Xhol
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(Scheda di Rocco Stilo)

Fra le primissime e tuttora trascurate "krautrock bands" della prima ora, gli Xhol esordirono col nome di Soul Caravan nel 1967, con Get In High, LP inciso per la CBS e mai più ripubblicato, in cui il gruppo proponeva brani ispirati alla soul music del tempo; vi militavano i sassofonisti Tim Belbe e Hansi Fischer, nonchè i due vocalist Ronny Swinton e James Rhodes.

Due anni più tardi la band si ripresentò col nome di Xhol Caravan e, dopo avere inciso il proprio unico single, Planet Earth/So Down per la Hansa, pubblicò ancora per la stessa label Electrip (1969).

La formazione, oltre a Belbe (sax tenore elettrico) e Fischer (sax tenore elettrico, flauto elettrico, piano elettrico), comprendeva Öcki Breuern (organo, piano elettrico, tuba), Klaus Briest (basso), Peter Miesel (kloabzug), Skip Vanwych (batteria). Il disco venne dapprima riedito in forma non ufficiale dalla Germanofon nel 1995, e successivamente dalla Garden Of Delights, che vi ha incluso anche il vecchio 45 giri. Electrip (Hansa, 1969), rinunciando quasi per intero, come le successive creazioni degli Xhol, all'uso della chitarra, evidenzia la compiuta maturazione di un gruppo che trae il rock dalle pastoie del beat e dell'easy listening per proiettarlo su un percorso fatto di aperti richiami jazzistici e una decisa propensione per le improvvisazioni, segnato per giunta da evidenti confluenze "Zappiane": i dischi di Zappa che l'ascolto di Electrip richiama alla mente sono in pratica contemporanei delle creazioni del gruppo tedesco. Tutto ciò risalta già fin dalla prima traccia, Electric Fun Fair, a metà fra il divertissement serioso e la voglia di esprimersi liberamente partendo da un semplice accordo iniziale; sulla stessa falsariga la successiva Pop Games, dove si mette in luce il duo dei fiatisti, che utilizzano flauto e sax elettrificati, prima che la batteria e le tastiere ingaggino uno stralunato duetto, che evolve in un finale alla Valentyne Suite. All Green ricalca le stesse atmosfere jazzate e vagamente Soft Machine; tastiere e sax vanno a ruota libera, ancora più spigliatamente e con un pizzico di naïveté in meno. Raise Up High è una lunga (17 minuti) suite che inizia all'insegna del rock&roll più disimpegnato per lasciare poi il passo a un'atipica jam strumentale, fatta di assoli estemporanei e di dialoghi informali, con frequenti cambi nei tempi, alla rincorsa di brevi intuizioni e lampi di genio che si riaffacciano e scompaiono di continuo.

Dal 1970 il gruppo assunse definitivamente il nome di Xhol, si dice per evitare confusione con la più celebre Canterbury band, e fu chiamato da Rolf Ulrich Kaiser a incidere per la OHR. Il disco, Motherfuckers GMBH & Co. KG (pressochè assente ogni informazione sui credits), non venne rilasciato che nel 1972, e fu riedito poi dalla Spalax. Ancor più stralunato della precedente release, inizia all'insegna della goliardia e dell'elettronica faustiana ante litteram (i primi due brevi titoli), per poi calarsi nella lunga Orgelsolo, in cui Öcki Brevern, in un'ottica quasi minimalistica, presagisce le sonorità che di lì a poco sarebbero state proposte dai Tangerine Dream di Alpha Centauri. Side 1 First Day presenta invece un interessante sound jazzato e pregnante, dialogato a tre fra il flauto, l'organo e la batteria, che transita da sonorità rarefatte ad altre via via più corpose e articolate. Grille propone uno strampalato capriccio tra il flauto, un tamburo e il canto dei grilli, richiamando alla mente taluni sperimentalismi che verranno anni dopo ripresi da Paul Horn. La conclusiva Love Potion 25 esordisce accennando ad un soul leggero, presto abbandonato in favore di una jam improvvisata e alquanto distesa, in cui la fa da padrone un sax felicemente e continuamente ispirato, sorretto da un background incalzante, probabilmente il brano migliore del disco.

Il terzo LP, Hau-Ruk, ancora per la OHR, uscì nel 1971 e si componeva di due lunghe performances dal vivo, Breit e Schaukel, che segnavano un ulteriore passo in avanti sulla via della maturazione tecnico-compositiva. Breit presenta un approccio intimistico e meditabondo, un sax carico di atmosfera, sollecitato dall'andirivieni dei piatti e i tocchi soffusi dell'organo; come suggerisce il titolo stesso, man mano il brano si allarga e si diversifica, per evolvere in un ensemble in bilico fra il concitato e il rockeggiante da una parte, e i climi più distesi dall'altra, quando l'organo o il sax prendono il sopravvento per farsi accompagnare dalla ritmica. Il finale è davvero free-form, pur se meno ispirato che nella prima parte. L'incipit di Schaukel è un sound cosmico e rarefatto, ancora il feeling di un sax rievocatore e di una ritmica soffusa, e poi i fraseggi più corposi dell'organo che dialoga con la batteria, e del sax distorto dal wah wah, con l'intermezzo a sorpresa della Rock Me Baby di B. B. King, un rhythm&blues il cui testo viene qua e là sboccatamente parafrasato.

