando una nenia atroce,
    per silenzi di bolle tumefatte
    rampicanti sulle volute comatose,
    a piccole dosi versa,
    e prima soppesa a lungo
    sul trepido palmo,
    l' elisir di sangue mestruale;
    se lave di paradiso
    anche gli spruzzi di brace
    risvegliata dalla morte
    che cercano scampo
    aquiloni minuscoli
    nelle brezze sorgenti
    da infernali orizzonti,
    se dal nulla un incantesimo celeste
    sprigionasse la mia morte,
    se da un buco nel deserto
    evocasse il mio nome,
    il nome del mio nome,
    e cosi' via in successione infinita,
    fino a comporre il nome
    del volto che sognavo bambino,

    lascerei che la memoria
    scorra libera e possente
    nel letto del rimpianto,
    al cospetto della luce d' oriente,
    quando la sua immacolata compagna
    naviga all' altro capo della volta
    nel risucchio di un ciclone galattico:

    prostrato sullo specchio delle mie delusioni
    accendo un piccolo falo'
    di tutti quegli addii
    (mettero' in conto al mio passato
    anche questo, un giorno sporgente
    dal precipizio del tempo).

    Nel vortice di specchi
    ho smarrito l' immagine
    del volto che inseguivo.
    Sono imprigionato in un cristallo,
    ogni faccia del quale riflette una fiamma.
    Mi avvicino a quella che si torce
    negli spasimi piu' atroci.
    Cerco nei suoi lividi
    qualche segno che collimi
    con il volto perduto,
    e mi pare ... mi pare ...

    Ha sprangato la porta di casa
    e adesso miagola nell' ombra
    al frastaglio di luce
    che straripa sotto l' uscio:
    il fuoco si avvicina.
    Il fuoco afferra la preda
    nella morsa solare dei suoi artigli
    e cala a falde
    sulle carni tremanti.

    Nell' eta' del ghiaccio
    le nostre anime come grano
    saranno falciate e gettate sul carro,
    e irrorate di veleno si corromperanno
    nell' eterna vertigine della macina.
    Sara' tomba un forno
    che sfamera' le creature di cristallo,
    ubriache gia' del nostro sangue,
    rette per rugginosi cigolii
    di fili metallici
    dai tentacoli gelatinosi del burattinaio
    (il grande abisso del palcoscenico
    giace al chiaro di luna
    dietro il sipario di corallo,
    simile a un atollo
    o alla bocca di un vulcano spento).
    I fantasmi di cristallo ridono
    con la voce del padrone.

    L' imponente scalinata
    che aggira a spirale,
    incrociando il suo riflesso a meta' strada,
    la cattedrale irta di guglie,
    come una convulsione del grande edificio,
    porta all' atrio d' ingresso,
    ai piedi di se stessa.
    La salgono da millenni
    profeti e mercanti,
    e un cieco sul primo gradino
    chiede l' elemosina
    con un cartello a tracolla:
    "non avrai altro dio
    all' infuori di me".

    Il gelo si rapprende
    sulle foglie acuminate del rogo
    e il carro stipato di festuche
    caracolla sulle stoppie bruciate,
    ad ogni sobbalzo perdendo
    una nuvola di sabbia di spighe
    (dall' infinito nella penombra
    branchi d' occhi titubanti
    attendono di sentir schioccare
    la verga che li condurra' al macello);
    il cocchiere si aggiusta il cappello di paglia
    e i vecchi attizzano il fuoco
    ai bordi del campo
    (tutti gli abissi si somigliano,
    destino comune in essi e' il cadere).
    S' infrange un' onda di sole
    irta di chicchi e di aghi.

