They Might Be Giants

(Copyright © 1999 Piero Scaruffi | Legal restrictions - Termini d'uso )
They Might Be Giants, 7.5/10
Lincoln, 7/10
Flood , 7/10
Apollo 18 , 6/10
John Henry , 5/10
Factory Showroom , 6/10
Severe Tire Damage, 5/10
Mono Puff: Unsupervised , 5/10
Mono Puff: It's Fun To Steal , 6/10
Mink Car , 5/10
No , 5/10
The Spine (2004), 4/10
The Else (2007), 4/10
Join Us (2011), 4/10
Links:

John Flansburgh (chitarra) e John Linnel (fisarmonica, tastiere e sassofono) hanno dato vita con i They Might Be Giants a una delle saghe piu` pittoresche della musica rock. Le loro sono canzoncine come se ne fanno da secoli, ma condite da un humour e una bizzarria che sposano l'operetta, la Bonzo Band e il bubblegum piu` scipito. La loro arte e` una buffa incursione della sotto-cultura dei teatrini off di Broadway nella cultura "alta" delle soffitte del Greenwich Village, delle scenette di vita quotidiana di Brooklyn (il quartiere dove sono cresciuti) nei classici di Mark Twain. Ciascuno dei due impersona un'improbabile fusione fra l'idiot savant del musichall di provincia e l'intellettuale eccentrico della nobilta` britannica.

Alla fine degli anni '70 Flansburgh e Linnel scrivevano per lo stesso giornale di Boston. Linnell suono` poi a lungo nei Mundanes prima di trasferirsi nel Lower East Side di New York, dove incontro` di nuovo il vecchio compagno di penna. I due giovani cominciarono a esibirsi dal vivo e soprattutto a registrare in privato su un registratore a 4 piste. Essendo soltanto in due, dovettero inventare modi sempre piu` creativi di battere il tempo, impiegando drum machine, tape loop, sintetizzatori e ogni sorta di percussioni. La loro arte di collage e il loro piglio satirico furono direttamente influenzati da quelli dei Residents, benche' i risultati divergessero subito. Le radici culturali di Flansburgh e Linnel erano nella musica di consumo, non in quella d'avanguardia.

They Might Be Giants (Bar/None, 1986), che raccoglie materiale edito su cassetta l'anno prima, e` una miniera di idee musicali degna dei primi dischi di Frank Zappa e di Todd Rundgren, quando non di quelli della Bonzo Band, ma suonate con il fiuto pop di Alex Chilton. Ogni canzone e` innanzitutto una barzelletta, talvolta satirica nei confronti dello stile di vita Americana e talaltra genericamente della condizione umana (la grande quadriglia corale Hope That I Get Hold Before I Die, parodia della filosofia di Townshend). A corroborare l'ironia dei testi, le musiche sono arrangiate in maniera paradossale, peraltro utilizzando mezzi ridottissimi: un clavicembalo contrappunta la "cavatina" travolgente di Everything Right Is Wrong Again, trombone e tamburelli accompagnano la marcetta campagnola di Number Three, armonica e fisarmonica vivacizzano la novelty esotica 32 Footsteps. Ritornelli orecchiabili, buffi registri canori, generi antiquati e cambi di ritmo sottolineano la farsa. Quando il gruppo prova addirittura a creare l'atmosfera (Absolutely Bill's Mood, Alienation's For The Rich) ottiene spassose parodie della musica country.
Gli sketch dal suono piu` moderno sono anche quelli ispirati piu` palesemente ad artisti e generi contemporanei: il frizzante soul-pop alla Prince (Put Your Head Inside The Puppet Head), l'arringa arrabbiata alla Costello (Youth Culture Killed My Dog), il boogie decadente di Gary Glitter (Hotel Detective), il funky melodico dei Talking Heads (Don't Let's Start, uno dei loro classici).
Ora solenni e marziali, ora giullari e pagliacci, i They Might Be Giants rimescolano con bambinesca frenesia beat, doo-wop, ragtime, polka, hardrock... vaudeville, ballata folk, soul ballad, country and western, blues, hip hop, saccheggiando il repertorio di piu` d'una star. La loro musica nasce all'incrocio fra lo humour dei Monty Python, i cartoni animati e i dipinti surrealisti.

