Patti Smith


(Copyright © 1999 Piero Scaruffi | Legal restrictions )
Horses, 7/10
Radio Ethiopia, 8/10
Easter, 7/10
Wave, 6/10
Dream Of Life, 5/10
Gone Again, 5/10
Peace And Noise, 5/10
Gung Ho, 6/10
Trampin' (2004) , 5/10
Twelve (2007), 3/10
The Coral Sea (2008), 3/10
Banga (2012), 5/10
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The most authentic reincarnation of the spirit of Bob Dylan, Lou Reed and Jim Morrison, poetess and rocker Patti Smith was first out of the blocks of the new-wave generation. The songs of Horses (1975) were little more than free-form accompaniments of Smith's poems, but Radio Ethiopia (1976), her masterpiece, and Easter (1978) added epileptic rock'n'roll numbers and introduced a wild, visceral, feverish of screaming her lyrics, halfway between a medieval witch and a gospel preacher, That hysterical and emphatic register soared over a boogie bacchanal in crescendo while broadcasting epic confessions of frustration and alienation that rediscovered Chuck Berry's old trick of transforming the issues of a generation into mythological stuff.
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Patti Smith fu una delle voci piu` autentiche del movimento new wave e ispiro` gran parte del fenomeno che l'aveva creata.

Giunse a New York ventunenne, un'intellettuale provinciale come tante alla ricerca di una vocazione negli ambienti underground. Era gia` ragazza madre e scriveva poesie. Per otto anni sbarco` il lunario con svariate attivita` culturali, ora commessa in un negozio di libri, ora critica di una rivista musicale, ora drammaturga. Ebbe la determinazione e la fortuna di entrare in contatto con l'intellighenzia che conta, da Andy Warhol a Bob Dylan, da Sam Shepard a Johnny Thunders.
Durante la sua relazione con Allen Lanier, scrisse alcune canzoni per i Blue Oyster Cult. Ma la svolta cruciale fu quando comincio` a scrivere musiche per le proprie recitazioni libere, una tradizione di New York che in lei trovo` una delle voci piu` potenti e una delle poche in grado di complementare le proprie parole con musiche trascinanti (merito anche del chitarrista e musicologo rock Lennie Kaye). Quando la new wave esplose, Patti Smith si trovo` nella posizione ideale (e nei circuiti ideali) per cavalcarla. In breve Patti Smith divenne la reginetta della new wave.
Non furono soltanto il suo stile isterico di canto e le sue liriche free-form a farla conoscere. Patti Smith era una personalita` completa, una di quelle per le quali il confine fra vita e arte e` molto labile. Pervasa dallo spirito dei maledetti del rock, da Lou Reed a Bob Dylan, da Janis Joplin a Jim Morrison, e dotata di una voce secca e stridente, malata e feroce, disperata e rabbiosa, trascinante e febbrile, che trova il suo tono naturale nel recitato invasato o in tiratissimi rock and roll senza fronzoli, Smith era una visionaria contesa fra la Bibbia e Rimbaud, fra catechismo e boheme.

Trentenne ossuta strega che si proponeva di salvare il rock, blaterando sulla morte presunta del genere, atteggiandosi a profetessa di un revival cristiano e pavoneggiandosi come ragazza qualunque che ha avuto soltanto piu` coraggio delle altre, impose un cliche` prima ancora che uno stile musicale. Come tutti i miti della musica rock, aveva quel tanto di esibizionismo che le consentiva di magnetizzare il pubblico, nonche' spettacolari doti d'interprete. La sua ideologia era peraltro molto fumosa: fedele al proprio paese, ragazza di strada redenta dal Concilio Vaticano, proclamava migliori performer di tutti i tempi Jagger, Cristo e Hitler (cioe` i piu` abili a conquistare le masse), e predicava il rock come forma di comunicazione delle anime. Pur chiacchierata per le idee professate, conservava tuttavia il fascino della sacerdotessa generazionale, seducente e impotente, aggregante e illudente.