    La bacchetta rabdomantica che mi serve
    a scovare le vene sotterranee del fuoco
    punta una gabbia d' amianto.
    Lo spirito che aspettavo,
    e forse meritavo,
    manda un fuoco fatuo inebriante:
    quel ramo decapitato
    dal corpo dell' ombra
    e innestato sul giovane sole nano
    del giardino magico
    (non e' forse una forma di vedetta
    ripetere all' infinito l' umiliazione subita
    quando la giustizia imperfetta della vita
    non puo' porvi rimedio ?
    io sono quel ruscello
    che scorrendo fra i sassi e le radici
    impara soltanto le cose che non vedra' piu',
    io sono una memoria smisurata e inutile).

    Avvolta nelle siepi tentacolari del giardino
    luccica l' ombra di un altro corpo sfracellato,
    orrida rovina nel grande anfiteatro.
    Risuona a dismisura l' eco della morte
    di volta in volta piu' vicina.
    A quel canto, cosi' simile al vagito della notte,
    il contadino ammaina la falce
    e si lascia trasportare dall' ultimo soffio a riva
    nel profumo di covoni grondanti di vipere.

    Singhiozza la fiamma, presa
    in un mulinello senz' ancora.


    (**)

  5. Il labirinto del fuoco




    Respiro con tutta la mente
    l' odore acre e magnifico
    della fiamma azzurra
    che si leva da ogni orizzonte.
    Un' incisione sul marmo del tempo
    spiega a tutti e a nessuno
    che nel cimitero s' incontrano
    tutte le linee della vita.
    Nei sentieri di ghiaia tracciati dalle tombe,
    battuti a tratti da perfidi spifferi
    che sparpagliano i petali
    sui lividi tatuati nelle lapidi,
    passeggiano uomini e donne solitari,
    immersi nella voragine della memoria
    e raccolti nel loro stolido silenzio
    di traditi che hanno tradito;
    arrancano figure di granito,
    immortalate da un empio mattino d' estate.
    Un ventre di cannibale partorisce i morti.
    I vivi non nascono mai.

    Enigmi in fitti sciami si avventano
    sulla mia carogna.
    Il rettile blasfemo mi ha gridato:
    "ti amo". Arenato in un pantano di spiriti.
    Rigettato dalla marea
    contro la scogliera dei ricordi.
    Fatuo vaniloquio dei flutti
    nella mente sommersa.
    Raccatto una conchiglia senza nome;
    un' altra; un' altra ancora:
    qualcuno ha lasciato una traccia per me ?
    Raccapriccio dinanzi alla pelle
    salmastra e viscida del serpente:
    nei suoi occhi aguzzi brilla
    una scintilla inintellegibile. Mi allontano
    innalzando muri di sabbia
    fra me e quell' arida visione.
    M' inabisso per sempre
    in un nido di tartaruga.
    Mi affusolo in un coccio d' uovo ancora umido.
    Espio il piacere di vivere,
    mentre tutt' intorno esplode
    mezzogiorno a gabbiani radenti.
    Lepore del castigo.

    Il cannibale bicefalo si riempie le bocche di petrolio
    bevendo a piccoli sorsi dalla coppa
    che somiglia a un lungo stelo di rame
    sormontato da un cratere. Si volta,
    borbogliando il liquido nelle mascelle ...
    e spruzza fiamme contro i morti,
    tossisce e trema come un adolescente
    squassato dalla tisi.
    Immobili fra le macerie di cera
    rattrappite durante il coagulo,
    gli storpi dell' orda,
    le statue d' argilla
    seccate prima che fossero finite,
    formano una lunga bava viscosa,
    una catena di lumache fossili.
    Ora brancolano putridi nel marasma di luce,
    riflessa da ogni punto
    di quel vasto specchio deforme.

    Una crisalide mi sbarra la strada:
    qui s' incontrano a stella
    tutti i futuri possibili,
    come nel nocciolo i fili della radice.
    Immani folate scompigliano
    quel covo di sogni.