L'EP Don't Let's Start inauguro` nel 1987 la bislacca tradizione di mettere su EP non gli scarti ma quasi il meglio del repertorio, dal ritornello bubblegum in stile Monkees di We're The Replacements al valzer sonnolento di When It Rains It Snows, trionfando nella polka a rotta di collo di The Famous Polka, una delle piu` monumentali scipitezze della storia del rock, destinata a rimanere uno dei cavalli di battaglia dei loro show dal vivo.

Dall'EP The Hotel Detective del 1988 va salvata almeno la parodia delle opere rock di Science.

Inedite rimarranno invece per anni il ritornello di Now That I Have Everything e la ballata folk di Greek #3, piu` che degni dei loro album.

Lincoln (Restless, 1988) e` ancor piu` curato negli arrangiamenti ed eclettico nella scelta del materiale, anche se forse un po' meno iconoclasta nella satira delle convenzioni borghesi. Ai classici si aggiungono soprattutto una serie di filastrocche a tempo marziale che si ispirano alla tradizione della musica country, come Cowtown e la quadriglia incalzante di Ana Ng (destinata a rimanere uno dei loro classici). Suonano invece un po' forzati gli sketch per canzone pop, They'll Need a Crane e Santa`s Beard, le cui musiche sono troppo "normalizzate" per essere anche maliziose come i testi. Il duo cita comunque salsa (World's Address), zydeco (Piece Of Dirt), yodel (Mr Me) per ampliare i propri orizzonti.
Il disco segna soprattutto la transizione del duo da geniali guitti del musichall a professionisti dello studio di registrazione. I ritornelli orecchiabili e cadenzati e una produzione squillante trasformano canzoni nate per scherzo come Purple Toupee in potenziali hit.
Del loro genio compositivo sono testamento anche miniature surreali come Lie Still Little Bottle, cantata a cappella schioccando le dita, Cage & Aquarium, per coro, scacciapensieri e tamburo, Stand On Your Own Head, un comico ragtime al trotto.

La loro gioviale saga nonsense proseguira` con il mosaico intricatissimo di Flood (Elektra, 1990), dal travolgente garage-rock di Twisting, con apice melodico nel surf epico di Birdhouse In Your Soul (uno dei loro capolavori) e nella quadriglia ska di We Want A Room, sempre fra un country & western (Lucky Ball And Chain) e un tex-mex (Your Racist Friend, un altro dei loro classici), un reggae scalcinato (Hearing Aid) e uno swing scatenato (Hot Cha), un coraccio da pub (Women And Me) e uno short televisivo (They Might Be Giants). Il loro forte rimangono le novelty, lambiccate slapstick degne della comicita` assurdista: il doo-wop a ritmo tzigano/greco/turco di Instanbul, con tanto di violino, fisarmonica e ottoni, il sonnolento cajun a ritmo di palude e con assolo di sassofono da balera di Particle Man, l'idiot-song operatica a passo di banda paesana nella miglior tradizione zappiana di Whistling In The Dark.

Le semplici ballate alla Jonathan Richman di It's Not My Birthday e Hey Mr DJ, rispettivamente sugli EP They'll Need A Crane e Purple Toupee, valgono forse piu` dei brani dell'album.

I primi due album, l'album di remix Miscellaneous T, i lati B degli EP e una ventina di tracce inedite sono stati antologizzati su The Earlier Years (Restless, 1997).

