Dave Pajo
(Copyright © 1999 Piero Scaruffi | Legal restrictions - Termini d'uso )
Aerial M, 7/10
Papa M: Live From A Shark Cage, 8/10
Papa M Sings , 5/10
Whatever, Mortal , 6.5/10
Pajo (2005), 6/10
1968 (2006) , 5.5/10
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Gli Aerial M sono un collettivo di una decina di persone che aveva gia` pubblicato un paio di singoli, Napoleon/ Safeless (Drag City) e In The Thirteenth Letter (Palace, 1996), piu` lo split Vol De Nuit (All City, 1996), con il nome M, titolo originale della collaborazione fra il chitarrista Dave Pajo (Slint, For Carnation) e il batterista Ray Rizzo.

E` Pajo il padrone dell'operazione. Dave Pajo aveva iniziato la sua carriera come chitarrista dei Maurice, un quartetto hardcore di Luoisville, in Kentucky, che fu secondo soltanto agli Squirrel Bait in fatto di influenza. Nel 1987 il gruppo si sciolse e Pajo entro` negli Slint. (che lui ama chiamare Shit Fucks). Pajo si uni` poi ai Palace e infine ai Tortoise (che lui ama chiamare Genital Wart).

L'album strumentale Aerial M (Drag City, 1997) e` la continuazione di quei progetti, ora che Pajo e` affiancato da mezza famiglia (Fernando, Darlene e Dawn) e da un nugolo di amici fra i quali spiccano Will Oldham dei Palace Brothers, Dan Koretzky, Laurence Bell. Ma il progetto e` di Pajo, un chitarrista lezioso e introverso come pochi, che ha in mente una musica strumentale pigra e solenne, da scodellare senza fretta, assaporando l'effetto di ogni accordo; una musica sub-sub-ambientale che rasenta il "slo-core", il piu` sonnolento acid-rock e le partiture semi-classiche dei Rachel's; l'equivalente strumentale del canto di Tim Buckley.
Le melodie sibilline di Dazed And Awake sono fratturate in maniera quasi minimalista, organizzate meccanicamente attorno al petulare indifferente di Pajo. La sperimentazione di Pajo in questa direzione "cubista" si spinge fino al tenue pulsare senza struttura narrativa di Wedding Song No 2, in cui la melodia sembra incespicare in un difetto di registrazione. Pajo e` capace di raggiungere livelli maniacali di cerebralita`, proprio laddove abbraccia il credo e la prassi del "lo-fi" piu` umile. Le scale matematiche di AASS fanno venire in mente persino l'"Arte della Fuga" di Bach. Ma al tempo stesso Pajo sa costruire atmosfere raffinate, come quando accarezza il jazz da cocktail lounge dei film noir e le colonne sonore semiotiche di Morricone in Skrag Theme.
Alla fine, anzi, il tenero finale di Always Farewell si scopre radicato nelle tradizioni del Kentucky, nelle favole country e nelle ballate da bivacco, filtrate attraverso la sensibilita` trascendente di un John Fahey, e qui la visione personale di questo pittore del suono acquista una qualita` metafisica. Nonostante la quantita` impressionante di collaboratori, tutte le romanze senza parole di questo disco sono estremamente spartane.

Post Global Music (Drag City, 1998) e` piu` che un semplice album di remix e annovera quattro versioni di Wedding Song No 3.