    Una danza di gnomi
    attorno al fusto madido di parassiti;
    un riverbero di cannocchiale
    dietro la luna,
    l' eco sfocata di trombe
    dagli spalti spopolati,
    il rombo del galoppo
    sotto la volta incandescente,
    la tempesta di sabbia
    che muta ogni cosa in oro,
    il lamento delle donne
    barricate nelle spelonche.
    Nel mulinello che torno torno
    spoglia la quercia del verde strascico
    annaspa anche il mio cervello,
    come un asteroide in balia dell' orbita
    che nei millenni nessun astro
    ha potuto lacerare.

    A perdita d' occhio futuro.
    Mi pento, e mi perdono
    i pensieri secreti in me
    dall' orrore di vivere.

    Adesso che il sole, tramontato,
    non turba piu' i silenziosi
    colloqui dei vecchi, la quercia
    e' una grande massa informe e inutile
    di capelli scarmigliati
    (le chiavi luccicanti che pendono dall' alabastro,
    le impronte indelebili sugli scalini dell' ara,
    il colpo invisibile che disarciona il sacerdote,
    le mani che si spalancano dal nulla sul nulla)
    Vorrei esser capace di mescolarmi
    alla gente imputridita del cimitero,
    che brancola ancora,
    al chiaro di luna,
    fra le tombe socchiuse
    (gusci infranti).
    Questo mondo opaco
    lo guardo con tutta la mente.
    Un' eclissi di gabbiano
    mi appanna la vista:
    e' appena un momento,
    ma il sole, dopo,
    non e' piu' lo stesso.


    (***)

  6. Il veleno del fuoco




    Vampe simili a stormi d' uccelli in fuga
    assaltano il cerchio frastagliato dell' orizzonte.
    Penetrano, invisibili nel buio,
    il crepitio del tuono
    e lo scroscio della cenere.
    Ascolto cedere fragili rami,
    sgusciare nell' erba sudata
    le serpi brilanti,
    detonare lattine arrugginite,
    un avvoltoio frustare il cocchio lunare,
    un angelo nero agonizzare
    impigliato nella ragnatela di fiamme,
    lampeggiante spaventapasseri,
    faro nel naufragio dell' incendio.

    Dal baule trae il sudario bianco,
    si spoglia e lo indossa per la cerimonia.
    Davanti all' altare leva
    il calice colmo di veleno.
    La volta divorata dalle bisce;
    il corpo nudo di conchiglie
    rotola sul tappeto scarlatto;
    fitte d' organo dal fumo dell' abside;
    sul pulpito un' idra
    che gesticola a vuoto.
    Sale la scala a chiocciola
    a lenti passi.

    S' ode dal profondo sferruzzare
    l' ago che imbastisce
    un nodo dopo l' altro
    e fa strage di sogni
    lungo la rotta delle cicogne.
    Controllo con la coda dell' occhio
    lo sbriciolarsi delle tenebre,
    il branco che s' annienta
    in grandi conche di sole,
    giorni nani legati al ceppo della vita
    con due lacci di tempo.
    Nella tana deserta,
    appese al soffitto,
    tintinnano meduse,
    antenne e lampioni.

    Come un rabdomante cieco
    cerco col timone impazzito
    la rotta nella tempesta.
    L' ancora non artiglia fondale,
    ma restano solchi d' unghia
    nella carne rancida
    del silenzio notturno.
    La marea dei volti,
    sigillata dal tramonto,
    scema sulle spiagge
    crivellate d' impronte.
    Il quarzo della memoria
    rischiara a giorno,
    pietoso per quel dio che grida
    la sua solitudine a squarciagola
    dall' infinito che l' imprigiona.

    Come tutte le cose erranti
    sono sepolto in tante fosse comuni:
    le memorie degli uomini
    che ho conosciuto.
    In ognuna si celebra
    la messa di requiem
    per le mie spoglia,
    officiata dal medesimo sacerdote,
    che leva verso la volta in fiamme
    il medesimo calice,
    mentre le vetuste arcate sono scosse
    dagli immani spasimi dell' organo.

