Blackgirls
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Procedure (1989), 7/10
Happy (1991) 7/10
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Le tre Blackgirls eseguono musica da camera per chitarra acustica (Eugenia Lee), pianoforte (Dana Kletter) e violino (Hollis Brown). Le atmosfere eteree ricordano quelle di gruppi sperimentali come gli Hugo Largo, ma i mezzi impiegati dalle Blackgirls sono unici.

Dopo un EP del 1987, Speechless (Tom Tom), il trio esordi` su album con Procedure (1989), un sound affine a Roches e Indigo Girls (non fosse altro per gli arrangiamenti davvero spartani, per l'ambizione di far musica con le parole e le atmosfere piu` che con i suoni), anche se "reel" celtici e complessita` ritmiche le pongono in una classe a se stante. In Too Many Lee recita intensa e drammatica, forse non ignara degli esperimenti di mimesi canora di Meredith Monk, mentre la incalzano un violino petulante e un pianoforte marziale. Procedure applica sostanzialmente la stessa tecnica in versione umoristica, e ottiene un effetto da cabaret "brechtiano". All'estremo opposto ci sono confessioni appena bisbigliate, come The Thing Is, e divagazioni intellettuali come A Trip To The Behaviorist.

Balletti trascinanti come Moonflower, rondo` minimalisti come Biting, madrigali melodiosi come Hope, nobili elegie come Translator offrono confessioni dell'animo romantico (un po' datate, patetiche e pettegole, quasi da collegiale degli anni '30, ed espresse in un linguaggio dotto, aulico) in un involucro musicale che non e` folk e non e` musica classica, ma e` qualcosa di intermedio. Se Kletter e Lee sono le compositrici principali, e` soprattutto il violino di Brown a svettare, vera e sublime terza voce delle armonie piu` intense. Ma il loro forte sono certamente le melodie, sempre impeccabili, e spesso cantate come da una nonna che racconti una fiaba, con una cornucopia di inflessioni comiche e tragiche.

Quella loro vocazione al martirio sentimentale trova spazio anche sull'album Happy (Mammoth, 1991). Il tono medio dell'opera e` dato dalle composizioni di Lee, auliche elegie "folk-classicheggianti" (alla Blue di Joni Mitchell) come In The Room che tendono a spegnersi in un bisbiglio accorato da suicida morente (Mother); ma e` la stessa Lee a infrangere quello stile con tutta una serie di bizzarri esperimenti: il saltarello medievale di Talk (nella quale imbastisce con le compagne delle superbe armonie vocali), la gag da operetta di I Love You (una serie di lambiccati contrappunti vocali con accompagnamento soltanto di chitarra acustica) e persino qualche sketch da cabaret alla Weill (Fat e soprattutto Car). In Cathedral Kletter raffina il loro modello riuscendo a fondere l'epos delle ballate pianistiche di Billy Joel e lo swing delle grandi cantanti nere. Ancora una volta il ruolo di Brown e` soprattutto quello di intelligente e sensibile arrangiatrice.

Il bozzettismo crepuscolare delle Blackgirls era piu` di un semplice lamento di collegiali provinciali cresciute in solitudine, era, a modo suo, l'alto grido di un'angoscia esistenziale ("Why am I so bored? Why is it all so dull?" recita Lee alla fine di Mother). Queste Emily Dickinson della musica rock sono morte d'inedia in un mondo che non ha piu` bisogno di eroine tenere e delicate.

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