Slint's guitarist Dave Pajo contributed to dispel the notion that instrumental music had to be atmospheric with Aerial M (1997), which delivered languid sub-sub-ambient slo-core in which elements of lounge jazz, Ennio Morricone's soundtracks and Rachel's semi-classical scores were carefully defused. His minimalist and transcendental technique, equally inspired by Pat Metheny (jazz), Robert Fripp (rock) and John Fahey (folk), reached an existential zenith on Papa M's Live From A Shark Cage (1999), a phantasmagoria of cubist de-composition, the instrumental equivalent of Tim Buckley's music.
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Pajo si supera sul disco successivo, accreditato ai Papa M: Live From A Shark Cage (Drag City, 1999). La sua tecnica minimalista e trascendentale, che si ispira in egual misura a Pat Metheny (jazz), Robert Fripp (rock) e John Fahey (folk), ha raggiunto un livello elevatissimo di concentrazione. Pajo ha trovato un equilibrio magico fra tecnica, emozione e struttura. Roadrunner e` un acquerello country come quelli di Leo Kottke, ma il tintinnio melodioso della chitarra (che ricorda le "carol" natalizie), il contrappunto sordo di uno scacciapensieri, il tamburellare delle percussioni e il carillon di vibrafono non hanno nulla della gioia spensierata delle campagne, semmai la cupa introversione della metropoli. Anche il blues accelerato di Plastic Energy Man, ancora una volta strimpellato dalla chitarra (in maniera quasi calypso) e accompagnato da percussioni molto dimesse, fa la spola fra fantasia leggiadrea e psiche malata. Piu` "canzone" di qualsiasi altro brano in questo disco e` Up North Kids, una melodia orecchiabile e cadenzata che per un secondo sembra dimenticare tutti i tormenti esistenziali.
Da quell'atmosfera (piu` o meno) fiabesca si piomba invece nella trance sibillina di Pink Holler, un vellutato tappeto di tocchi cristallini di chitarre e banjo che questa volta non corre dietro a una melodia ma si limita a diventare sempre piu` fitto. E si sprofonda nel lungo raga di Drunken Spree, che ripete un semplice pattern melodico al sitar intrecciandolo con accordi intensamente spirituali di chitarra. Lungo i quindici minuti di I Am Not Lonely With Cricket Pajo si cala completamente nella tecnica minimalista di ripetere all'infinito un pattern elementare con minime e subdole variazioni e nella tecnica orientale di ottenere l'estasi tramite la stasi ipnotica e la meditazione intensa. La musica muta lentamente e si dilegua in un tintinnio di toni metallici.
Il pezzo di chiusura, Arundel, fonde queste due facce di Pajo, il vignettista melodico e il guru spirituale, in un tema lento e affranto, che sembra quasi un requiem che sfoca in una voluta di tetri riverberi.
Il chitarrista piu` taciturno della storia del rock si consacra come uno dei piu` geniali. La sua e` una musica paziente, che non cerca l'effetto e aborrisce la velocita`. La sua e` una musica costruita a partire da una tecnica martellante alla chitarra che non potrebbe essere piu` elementare.

Nell'arco della sua carriera Pajo ha inseguito e inventato uno stile di composizione che e` un misto di pittura cubista dell'"arte della fuga" di Bach.

Pajo outdoes himself on the follow up, again instrumental, but this time credited to "Papa M": Live From A Shark Cage (Drag City, 1999). His minimalist and trascendental technique, inspired in equal parts by Pat Metheny (jazz), Robert Fripp (rock) and John Fahey (folk), has achieved a spectacular level of concentration. Pajo has found the magic balance among technique, emotion and structure. Roadrunner is a country watercolor similar to Leo Kottke's, but the melodious tinkling of the guitar (reminiscent of the Christmas carols), the deaf counterpoint of a jews-harp, the sparse and casual drumming of the percussions, the carillon of the vibes, share nothing of the elated joy of the rural world, albeit the dark introversion of the metropolis. Even the accelerated blues of Plastic Energy Man, one more time strummed by the guitar (almost in a calypso mode) and accompanied by very subdued percussions, goes back and forth between graceful imagination and sick psyche. The most "song" of all tracks on this album is Up North Kids, a catchy and quick melody which seems to leave behind, for a few minutes, the existential worries.
From that (more or less) fairy tale atmosphere the album instead plunges in the cryptic trance of Pink Holler, a velvety carpet of crystal guitar and banjo tones which does not run after a melody albeit simply grows thicker and thicker. And the mood sinks in the long raga of Drunken Spree, which repeats a simple melodic pattern on the sitar interwining it with intensely spiritual guitar chords. Over the fifteen minutes of I Am Not Lonely With Cricket Pajo drops completely in the minimalistic technique of repeating an elementary pattern with minimum and subtle variations, and in the eastern technique of achieving ecstasis through hypnotic stasis and intense meditation. The music slowly mutates and fades away in a tinkling of metallic tones.
The closing track, Arundel, fuses the two sides of Pajo, the melodic sketch drawer and the spiritual guru, in an indolent and broken theme, which sounds almost like a requiem and which disappears in a puff of sombre reverbs.
This album crowns the most taciturn guitarist in the history of rock music as one of the most original. His music is patient, does not hark for the spectacular and abhors speed. His music is built up from a hammering technique of the guitar which could not possibly be more ordinary. Nonetheless, the result is an extraordinary mixture of cubist, baroque and eastern accents.