    Come puo' il grande predone,
    la morte, conoscere sempre
    la rotta di tutti i vascelli,
    salpati di nascosto
    e confusi dagli uragani ?
    chi l' informa delle nostre mosse,
    affinche' possa tendere
    puntualmente l' agguato ?
    La misura del tempo
    non e' opera umana.
    Ma la morte rende capace ogni uomo
    di orientarsi nei labirinti del tempo,
    e forse non ha altro senso che questo.

    Pregno di ogni odore,
    persuaso d' ogni crimine,
    nomade della memoria,
    tutto imbevuto del fiotto copioso
    di pozioni magiche,
    maculato di cicatrici e bubboni,
    verme vandalo di latebra,
    cono d' ombra,
    osceno persistere della vita,
    soffoco nel lattice dei miei spasimi,
    progenie degenere
    di una stirpe di profeti
    (sciacalli di luna,
    morbi volanti
    e draghi di lago)
    che nei secoli ha ravvivato
    il cataclisma.

    Voglio fino in fondo
    godere la lussuria
    di questa agonia,
    seguire il malvagio istinto
    della mia mente, braccare
    le linee incandescenti del delirio
    che mi condurra' alla fine,
    e alla fine del disordine
    e alla fine di tutte le fini,
    la' dove fine non e' forse
    che il principio della fine.
    Infernale rassegnazione del dannato:
    non si puo' scontare il peccato
    di esser nati.

    Mi arrampico sulle aste orizzontali e verticali
    di un reticolo di soli e lune.
    E poi mi getto ridendo in un baleno
    giu' dallo scivolo
    nella pozza di sabbia.
    Il volto di mia madre mi rimprovera
    dal vano dell' ingresso,
    divorato da uno sciame
    di libellule inferocite.
    Il suo lungo braccio fatato
    si stende sul mio capo,
    come un lembo di nuvola
    proteso sull 'uragano,
    e le sue labbra si divaricano
    per bisbigliare un' altra volta
    il mio nome.
    Ma nel momento
    che io assaporo gia' il trionfo,
    la maschera di alghe si sfalda,
    i tentacoli di medusa colano viscidi
    lungo il corpo floscio
    e dalla voragine dentata
    emana soltanto
    un ronzio di conchiglia.
    Bevo freneticamente
    il liquido che la sabbia
    corrompe sotto i miei occhi,
    bevo anche quel veleno.
    Pullulo dall' uragano.


    (***)

  7. Lo scheletro del fuoco




    Alzo il dito
    e tocco il cielo tutto nero
    della mia infanzia.
    Scricchiola in cima alle scale
    una porta cullata dal vento
    e due lampade emanano eclissi
    (due cranii oblunghi
    che stringono fra i denti ancora l' anima).

    La mammella vergine e maestosa
    mi calamita contro il suo capezzolo eretto.
    Abbasso la mano vergognoso,
    nascosto sotto un lenzuolo di nuvole.
    Le voci che grandinano tutt' intorno
    mi legano con lacci luminosi
    al fiotto di latte che sprigiona
    dal bianco gonfio tumore:
    tramuto in vascello di tempesta
    a vele spiegate
    dentro un punto dell' orizzonte
    (da quel punto schiocchi
    un vento animalesco,
    e scompigli il brulichio di tesori
    trasparso nell' oblo'). Ubriaco,
    cinto d' argilloso diadema il curvo capo,
    e asperso il viso di polvere di cervello,
    con le palme trafitte
    dagli aculei ghiacciati del sole
    e con le ali straziate
    da una colonia di pidocchi lunari,
    mi rivolgo al pulsante involucro del mondo,
    alla tenebra vergine della mia morte.
    M' inerpico senza mani
    sulle pareti scoscese della stalattite,
    turpe totem d' acqua,
    dio impallidito al cospetto del mondo,
    sepolcro dilaniato dal mio nome:
    voglio uscire di qui !

    Muoio impigliato
    in una matassa di catene,
    splendenti di luce propria
    in questa notte crivellata
    dagli echi dell' anatema,
    dal rantolo divino
    che scalpita impaziente
    dentro la gabbia dell' infinito,
    dal delirio del crimine
    di bocca in bocca travasato,
    dal sacro uragano di orizzonti,
    dal latrato dei guardiani dell' oceano.

