Garland Jeffreys
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Garland Jeffreys, mulatto teatrale ed emotivo affetto da crisi di identita` e complessi razziali, e` il portavoce degli adolescenti emarginati di New York. Aveva gia` alle spalle una lunga carriera, folksinger sin dal 1964, cantante dei Grinder's Switch (Vanguard, 1970), quando esordi` con Garland Jeffreys (Atlantic, 1973), che contiene l'invasata The Ballad of Me e le dolci She Didn't Lie e Lovelight, condite con un misto di jazz, folk, soul, rock, blues. L'album che lo rivelo`, Ghost Writer (1977), raccoglie le canzoni dei quattro anni precedenti, ispirate a Lou Reed e a Bob Dylan, dal suo manifesto politico Wild In The Streets (1973) a Rough And Ready (1974), dall'orecchiabile 35mm Dreams (1974) alla struggente Ghost Writer (1977), da I May Not Be Your Kind a New York Skyline, dalle armonie vocali antiquate di Cool Down Boy alla lunga Spanish Town.

I concept sulla vita di strada che sono seguiti, One-Eyed Jack (A&M, 1978), che contiene le malinconiche e forse troppo profonde One-Eyed Jack, Reelin' e Keep on Tryin', American Boy And Girl (A&M, 1979), con l'hit Matador e la serenata Shoot the Moonlight Out, hanno via via reso piu` arcigno il sound, fino ai potenti anthem R.O.C.K., da Escape Artist (Epic, 1981), e Guts For Love, da Guts For Love (Epic, 1983). Jeffreys ha cantato la vita di strada dalla prospettiva della vittima, non da quella dell'eroe, e in cio` ha cambiato significativamente l'ideologia "adolescenziale" del rock.

Jeffreys resurfaced after a nine-year hiatus with Don't Call Me Buckwheat (RCA, 1992), his most political statement ever, paced with a stronger emphasis on the reggae rhythm (Racial Repertoire, Spanish Blood).

Wildlife Dictionary (1997) fuses pop, hip-hop and jazz, thus obliterating Jeffreys the wild rocker.

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