Le incerte notizie sul gruppo lo danno per disciolto nello stesso anno 1971, quando già però aveva registrato parecchi altri concerti live; parte di quel materiale venne presentato nel doppio Motherfuckers Live (1972).
Quest'ultimo, riedito dalla United Dairies nel 2001, contiene nel primo disco la loro Freedom Opera, risalente al 1968 e della durata di quasi un'ora, eseguita dal vivo come prova per una futura studio version che non vide mai la luce. La suite, un succedersi di brani senza soluzione di continuità, denota l'indiscutibile maturità di un gruppo che, partito dalle radici soul, si è evoluto dalla pura black music verso orizzonti ricchi di intuizioni tematiche e di impasti strumentali che, nel loro sgargiante campionario cromatico e nel piglio «irriverente» eppure preciso, raggiungono quasi in contemporanea risultati analoghi a quelli cui oltreoceano era pervenuto Uncle Meat. Così l'iniziale Acapulco Gold, soprendentemente capace di rammentare la King Kong zappiana, in un susseguirsi di gare e rincorse fra i sassofoni, gli organi e le chitarre, un tripudio di fresche improvvisazioni ricamate su un breve tema iniziale. C'è anche spazio per le psychedelic variations, nella fattispecie i Poems adattati dai Vanilla Fudge, urlati dalla voce distorta di Rhodes che recita poesie in un canto «negro» e appassionato, una soul music all'insegna di fiati in libertà ormai emancipatasi dagli schemi e proiettata nel jazz-rock. Notevole anche l'adattamento della donovaniana Season of the Witch; dal confronto, gli Xhol appaiono ancora più ispirati e meno timidi rispetto alla celebre versione della Super Session di Bloomfield, Stills e Kooper. Talking to My Soul è una tiratissima pièce ancora più «negra» e rhythm&blues delle precedenti, che evolve in un'improvvisazione fra il cosmico, il punk e il dada, un po’ il manifesto di questa Freedom Opera che merita di essere segnalata fra le pietre miliari del rock tedesco della prima generazione. Altrettanto lunga è la performance live registrata alla radio nel 1969, e che occupa tutto il secondo disco. In questo caso però non si parte da alcun tema precostituito, trattandosi di una session ancora più free e informale, che rifugge comunque dalle astrusità e dalle cacofonie gratuite, nel segno di un festival di spunti, accordi e suggerimenti che i musicisti scambiano fra loro; ma stavolta la performance, che avrebbe potuto protrarsi così per ore, risulta qua e là alquanto naïf e solo raramente capace di quagliare. In definitiva, i momenti migliori sono quelli in cui il sound si rarefà vieppiù e il buon Skip Vanwych - alla buonora! - la smette di pestare come un dannato sui piatti, ed è possibile, per esempio, ascoltare dialoghi più concreti fra il sax e l'organo. La ristampa di questo doppio live è accompagnata da un terzo CD che ripropone un EP di 15 minuti, contenente tre brani che appartengono sì al gruppo, ma diversi sono gli esecutori, e che abbracciano i diversi momenti storici della band: Memories appartenne ai Soul Caravan del 1967, un tipico soul proposto dai Current 93 (Michael Cashmorfe, Steven Stapleton e David Tibet); Radio, degli Xhol, è una boutade quasi-zappiana eseguita da Nurse With Wound (che si identifica con Steve Stapleton); e Walla Mashalla, del periodo Xhol Caravan, è il brano più importante, un estro acustico e cristallino, con approccio quasi alla Penguin Café Orchestra e vagamente orientaleggiante, ad opera di Cristoph Heeman e Andreas Martin.
Scarse sono le notizie sui membri del gruppo, dei quali il solo Fischer, sembra, ebbe un futuro, quando raggiunse gli Embryo fin dal loro secondo LP. L'importanza degli Xhol, più ancora che nei loro dischi (tutti notevoli, ma forse nessuno dei quali un vero capolavoro), risiede nello «strattone» da loro impresso alla direzione del sound che aveva corso in Germania alla fine dei ’60, avendo essi contribuito forse più degli altri gruppi, insieme ai Tangerine Dream, a portarlo verso dimensioni più complesse, che sarebbero state di lì a poco riprese con esiti ancora maggiori dai Faust. Il connubio fra jazz e rock rimane però la loro connotazione più inconfondibile, e in tal senso essi costituiscono un imprescindibile punto di riferimento nella storia del rock tedesco.

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