    I fiori viziosi sbocciati
    fra queste rovine,
    perlustrati senza pudore
    da lunghe carovane di chiocciole ambulanti,
    hanno pupille d' amianto
    impermeabili al fuoco
    e petali a forma d' artiglio
    ricurvi verso l' alto.

    Le ombre si disperdono
    lungo le mura del cimitero.
    Effimere foglie,
    bacate dai morti,
    strisciano sulla ghiaia brumosa
    verso il cancello.
    Corico il mio corpo
    a perdita d' occhio
    sul tappeto di stame.
    Lo torturo. Lo immergo
    nella follia divina,
    nell' universale perfidia a spirale.
    Ma non grida;
    non gridera' piu'.

    Mi arrampico sulla parete
    con le lunghe zampe ventose,
    torno al rifugio
    scavato nel buio guasto
    che profuma di carne umana.
    Dalle rupi scoscese cola una bava
    che non e' sangue,
    e la membrana palpita a brandelli.

    Trafitto da una lisca, avvizzito,
    putrefatto in fuliggine,
    come un condanato che contempli il patibolo
    dal turbine di raggi dell' ultima cella
    e giuri vendetta alla lunga fila di secoli
    che migra lentamente sotto le nubi ad oriente,
    cerco di annientarmi definitivamente
    nelle fauci del fuoco fossile
    di questo rogo deserto.

    Vicino alla mia bara
    due lanterne vuote
    e un sudario ricamato a stigme,
    torrida ombra del mio gelido corpo.
    Due coppe di fuoco scheletrico
    e una pupilla in fondo
    alla fossa del cosmo.
    Non siamo che grovigli immondi
    di tormenti animati,
    tremanti nugoli di lampi
    nell' oscurita' perenne.
    Addossato a un muro
    che non c'e' piu',
    succhio il sangue di un altro dio,
    il dito rivolto senza speranza al cielo.
    Alzo il coperchio
    e mi corico dentro.
    Cado con la testa all' ingiu'.

    Potete scavare adesso,
    in un punto qualsiasi
    di quello sterminato cimitero
    che e' il mondo.
    Prima pero' lasciatemi ammirare
    ancora una volta da quassu'
    le rovine disabitate
    della mia vita.

    Come se la mia morte accadesse
    in un sempre che si trova ovunque.

    Esalando un urlo
    che sia un respiro


    (***)

  8. Il silenzio del fuoco




    Le ragnatele si disfano
    al primo sbuffo di sole;
    le rondini seguono in silenzio.

    O lampada dal becco di titanio
    che rivolgi il tuo verme solitario
    dentro il globo d' argento,
    o relitto di zattere
    ancorato a un cavallone,
    o guglia di cattedrale
    intrisa di cielo fino a scoppiare,
    o turbe di demoni
    avvitate nella tenebra,
    o folate di tempesta
    e di pupille arroventate,
    o creste e criniere,
    ali e pinne,
    zoccoli e code,
    o aureo sepolcro fuso
    dalla pietra del tempio,
    o trono diroccato
    di un regno sommerso,
    o putridi miasmi
    mutati in morti,
    o riflessi colorati
    del prisma affilato che precipita
    sul collo degli innocenti,
    o nicchia vellutata
    dell' angelo che squittiva
    come un pipistrello
    ai tramonti inestinguibili
    della mia infanzia,
    o lattice che mi avviluppi,
    o artiglio che mi afferri,
    o fauce che mi divori,
    i miei occhi vi scorgono
    e le mie orecchie vi odono
    e il mio naso vi fiuta,
    limo del fiume
    frugato da empie correnti,
    vena che scalpita
    sotto la fronte.

    I fuochi tacciono.