Gli schemi musicali erano invece sempre gli stessi: il lungo delirio con suspense, oppure una sorta di gospel conciso e isterico, l'equivalente di un salmo biblico a tempo di rock'n'roll. Spesso il chitarrismo distorto e trascinante di Lenny Kaye aveva piu` consistenza del suo vomito in crescendo.

Il suo primo singolo Piss Factory, uscito il 31 luglio 1974, segna di fatto la nascita della new wave, ed e` un esempio canonico delle sue declamazioni libere su jam chitarristica free-form.

Il primo album, Horses (1975 - Arista, 2005), segno` per la musica rock un ritorno allo stile dei tempi eroici, a Bob Dylan e ai Doors, alle epiche confessioni di frustrazione e alienazione. In realta` il disco spiegava semplicemente come "leggere" i suoi poemi: la voce incalzava in un crescendo emotivo, il complesso rock imbastiva un boogie piu` o meno velato. L'introspezione drammatica di Birdland, "lento" dilatato in ipnosi psichedeliche e fraseggi da cocktail lounge che esplode in un'epica e invasata sarabanda da messa gospel; l'incubo nevrotico di Land, variazioni sul celebre tema di Pickett e primo saggio di come l'esile, liturgica Patti sappia lottare allo spasimo con le note grazie a una vasta gamma di sfumature, una retorica tutta istintiva e una tensione espressiva al limite dell'esaurimento nervoso, e costruire cosi` atmosfere allucinate che deflagra poi nelle sue titaniche progressioni; e il solenne tormento "doorsiano" di Break It Up, dove si sublimano le sue doti di attrice capace di creare suspence, emozione e disperazione, furono i primi capolavori dell'artista. Gli accompagnamenti free-form, ma molto rockeggianti, capaci di tendersi come elastici e di esplodere all'improvviso con potenza e violenza da hard-rock, di Kaye e Richard Sohl (piano) costituiscono una novita` tanto rivoluzionaria quanto il suo stile isterico di canto/recitazione. Canzoni piu` regolari come il reggae Redondo Beach, la caracollante e ipnotica Kimberley e la funerea Elegie che chiude l'opera passarono pressoche' inosservate pur vantando costrutti e interpretazioni originali.
Con quest'operazione Smith replicava il trucco operato da Dylan alla generazione della "contestazione": costruire con il proprio stile di arte e vita l'immaginario dei propri fan affinche' essi potessero soddisfare il bisogno di realizzare il proprio immaginario nel suo stile di arte e vita. Mettendo il suo genio visionario al servizio delle frustrazioni della sua generazione, Smith diede voce ad un'epoca. E' una voca torturata e insicura, affannata e sofferente, che non sa piu` ne' librarsi nei voli epici di Slick ne' affondare nel roco pianto di Joplin. E' piu` selvatica e spontanea di entrambe, tecnicamente debole, dilettantesca. Non emula ne' l'utopismo radioso della prima ne' il realismo depresso della seconda: i suoi sono deliri confusi, volutamente vaghi, volutamente astratti.

In Radio Ethiopia (Arista, 1976) la poetessa volle seguire la strada del maestro "maudit" (l'Etiopia fu la seconda patria di Rimbaud). Per esprimere sensazioni di vita vissuta, Smith modello` un linguaggio piu` esasperato, dalle brevi epilessi di Ask The Angels e Pumping My Heart, un boogie dinamitardo (dove l'apprendistato heavy presso i Blue Oyster Cult mostra la sua utilita`), cantate con voce tagliente e straordinaria energia psicomotoria, alle disperate agonizzanti dissonanze di Radio Ethiopia, sputi di suono marcio che raggiungono vertici di ossessione e sperimentalismo in un sabbah allucinato condotto dalla chitarra hendrixiana di Kay nella miglior tradizione psichedelica dei sotterranei newyorkesi. Litanie free-form come la sinistra e apocalittica Ain't It Strange e la piu` serena Distant Fingers, ed elegie quasi religiose come Pissing In A River non aggiungono nulla al breviario di Horses.