Su Apollo 18 (Elektra, 1992) si avvertono i primi segni di stanchezza, tanto nelle musiche quanto nei testi. Fatto curioso in quanto questo e` anche il loro album piu` ambizioso dal punto di vista degli arrangiamenti.
Il gruppo e` sempre meno la versione americana della Bonzo Band, e sempre piu` un astratto rielaboratore di icone della musica di consumo, un po' come gli artisti della pop-art usavano le icone della societa` dei consumi. Esattamente come questi ultimi finirono per focalizzarsi sulle lattine di Coca Cola, i Giants finiscono per lavorare sulla novelty.
Il loro pop parodistico e cabarettistico rende omaggio alla tradizione di un genere bistrattato da cui in realta` i musicisti rock hanno appreso tantissimo, ma non aggiunge molto alla storia (giusto I Palindrome I e Dinner Bell); anche se le venti tracce "nascoste", ciascuna un'idea musicale di pochi secondi, costituiscono un'impressionante prova di forza da parte di questi moderni Rodgers & Hammerstein. Il duo e` invece al culmine delle sue potenzialita` quando recupera la verve dei Blues Brothers per Dig My Grave e la grinta dei Clash per See The Constellation.
Se il primo album era stata l'opera di un duo di musicisti di strada, se Lincoln era stata una riflessione piu` filosofica sul proprio ruolo di cantastorie in una societa` che di cantastorie non ha piu` bisogno, se Flood era stato un puro divertimento di due virtuosi, Apollo 18 e` il loro primo disco professionale, dove le canzoni sono davvero quello e non delle metafore di qualcos'altro.

Il singolo Why Does The Sun Shine e` il preludio al nuovo album, John Henry (Elektra, 1994), molto meno creativo dei quattro precedenti nonostante una formazione che di fatto comprende il bassista Tony Maimone (Pere Ubu), il batterista Brian Doherty (batteria) e il chitarrista Robert Quine. L'ottica e` quella commerciale di Destination Moon e Snail Shell, che conserva soltanto una patina dello humour di un tempo. Gli scherzi di Subliminal e Thermostat sono troppo seri, le bizzarrie degli arrangiamenti troppo regolari. Non basta qualche ricostruzione d'epoca (Extra Savoir-Faire) e qualche parodia delle colonne sonore (Spy) per redimere un disco che e` la negazione dell'estro del duo. I capolavori sono forse No One Knows My Plans, forte di una melodia memorabile e di un arrangiamento demode` costruito attorno a un ritmo di calypso, e Stomp Box, forte invece di una cadenza irresistibile.

Abbandonati gli ingombranti collaboratori, su Factory Showroom (Elektra, 1996) il duo si cimenta anche con funk e disco music (S-E-X-X-Y) e con il pop sintetico e cadenzato dei Cars (Metal Detector). Un paio di ritornelli sfrecciano propulsi da chitarre hard-rock (Till My Head Falls Off e soprattutto New York City, contrappuntata da campane) e l'album annovera almeno un ritornello degno del Merseybeat, How Can I Sing Like A Girl. Il duo continua nella ricerca di un formato piu` serio, ma senza rinunciare alle pantomime da musichall, che alla fine rubano la scena, e non tanto XTC vs Adam Ant, quanto The Bells Are Ringing (tema pomposo con controcanto di soprano d'opera) e Spiraling Shape (un incrocio fra le sigle dei cartoni animati e la sonata rinascimentale).
Sempre gioviale e scanzonato, il duo allarga gli orizzonti e rivitalizza il proprio repertorio, ma troppi riff e troppe melodie sono ripetizioni di sketch.

Le opere soliste di John Flansburgh, a nome Mono Puff, non valgono molto. L'EP Mono Puff (Hello, 1995) e l'album Unsupervised (Rykodisc, 1996) sono piu` che altro omaggi agli idoli del leader. It's Fun To Steal (Bar None, 1998), con il suo bizzarro melange di synth-pop e power-pop, riesce meglio e tutto sommato prosegue il programma di nonsense e kitsch dei TMBG.

Then (Restless, 1997) contiene 72 brani del primo periodo. L'album dal vivo Severe Tire Damage (Restless, 1998) comprende il nuovo singolo Doctor Worm.

La coppia Flansburgh e Linnel, due dei massimi geni melodici della storia del rock, e` paragonabile sia a quella Stanshall/Innes della Bonzo Band sia a quella Partridge/Moulding degli XTC. I Giants uniscono infatti il senso dello humour del music hall piu` caustico al talento melodico del pop piu` classico.