    Poso l' orecchio sul petto curvo
    come una conchiglia
    per vedere se mi riesce ancora
    di distinguere nel galoppo del vento
    la risacca del cuore.
    Risalgo il corso del fiume
    fino all' ansa dove
    un vegliardo getta la canna
    e arrotola il tabacco;
    al saluto che ci scambiamo
    lascio cadere un ciottolo
    nell' acqua reboante del torrente:
    sotto il ponte la vita
    scorre verso la morte,
    la morte verso la vita.

    Non ha altro senso che questo:
    rotolare (contaminati
    dalle radiazioni, scemare).

    Ho chiamati a raccolta
    gli abitanti degli incubi
    (battono le grandi ali nere
    e si alzano lentamente in volo
    verso il bagliore della foce).
    E' l' unica infanzia che mi spetta:
    quando devo dormire ?
    O inseparabile noia del mio respiro,
    l' unico naufragio del mio incubo
    ha trovato rifugio su un' isola deserta.
    Rivolgo le braccia a occidente,
    dove sorge il sole,
    l' unguento che guarisce ogni ferita:
    nelle piaghe violacee
    intingero' l' occhio pallido
    e commettero' atti impuri.
    Ritorna, sole, ritorna !

    Quando mi volgo a guardare
    le stanze che ho lasciato alle mie spalle
    e vedo che non ci son piu' porte aperte,
    penso che il giorno del supplizio
    saro' piu' solo di oggi,
    piu' nulla di oggi carponi
    sotto la neve azzurra che si dilegua.
    Che sara' delle mie spoglia ?
    Il boia mi guarda di sottecchi
    e affila la lama:
    cado senz' appiglio, a capogiro,
    in quello sguardo.

    Sbocciano intorno a me
    albe e tramonti
    (ho preso l' abbrivo,
    la luce delle stelle non mi fermera',
    ad un altro orizzonte e' scomparsa la luna,
    vaga lontano la memoria seguendo
    le orme di quell' astro sedotto,
    ma per quanto io la risalga non trovo approdi
    ma soltanto vascelli che affondano
    lentamente con me, agonie,
    e grida di vecchiaia),
    luci e oscurita' che mi aggrediscono,
    che mi deturpano,
    mi rovesciano sul guscio
    e mi abbandonano sulla spiaggia
    a scalciare impotente l' aria.

    O grondanti emisferi del cervello,
    o guaiti del cuore,
    o scricchiolii delle ossa
    sotto la macina infernale,
    o lampi di sangue che squarciate
    la corazza delle tenebre,
    o aureola del mio volto
    scolpita in cima all' altare
    di una catacomba illuminata,
    a lato del sepolcro di mia madre,
    i semi nei solchi sono sazi,
    i fiori del giardino
    sonnecchiano avvizziti,
    i rottami arrugginiti
    tornano a galla.
    Colo a picco.
    La cancrena che ha fatto il nido
    nell' alveare del mio cervello
    si avvinghia a tutto cio'
    che ho fatto e sono stato,
    trabocca da ogni poro del mio corpo
    per ammorbare l' aria che respiro
    e di cui essa si nutre.
    Al mio cospetto non e' che silenzio,
    ma nei covi della vita
    che non ho mai saputo scovare
    si tramuta in un groviglio
    di membra palpitanti.
    Formicolio di luna nello stagno,
    galleggianti impronte di foglia.
    Ruzzolano ragni trampolieri
    in una conca di acqua diluviale
    emettendo segnali di gioia,
    aculei riversi, orde di basalto,
    abbaglianti spirali di farfalla
    latenti nel tetro silenzio notturno
    che ricadono a piccoli soffi
    sulla patina brinata dell' arcobaleno:
    presto sara' l' alba di quel giorno,
    non so neppur io quale.

    Quando saliro' il patibolo del tempo,
    per passare in un nulla
    dal sogno al nulla,
    proprio non so il nome che avro'.