Easter (Arista, 1978) e` l'album della definitiva maturita` artistica e commerciale di Patti Smith. Il sound e` ormai un cocktail di sound classici (Dylan, Reed, Morrison, Stones, Who) e le liriche sono piu` mistiche e visionarie che mai. La concisione e si traduce in riff piu` grintosi e melodie piu` centrate e finisce per beneficiarne anche il canto, non piu` da muezzin delirante ma feroce e neroide. La grinta esplosiva di vocalist e chitarrista pennella potenti e accurati rock'n'roll (Rock And Roll Nigger, la progressione piu` terrificante, un gospel-boogie cannibalesco ed epilettico da invasata, Set Me Free, altro concentrato di cadenze e riff epidermici) concedendo ampio spazio ai toni ritualistici (Space Monkey e la Ghost Dance, due esagitate sceneggiate su cadenze macabre ed esotiche), liturgici (High On Rebellion) ed enfatici (Till Victory, Because The Night di Springsteen) che l'avevano resa celebre. L'approdo alla forma-canzone non toglie nulla all'emotivita` della sua drammaturgia: Smith si sgola senza pieta`, gracchia e rutta, lancia urla gutturali e acuti selvaggi, in una specie di negazione sistematica del "bel canto".

Wave (Arista, 1979) e` un'umile appendice di canzoni in quello stile (Dancing Barefoot, Fredrick).

Se Horses fu il disco della poesia free-form, se Radio Ethiopia fu quello del flusso di coscienza, Easter e` quello del rock e Wave e` quello dell'elegia.

A questo punto Smith rinuncio` alla musica e si ritiro` a vita domestica a Detroit, moglie di Fred Smith (MC5).

Il chitarrista Lenny Kaye ne approfitto` per registrare il suo primo disco solista, I've Got A Right (Giorno, 1984), oscillando fra power-pop (I've Got A Right) e country-rock (Luke The Drifter).

Continuando la parabola pseudo-dylaniana che l'aveva vista prima profetessa biblica dell'underground, barda maledetta in gergo beat e mito di una generazione, e poi soltanto ambigua rinnegata, Patti Smith torna a sorpresa nel 1988 con Dream of Life (Arista). Il sound e` meno brutale e piu` elegante, ma fra le righe dell'anthem People Have the Power, del boogie Up There Down There, dell'elegia Paths That Cross e` facile riconoscere la stessa tigre lirica dei dischi precedenti. L'eta` l'ha pero` resa troppo petulante, ed e` cosi` che a fallire sono proprio i sermoni piu` ambiziosi, come Where Duty Calls.

Dedicato alla memoria di suo fratello e di suo marito (Fred "Sonic" Smith), Gone Again (Arista, 1996) ha avuto una lunga gestazione ed e` stato registrato con l'aiuto dei chitarristi e amici Lenny Kaye e Tom Verlaine.
Come gia` la volta precedente (questa e` la seconda volta che "torna" sulle scene, per chi si fosse perso la prima), Smith fa vivere il disco soprattutto dei fantasmi del suo passato. Ogni brano ne fa venire in mente uno di quelli classici, e allora ci si mette sull'attenti. Ma Gone Again e Summer Cannibals sono ben poca cosa rispetto alle Because The Night e Ask The Angels di un tempo, e Fireflies (quasi dieci minuti), per quanto suggestivo l'accompagnamento, non ha nulla della carica emotiva delle lunghe improvvisazioni dei primi dischi.
Le liriche, come sempre (e come hanno dimostrato i suoi libri), lasciano il tempo che trovano. Di poeti come lei l'America ne ha duecentomila. Conta il feeling, non il testo. E allora, piu` che canzoni di morte, le sue sono canzoni di compassione, di meditazione sulla tomba prima che calino la bara. Cosi` eccola a mormorare il requiem di About A Boy (il suo tributo a Kurt Cobain), un po' logorroico e monotono, eccola a intonare un'Ave Maria come My Madrigal, eccola a danzare Ravens come a un funerale irlandese.
Questa reduce degli anni '60 (che era gia` fuori tempo a suo tempo, avendo esordito a trent'anni suonati, e che oggi veleggia verso i cinquanta), ha perso gran parte del suo fascino istrionico e maliardo. E` rimasta soltanto una consumata bohemienne e intellettuale, che si lascia illudere dalla longevita` artistica di Bob Dylan: soltanto che Dylan e` Dylan, e lei invece no.