David Pajo is hard to recognize on the EP Papa M Sings (Rock Action, 2001), a collection of lo-fi folk and blues songs a` la Will Oldham (I of Mine, London Homesick Blues).

(Translation by/ Tradotto da Andrea Salacone)

Difficile riconoscere David Pajo nell’EP Papa M Sings (Rock Action, 2001), una raccolta di canzoni folk e blues lo-fi a’ la Will Oldham (I of Mine, London Homesick Blues).

Dopo aver pubblicato due dischi pietre miliari di musica strumentale, all’inizio di quest’anno Dave Pajo (la mente dei Papa M) si è dedicato al canto con un EP che si è rivelato (nella migliore ipotesi) un esperimento non riuscito. L’album Whatever, Mortal (Drag City, 2001) mostra che è enormemente migliorato nel canto e che ha trovato il giusto equilibrio tra la sua destrezza strumentale (suona tutto da solo, aiutato solamente da Will Oldham e Tara Jane O’Neil) e la forma canzone. Da un lato, Pajo accenna ai classici: Over Jordan, il racconto di un Ulisse moderno che ritorna a casa, e l’ode solenne di Roses in the Snow, potrebbero essere senza dubbio due elegie sussurrate da Leonard Cohen (la prima incorniciata da una melodia malinconica che sarebbe piaciuta molto a John Denver). Il tono dolce, delicato e sognante del primo Donovan pervade Sorrow Reigns. E Glad You’re Here with Me ricorda un po’ la Blowin in the Wind di Dylan.

Dall’altro, Pajo è un maestro del dettaglio musicale e del mascheramento, servendosi di arrangiamenti minimali per dilatare le sue melodie in ogni direzione: gli strani riverberi della chitarra accrescono la bellezza di Beloved Woman (degna dei Luna), il piano compone la ninnananna medievale di The Lass of Roch Royal, e una piccola orchestra da camera esegue Northwest Passage, lo splendido finale del disco, quasi un inno.

Sebbene le canzoni costituiscano la sostanza dell’album, Pajo ci diletta ancora con alcuni brani strumentali. Centrate sul suo strimpellio subliminale, che prende tanto dalle tecniche dell’avanguardia quanto dagli stili fingerpicking del country, la surreale, tremolante Krusty, e Tamu, impregnata di organo, accennano a questioni metafisiche che neanche i testi eruditi di Pajo riescono ad esprimere adeguatamente con le parole.

Ma la dimostrazione più significativa dell’acume tecnico di Pajo arriva con il raga psichedelico Sabotage, la traccia più lunga del disco e quella meno incentrata su una melodia. Qui si può capire come Pajo abbia veramente trovato la sua "voce" su molteplici livelli. Questo disco è dove il post-rock e l’alternative country si uniscono e formano qualcosa di nuovo, che è sia tradizione sia sperimentazione, confessione e visione.

After releasing two milestone recordings of instrumental music, Dave Pajo (the genius behind Papa M) turned to singing with an EP that was (at best) a failed experiment. The album Whatever, Mortal (Drag City, 2001) shows that he has vastly improved his singing and that he has struck the right balance between his instrumental skills (he plays everything, helped out only by Will Oldham and Tara Jane O'Neil) and the song format. On the one hand, Pajo nods to the classics: Over Jordan, the tale of a modern Ulysses returning home, and the solemn ode of Roses In The Snow could easily be two of Leonard Cohen's whispered elegies (the former framed by a melancholy melody that John Denver would have loved). The mellow, tender, dreaming tone of early Donovan permeates Sorrow Reigns. And Glad You're Here With Me is a little reminiscent of Bob Dylan's Blowing In The Wind. On the other hand, Pajo is a master of musical detail and disguise, using minimal arrangements to expand his tunes in all directions: the eerie reverbs of the guitar enhance Beloved Woman (worthy of Luna), the piano pens the medieval lullaby of The Lass Of Roch Royal, and a small chamber orchestra performs the album's glorious, quasi-anthemic finale Northwest Passage.
While the songs constitute the essense of the album, Pajo still delight us with a few instrumental tracks. Focusing on his subliminal strumming, that borrows from both avantgarde techniques and country fingerpicking styles, the surreal, rocking Krusty and the organ-drenched Tamu hint at metaphysical issues that even Pajo's erudite lyrics could not adequately express with words.
But the best display of Pajo's technical subtleties comes with the psychedelic raga Sabotage, the longest track on the album and the least centered on a melody. Here one can appreciate how Pajo has truly found his "voice" at multiple levels. This album is where post-rock and alt-country meet and form something new, that is both tradition and experiment, confession and vision.