    (**)

  9. Il fuoco del fuoco




    Brividi di violino esalano
    dai crepitii del disco
    in preda al turbine del grammofono.
    Il profilo evanescente del salice
    si gonfia a dismisura
    (ai suoi piedi scavano
    raggi una fossa fosforescente).
    Naufragano lucertole spettrali,
    berciano nell' oscurita'
    e scivolano dalla grondaia
    in pozze di nettare.
    La consunzione dei tulipani
    impregna il giardino lunare.
    Macellano interiora. E' festa.
    I solchi del disco
    spruzzano lische di canti.
    Armenti in divisa strisciano
    nel viluppo dei rovi.
    Appena spalancato l' uscio astrale,
    gli aculei fiottano nella corrente:
    una vampa di vetri ammicca,
    romba nella veranda.
    Un' ape fecondata guizza e trilla
    (si accumulano nel mio cervello).

    Tutti gli uomini sono sepolti
    nell' unica tomba
    (noccioli di stelle eiaculati ciechi
    feconderanno interi mondi).
    La moschea e la pagoda,
    vacillanti nel giro di vento
    che ha artigliato mantelli e cuspidi,
    si specchiano nel vuoto, lisce e mute
    come due giocattoli dimenticati.
    Soli d' autunno incalzano i sogni in fuga
    su un cencio di tappeto volante
    ("non hai scampo", mormora,
    "io, tuo sogno, ti sto sognando").
    Una tomba polverosa
    in un deserto senza confini.
    Dondolano le teste sul baratro
    e non cadono:
    il paradiso non esiste,
    ma neppure l' inferno,
    neppure l' inverno.
    Lecca il sole:
    un suo sosia certamente.
    Un altro morto discende
    la lunga scala a chiocciola.
    Giacciono lungo i muri diroccati
    del cortile le palpebre azzurre
    dei miei compagni di gioco;
    scivolano dal cancello arrugginito
    ombre che ancora non sanno
    cosa vuol dire aspettare.

    Spengo le mie dita
    nel silenzio maculato di grida,
    con un groppo in gola di campane a distesa.
    Hanno gettato sotto un cespuglio di ragni
    la carogna di un bambino
    (le sue membra disgregate
    come quelle di un giocattolo rotto).
    Una mosca s' impenna contro il vetro,
    un nocciolo rimbalza sulle mattonelle sudice,
    metalli bianchi cadono
    nel buco nero della serratura,
    larve nel grembo di una ragnatela,
    un cuore bianco infrange la bufera,
    sguscia dal sentiero
    una lunga schiera di mantelli.

    I gabbiani ululano al pianeta,
    grandinano stelle a dirotto.
    Il deserto attutisce l' abisso.

    Un volo d' immondizie a folata
    sulla foresta pietrificata.
    Bevo i respiri della terra
    e un ruscello di sabbia.
    Una capanna scolpita
    e un vortice d' argilla
    a ritroso nella cera dell' alveare
    a capofitto nelle spire del cimitero
    che occupa l' emisfero vuoto
    del mio cervello.

    Che altro noi siamo ?

    Alle pareti sono appese clessidre
    piene di luce nera,
    e il ritratto di dio
    pende sbilenco
    da un chiodo in bilico
    sul letto della puerpera.
    I mai nati sbirciano su
    da una fessura dell' impiantito:
    l' odore del parto
    attrae le loro zanne acuminate.
    Un ventre diroccato
    ansima nell' oscurita' sbiadita.

    L' acquitrino risuona
    di un sordo boato,
    tinnito, per diaframmi e fosfemi
    di uno specchio silenzioso
    riverso nell' acqua,
    fino alle pendici
    del mio volto fangoso
    (i vermi delle tempie
    si disfano nelle orbite vuote).

    Si aprono pian piano
    i miei occhi autunnali;
    e si chiudono, pian piano,
    i miei occhi estivi.

    ... dammi
    il tempo di morire !

    Due grani di follia
    cadono dalla mia fronte
    dentro il bacile del tempo,
    e la mia croce si accende;
    una bara vuota
    rischiara l' universo !