Peace And Noise (Arista, 1997) e` il secondo album della seconda stagione di Patti Smith. Passato il periodo di lutto, Smith si getta a capofitto nel panorama sociopolitico dell'America di oggi. Tirati fuori da un ospizio dei vecchi i Lenny Kaye (chitarra) e J.D. Daugherty (batteria) di un tempo, e assoldati i brillanti giovani Oliver Ray (chitarra), suo nuovo boyfriend, e Tony Shanahan (basso), Smith non cambia di una virgola, convinta, come tutti i profeti, di essere nel giusto (musicalmente e non). Ambizioni e determinazioni si sfogano nel fervore religioso di Waiting Underground, nel declamato beat di Spell (le liriche sono tratte dall'"urlo" di Allen Ginsberg che ha sempre costituito un suo modello di riferimento), e nell'enfatica Death Singing (l'unica canzone davvero sua dell'album). Ma sembra di ascoltare la nonna ripetere per la millesima volta la favola che ci teneva col fiato sospeso da piccoli. Purtroppo siamo cresciuti. Memento Mori e` la lunga improvvisazione di turno, ormai una tradizione come il tacchino a Thanksgiving. La musica si ascolta semmai in Whirl Away, un incrocio fra Pretenders e Badalamenti, che intreccia passi di flamenco e di reggae, e in Dead City, un boogie degno di Easter.

Smith apparteneva a un'altra epoca (quella dei poeti beat, quella dei beatnik degli anni '50) quando comparve per la prima volta sui palcoscenici della new wave. Adesso sembra appartenere a un altro evo. Antica e antiquata, ha il fascino dei fossili. Come la maggior parte dei fossili, non e` soltanto inutile, e` anche noiosa.

Il suo canto animalesco, figlio dei predicatori itineranti piu` che di Stooge, le sue liriche blasfeme ("Jesus died for somebody's sins/ but not mine" la piu` celebre di Horses), le sue contorsioni epilettiche (un critico paragono` una sua performance alle doglie e al parto) rinnovarono soprattutto il ritualismo rock, rimasto fermo ai baccanali dei Velvet Underground (con la chitarra di Kaye ad emulare la viola di Cale). E servirono certamente a imporre l'immagine di una donna "rock", non semplice cantante o mascotte, ma personalita` forte, autonoma e intelligente.

For those who have recognized the decline that started after Radio Ethiopia and have not clinged on the myth, Gung Ho (Arista, 2000) is simply another stage of the aging of Patti Smith, but a slightly surprising one. Where previous records simply exploited her myth and badly reshashed her persona, Gung Ho is a tight rock'n'roll album. Glitter In Their Eyes is a spunky, vitriolic rave-up, while the march-like One Voice (dedicated to Mother Theresa) and Boy Cried Wolf revive her messianic vein. With the lengthy sermon of Gung Ho (dedicated to Ho Chi Min) Smith seems to close the loop that she started a quarter of a century before in Birdland (same wavering voice, but far less gripping accompaniment and hardly any of her proverbial progressions). Smith wisely buries the somber tones and the bluesy and folksy accents of Gone Again (the last echoes dying in Gone Pie and Libbie's Song) and returns to her witchy origins. There is plenty of weakness (the eight-minute Strange Messengers never packs the punch it keeps promising, and Persuasion, with son Jackson Smith on guitar, sounds like a Police cover band), but, for better and for worse, this is Smith's most polished album. Tradotto da Luca Ormelli