They Might Be Giants, i.e. John Flansburgh and John Linnel, retained the satirical, offbeat quality of the punk era. The wit of They Might Be Giants (1986) actually recalled the British operetta, the music-hall, the Bonzo Band, Frank Zappa, Todd Rundgren, and the bubblegum novelties of the Sixties. In fact, their early albums, particularly the effervescent and more professional Lincoln (1988), sounded like Andy Warhol-ian collages of pop cliches. Both albums feel like intricate mosaics. Both are the product of abstract reprocessing of icons of commercial muzak. Starting with Flood (1990), an epic survey of stylistic slapstick (surf, ska, country & western, tex-mex, reggae, swing, vaudeville, doo-wop, zydeco), the sophisticated arrangements of subsequent albums would not add but detract from the effectiveness of their faux-pop tunes.
If English is your first language and you could translate this text, please contact me.
Scroll down for recent reviews in English.

John Linnell recorded his first solo, State Songs (Zoe, 1999), a collection of songs dedicated to states of the USA.

They Might Be Giants returned with Mink Car (Restless, 2001), a compilation of mostly Internet-only released material, and probably their weakest album. A few funny novelties (Hovering Sombrero) are surrounded by nods to hard-rock (Cyclops Rock) and disco-music (Man It's So Loud In Here, the single). The classic style of TMBG gets almost parodied in the inept Boss Of Me.

Dial-A-Song (Rhino, 2002) is a 52-song career anthology.

No (Idlewild, 2002) is an album of music for children, that brings back the similarities with Jonathan Richman (I Am Not Your Broom, I Am a Grocery Bag) and fits well in the original spirit of their music (Violin, Fibber Island, The House at the Top of the Tree).

Preceded by the five-song EP Indestructible Object (Barsuk, 2004), the album The Spine (Zoe, 2004) is a collection of rather faceless songs, with the exception of Experimental Film.

A User's Guide To They Might Be Giants (Elektra, 2005) is a 29-song career retrospective.

They Got Lost (Zoe, 2005) collects leftovers.

(Translation by/ Tradotto da Eros Torre)

John Linnell ha registrato il suo primo album solista, State Songs (Zoe, 1999), una raccolta di canzoni dedicate agli stati degli USA.

I They Might Be Giants sono tornati con Mink Car (Restless, 2001), una compilation di brani pubblicati prevalentemente online, e probabilmente il loro album meno riuscito. Alcune divertenti novelties (Hovering Sombrero) sono accompagnate da episodi hard-rock (Cyclops Rock) e disco-music (il singolo Man It’s Loud In Here). Il classico stile dei TMBG è quasi auto-parodiato nella sconclusionata Boss Of Me.

Dial-A-Song (Rhino, 2002) è un’antologia composta da 52 brani.

No (Idlewild, 2002) è un disco di musica per bambini, che richiama alla memoria alcune analogie con Jonathan Richman (I Am Not Your Broom, I Am A Grocery Bag) e si adatta perfettamente allo spirito originario della loro musica (Violin, Fibber Island, The House At The Top Of The Tree).

Preceduto dall’EP Indestructible Object (Barsuk, 2004), l’album The Spine (Zoe, 2004) è una raccolta di canzoni piuttosto anonime, con l’eccezione di Experimental Film.

A User’s Guide To They Might Be Giants (Elektra, 2005) è una retrospettiva dell’intera carriera composta da 29 brani.

They Got Lost (Zoe, 2005) è una compilation di rarities e b-sides.

Here Come The ABCs (2006) and Here Come The 123s (Disney Sound, 2008) compile children's music; and Here Comes Science (Idlewild, 2009) contains children' music to explain scientific concepts.

The Else (2007) and Join Us (Idlewild, 2011) showed the duo aging with class, dishing out relaxed, witty music for aging yuppies with nonchalance.

(Translation by/ Tradotto da xxx)

Se sei interessato a tradurre questo testo, contattami

What is unique about this music database