Ophelias
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Gli Ophelias erano il complesso del cantautore e polistrumentista Leslie Medford. Furono attivi a San Francisco nella seconda meta` degli anni '80 e per tutta la loro esistenza furono tra gli esponenti piu` originali del rock d'avanguardia, riportando alla memoria i dischi piu` surreali della storia del rock, come quello degli United States Of America o (piu` vicini nel tempo e nello spazio) quelli dei Tuxedomoon. Le loro canzoni erano contrassegnate non solo dagli arrangiamenti raffinati del leader, ma anche dalle sue liriche pretenziose, che non esitavano a citare Shakespeare.

Il primo album del 1987 (omonimo per la Strange Weekend), straripante di idee, li impose subito all'attenzione generale. Medford si diletta con qualunque genere e qualunque orchestrazione, da Palindrome, che recupera una cadenza da saltarello medievale e le sovrappone un canto a meta` fra l'opera e il cartone animato, a In America The Other Day, uno sketch che sembra uscito dal musichall satirico del primo Zappa. Ma Medford e` anche figlio del suo tempo: in New Society dimostra di aver assorbito il sarcasmo dei punk e il futurismo dei decadenti, anche se il sound e` un funk psichedelico troppo forbito persino per gli Ultravox. Meglio ancora forse Clash Of The Titans dove la sua tendenza a ricondurre tutto alle filastrocche per bambini si sposa a un umore psichedelico che sta a meta` strada fra Hitchcock e Marc Bolan: ne viene fuori un boogie dimesso, subdolo, incalzante, con una melodia spaziale (un assolo jazz di tromba, una coda dissonante). Se alcune delle composizioni risultano stucchevoli al secondo ascolto, quelle che funzionano sono dei gioielli armonici.

Oriental Head (Rough Trade, 1988) riduce la sperimentazione (e con essa la lunghezza dei brani), ma non il fronte dei generi. L'innesto di David Immergluck (dei Monks Of Doom) contribuisce a incoraggiare Medford nelle sue proditorie incursioni nelle armonie di confine. Nascono cosi` la fanfara allucinata (alla Rip Rig And Panic) di Plaster Of Paris, che mescola festose trombe rhythm and blues a tumultuosi poliritmi africani, e il raga psichedelico (alla Television) di Stay With Me. Qua e la` (Turn Into A Berry) si avverte l'influenza del David Bowie piu` lezioso.

The Big O (Rough Trade, 1989) chiude la breve carriera di Medford con un sound ancor meno avventuroso. Il tenue surrealismo del primo album e` stato compresso in canzoni rock meglio equilibrate. Le espressioni autentiche del suo genio imprevedibile sono ballate semiserie come Pretty Green, Strange New Glasses, When Winter Comes, che Medford canta con il minimo sforzo, scivolando ogni tanto in registri insoliti, affidandosi a melodie bislacche, abusando di coretti ironici, guidando il gruppo a cadenze irregolari, invitando continui cambiamenti di scena, tentando in tutti i modi di centrare il bersaglio.

Certamente ricche di diversivi, le canzoni di Medford rimarranno fra le stranezze consegnate alla storia della musica dal rock psichedelico di San Francisco, anche se forse nessuna ha la forza di resistere da sola al tempo.

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