The EP Songs of Mac Performed By Papa M (Western Vinyl, 2002) contains two lengthy "songs" that rank among his best.

The anthology Hole of Burning Alms (Drag City, 2004) collects the singles credited to M and some rarities from 1995-2000. Pajo's first single credited to M was the wavering post-rock instrumental Napoleon (Drag City, 1995), with Ray Rizzo on drums, two guitars and a bass, backed with the slo-core instrumental Safeless. M's hypnotic Vol De Nuit, a duet between Pajo and Rizzo, was contained in the single In The Thirteenth Letter (All City, 1996), and had a lazy country feel. M Is (Drag City) contained Wedding Song No 3, which unleashes a dense, martial crescendo, and Mountains Have Ears, a Brian Eno-esque vignette with an electronic beat. By this time, M had become a solo Pajo project. October (Drag City) returned to convoluted post-rock textures with Vivea. Travels in Constants (Temporary Residence) was another experiment with the techno beat.

Pajo (Drag City, 2005) continues Pajo's evolution towards the traditional singer-songwriter profession. High Lonesome Moan, Manson Twins, Baby Please Come Home increasingly focus on the singer's psyche rather than on the singer's aesthetic vision. Alas, there was only one Pajo, but there are thousands of singer-songwriters and of Nick Drake imitators.

1968 (Drag City, 2006) was another linear, streamlined, conventional batch of songs. As a songwriter, Pajo stands out only when he blends seamlessly dark stories and celestial atmospheres (Cyclone Eye, Who's That Knocking, Wrong Turn).

Dave Pajo's Scream With Me (Black Tent Press, 2009) was a collection of acoustic covers of Misfits songs.

(Translation by/ Tradotto da Giuseppe Schiavoni)

L’EP Songs of Mac Performed By Papa M (Western Vinyl, 2002) contiene due lunghe "canzoni", da annoverare fra le sue cose migliori.

L’antologia Hole of Burning Alms (Drag City, 2004) raccoglie tutti i singoli accreditati agli M, più alcune rarità del periodo 1995-2000. Il primo singolo di Pajo con il nome di M è il tremolante post-rock strumentale Napoleon (Drag City, 1995), con Ray Rizzo alla batteria, due chitarre e un basso, affiancato dallo strumentale slo-core Safeless. L’ipnotica Vol De Nuit, un duetto fra Pajo e Rizzo, è contenuta nel singolo In The Thirteenth Letter (All City, 1996), ed ha una pigra attitudine country. M Is (Drag City) contiene Wedding Song No 3, che dà libero sfogo ad un saturo crescendo marziale, mentre Mountains Have Ears è un bozzetto alla Brian Eno con un ritmo elettronico. Nel frattempo, M è diventato un progetto solista di Pajo. October (Drag City) torna alle contorte tessiture post-rock (Vivea). Travels in Constants (Temporary Residence) è un altro esperimento con ritmi techno.

Pajo (Drag City, 2005) prosegue il cammino di Pajo verso una figura di cantautore tradizionale. High Lonesome Moan, Manson Twins, Baby Please Come Home puntano sempre più l’attenzine verso la psiche dell’autore, più che verso la sua visione estetica, ed è un peccato, perché di Pajo ce n’era uno solo, mentre di cantautori che imitano Nick Drake ce ne sono fin troppi.

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