Really Red
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Teaching You the Fear (1981) 14/18 (il numero dei brani significativi sul numero dei brani totali)
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(Scheda di Tommaso Franci

Un’ottantina di gruppi in sei anni, dal ‘78 all’ ‘83; di media ogni stagione una quindicina di esordienti che giungono alla pubblicazione: queste le cifre della realtà rock-hardcore Texana di cui i Really Red, da Houston, furono tra i maggiori rappresentanti.

Ad Austin, Dicks e Big Boys a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80 stabilivano le coordinate di quello che può chiamarsi "Texas-sound" e che passerà dai Butthole Surfers agli Scratch Acid, culminando poi, a Chicago, nei Jesus Lizard.

Il "Texas-sound" o "Texas-core", può essere detto consistere in un garage-rock dalle ritmiche ossessive ma mai veloci come quelle hard-core, e dalle tonalità trasfiguranti proprie dei blues più diabolici. Su questa radice, le sfumature e le variazioni si sprecano, spesso con dimostrazione di conoscenza e sapiente uso di tutta la tradizione rock. E un’enciclopedia del rock allucinata al sole nero del Texas saranno i Jesus Lizard.

Segnatamente, furono tre le direzioni a cui si rifecero i gruppi texani: la cacofonia blues-rock americana (da Captain Beefheart, ai Red Crayola e Pere Ubu, ai 13th Floor Elevators - i primi rocker di Austin); la new-wave inglese più malata (i Joy Division – e soprattutto, che inglesi non erano, i Birthday Party); l’hardcore californiano – più assorbito e lasciato alle spalle, che imitato o portato avanti.

Preceduto da due singoli (Crowd Control / A Corporate Setting dell’Agosto del 1979 e Modern Needs / White Lies del maggio del 1980) ed un ep (Despise Moral Majority del febbraio del 1981) nell’ottobre del 1981 esce il primo album dei Really Red.

Teaching You the Fear (18 brani per 40 minuti)pur riproponendo gran parte del materiale dei singoli e dell’ep che lo hanno preceduto, è un lavoro senza punti deboli, specchio a 360 gradi dell’epoca, e allo stesso tempo, per il suono preciso, pulito e meticoloso, efficace tutt’oggi. Una carrellata di brani frenetici ma senza mai esplodere (piuttosto sistematicamente lasciati implodere). Tutto è rattenuto, ci si perde in vortici di riff mozzati, giri di basso magniloquenti, ritmiche strambe e variegate, piuttosto che slanciarsi verso qualche catarsi. È del resto musica della sopravvivenza, dopo la contestazione, dopo il tentativo destabilizzante della new-wave.

Ricco e sapientemente limato, cesellato, ogni brano, è portatore di qualità inestinguibili e, come i blues, è concepito come onnicomprensivo e quindi come sempre attuale. Che non vi siano melodie (né armonie), che non vi siano canzoni di punta, che non vi siano canzoni, è superfluo dirlo. Il valore, di ogni pezzo, sta del resto proprio in questo. Anche la volontà di comunicare significati si riduce al minimo (i testi sono più che altro statici e proforma). Piuttosto, lo scopo, è assorbire nella sua totalità il mondo (del paesaggio e dello spirito) texano e di volta in volta ripresentarlo nella sua interezza e, soprattutto, inintelligibilità. Si tratta di musica da supporto, non da filtro. Alla fine emerge un senso di sopravvivenza nel deserto – che poi è la città. La sperimentazione, l’umorismo, la palestra della claustrofobia e della depressione, la rievocazione di miti insospettati (è il caso di Nico) dettano il tempo di questa sopravvivenza. Musica, senz’altro, non per teenager. Si riferisce ad amarezze e introspezioni più da mezza età.

L’impianto dei Really Red si regge soprattutto sul basso di John Paul Williams, capace di dosare tutte le miscele del gruppo. Lo stesso Williams si cimenta anche col piano, nelle partiture più elaborate. La versatile voce di U-Ron Bond è pienamente in linea coi canoni dell’epoca: roca, mortifera – alienata per esorcizzare l’alienazione però, non per aderirvi. La competenza del quartetto (la batteria di Robert Weber è quello che si dice un metronomo; la chitarra di Kelly Younger conosce tutti i numeri del passato e ne prepara per il futuro)la mostra anche il fatto che il gruppo abbia autoprodotto il proprio album.

Too Political? è l’ultimo omaggio alla stagione hard-core; dei Fear versione umanitaria che, in pieno idealismo hardcore, ripetono: "no more ghettos!". Già The Fee, veloce, breve, feroce come un brano hardcore, dimostra però che il genere è integralmente superato – a forza di simularne, smaliziarne, impreziosirne le forme. Stesso dicasi per Pigboy (un capolavoro nello smorzare l’hardcore dall’interno), dove, come sempre, la precisione e abilità della sezione ritmica basta a imbandire il piatto sonoro. Il resto dei brani propongono effetti pirotecnici, perché consistono in un trapianto (e in un’articolazione) di tante forme care alla new-wave inglese (quella di Bauhaus da una parte e Pop Group dall’altra), nel brutale contesto texano. Ogni pezzo è un lavorio continuo della sezione ritmica che, fantasiosa di per sé, lascia spazio alle fantasie declamatorie del cantante o alle tessiture dissonanti di chitarra (le cui trame più si perdono nello sfondo, più sono originali e intelligenti: vedi "Reminder"), piano (come in "Aim Tastes Good"), sassofono (come in "No Art In Houston", il brano più apertamente sperimentale), sintetizzatore (come in "Teaching You the Fear" e "Entertainment"). "Decay", "Ain’t No Time" e "Reminder" potrebbero considerarsi come le espressioni più tipiche e riuscite dell’album, avendo quel tanto di afflato che, se non fa parlare di melodia dispiegata, almeno vi accenna (si noti, soprattutto in questi brani, la chitarra, malata di quell’epilessia che poi si porteranno con sé anche i Jesus Lizard). Ma "Starvation Dance" (che anticipa di un decennio le pose umoristico-ieratiche dei Fugazi), "White Lies" (che trova la sua articolazione nella disarticolazione; come una banda ubriaca di razionalità), "Run 'Em Out" e "Prostitution" (che non hanno nulla da invidiare alle miniature più cerebrali dei Minutemen), impediscono ogni esclusione in un’opera che ha la consistenza della roccia.

Con Teaching You the Fear I Really Red hanno tra l’altro offerto un modello di post-hardcore a cui non poco dovranno personaggi importanti per la sopravvivenza della musica rock come i Naked Raygun e soprattutto Steve Albini. Anzi, costui può dirsi come il più importante interprete del suono texano al di fuori del Texas. Anche in tempi più lontani (a fine anni ’80), non sarà un caso che Albini condivida uno dei suoi più riusciti progetti – i Rapeman – proprio con due membri degli Scratch Acid emigrati a Chicago.

L’ep New Strings For Old Puppets (1982) e il tardivo album Rest In Pain (CIA, 1985) – che è in pratica una reunion dei Really Red – completano, senza aggiungere nulla di significativo, la discografia del gruppo.

(Translation by/ Tradotto da xxx)

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