Per coloro i quali hanno saputo riconoscere il declino che ha avuto origine dopo la pubblicazione di Radio Ethiopia e non sono rimasti aggiogati al mito, Gung Ho (Arista, 2000) rappresenta semplicemente un altro approdo dell'invecchiamento di Patti Smith pur con un esito moderatamente sorprendente. Laddove i dischi precedenti semplicemente lucravano sul mito Smith e brutamente ne sfiguravano l'icona, Gung Ho =E8 un disco di rock and roll duro e ben fatto. Glitter in their eyes e Persuasion sono brani collerici e veloci, e One Voice, dall'andamento marziale, riporta in vita la vena ispirativa pi=F9 profetica e salmodiante dell'autrice. Con il lungo sermone Gung ho (12 minuti) Smith sembra portare a compimento ci=F2 che un quarto di secolo fa aveva proposto con Birdland. Smith, saggiamente, ha seppellito le armonie pi=F9 funeree e le timbriche bluesy e folky di Gone Again ed e` ritornata alle sue pi=F9 ammalianti origini.

Land (1975-2002) (Arista, 2002) is a double-cd anthology that, unfortunately, includes lots of rare/unreleased/live tracks.

Trampin' (Columbia, 2004) is formulaic to the point that it could be a Patti Smith cover band interpreting some of her classics. The shorter songs lack venom and wit (the would-be stomping anthem Jubilee is the best), and the two long tracks, the nine-minute revolutionary sermon Gandhi and the twelve-minute anti-war rant Radio Baghdad, stick to the charisma but can't seem to muster enough instrumental energy to sustain Smith's verbal skills. It is also debatable if one wants to hear Smith's political opinions (as opposed to the surrealistic stream of consciousness of Horses).

Twelve (Columbia, 2007) was a collection of covers.

(Translation by/ Tradotto da Federico Morganti)

Land (1975-2002) (Arista, 2002) è un doppio cd antologico che, sfortunatamente, include numerose tracce rare, non pubblicate o dal vivo.

Trampiní (Columbia, 2004) è accademico al punto cui potrebbe esserlo una cover band di Patti Smith che interpreta alcuni dei suoi classici. I pezzi più brevi mancano di veleno e di spirito (il tamburellante e mancato inno Jubilee è il migliore), e le due tracce lunghe, il sermone rivoluzionario Gandhi (nove minuti) e la declamazione contro la guerra Radio Baghdad (dodici minuti), mantengono il carisma ma non sembrano convogliare energia strumentale sufficiente a sostenere le abilità verbali di Smith. È peraltro discutibile se uno debba stare ad ascoltare le opinioni politiche di Smith (in contrapposizione al surrealistico flusso di coscienza di Horses).

Twelve (Columbia, 2007) è una collezione di cover.

The double disc The Coral Sea (2008) documents a live reading of poetry with Kevin Shields of My Bloody Valentine providing a musical background.

If your name is not Bob Dylan, Leonard Cohen or Nick Cave, you better think twice about focusing an entire album on your lyrics. This advice works for Patty Smith too, whose lyrics have never been the reason to listen to her music. Her vocal delivery certainly was. Her backup band certainly was. Banga (Col, 2012), the first album of original material in eight years, falls precisely in that trap. The blistering boogie Fuji-San (which is just a variation on much better ones of the late 1970s) and the pow-wow dance of Banga are passable, but the pensive meditation of Amerigo, the tedious ten-minute spoken-word improvisation Constantine's Dream and sleep-inducing ballads like This is the Girl are simply acts of sabotage against her glorious past.

(Translation by/ Tradotto da xxx)

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