Jeff Buckley
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Grace, 7/10
Sketches For My Sweetheart The Drunk, 6/10
Mystery White Boy, 6/10
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Jeff Buckley nacque a Los Angeles, figlio del grande cantautore Tim Buckley che pero` Jeff vide una volta sola (e verso cui non conservera` grande simpatia). Trasferitosi a New York, divenne presto celebre nei folk club di Manhattan, grazie a un innegabile talento canoro, come dimostra l'EP Life At Sin-e' (Columbia, 1993). Il talento compositivo e` ancora latitante, come dimostra il fatto che soltanto una delle canzoni e` sua. Le cover, oltretutto, lasciano a desiderare.
La casa discografica monto` una insistente campagna promozionale per l'album Grace (Columbia, 1994), sul quale Buckley suona chitarra, harmonium, organo e dulcimer ma e` anche accompagnato da un complesso di tutto riguardo.

Senza rubare nulla alla memoria del padre, dal quale lo distingue un registro assai piu' maschio e un tono assai piu' terreno, Buckley mette a dura prova la sua vocazione in salmi pretenziosi come Mojo Pin (scritta per lui da Gary Lucas). Protagonisti del sound sono in realta' i lambiccati tintinni della chitarra di Gary Lucas e i discreti sottofondi delle tastiere (suonate da Buckley stesso), che esprimono al meglio la sua forma di religiosita' (meta' dei titoli sono di ispirazione liturgica) in sofisticate composizioni popsoul. L'orchestrazione elegante, le melodie elementari, la recitazione appassionata, l'andamento a tratti sinfonico e a tratti folk fanno di Grace uno strano ibrido di ballata leggera e di piece progressiva, di Stevie Wonder e di Genesis (la canzone e` basata su Rise Up To Be di Lucas). Il suo e' un cocktail d'alta classe: rievocati i raga sottovoce dei primi Pink Floyd in Dream Brother, Buckley recupera invece lo spirito cupo, rabbioso, nevrotico di Neil Young in Eternal Life. L'equilibrio piu' suggestivo fra quel barocco eclettismo e la sua intensa emotivita' lo trova forse in solenni ballate come Lover, patetiche come nell'accezione di Bob Dylan, ma anche travagliate nel solco di Van Morrison. Il canto di Buckley sembra sempre prendere coraggio per strada: parte in sordina, moderando le inflessioni nello stile dei cantastorie folk, ma finisce in crescendo, scomposto e disperato al limite del blues e del gospel. Buckley si ispira ai cantautori piu' intensamente spirituali e jazzati di sempre, come Van Morrison e, appunto, suo padre Tim.

Il destino sembra pero` accomunarlo al padre piu` di quanto lo faccia la musica: Jeff Buckley viene trovato morto nel 1997 a Memphis, morto annegato.

Postumo esce Sketches For My Sweetheart The Drunk (Columbia, 1998), doppio album che raccoglie una ventina di inediti in maniera alquanto disordinata e raffazzonata. Il primo disco contiene le session realizzate con Tom Verlaine per quello che doveva essere il nuovo album di Buckley. Il secondo disco contiene le versioni primitive di alcuni degli stessi brani e di altri brani ancora "in progress". L'immagine che ne viene fuori e` probabilmente falsa, ma e` quella di un artista gia` avviato alla corruzione e alla decadenza artistiche. The Sky Is A Landfill e Nightmares By The See fanno leva sul roccioso boogie di Verlaine, per non parlare dell'epico riff grunge di Yard Of Blonde Girls, e per il resto Buckley si presta a miagolare come Marvin Gaye (Everybody Here Wants You) e a delirare a vuoto. L'unico momento davvero brillante e` l'orientaleggiante New Year's Prayer, peraltro palesemente incompiuta. Questi esercizi di necrofilia finiscono spesso per lasciare l'amaro in bocca.

Troppe sue canzoni sono mosce, poco originali, poco intense. Sembra di ascoltare il Tim Buckley del periodo commerciale, ormai privo di idee.

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(Translation by/ Tradotto da Dario Ferraro)

Le registrazioni dal vivo di Mystery White Boy (Columbia, 2000), sono tratte principalmente dai concerti del 1995 e 1996. Dal punto di vista del suono, questo potrebbe essere il miglior album di Buckley. La sua band suona come i Led Zeppelin o gli ZZ Top, e le litanie di Grace acquistano una nuova vita. Parecchie canzoni inedite e covers costellano l' album.

The live recordings on Mystery White Boy (Columbia, 2000) date mainly from 1995 and 1996. Sonically speaking, this could be Buckley's best album. His band rocks like Led Zeppelin or ZZ Top and the litanies from Grace take on a new life. Several unreleased tracks and covers dot the torrid landscape.

Songs To No One (Knitting Factory, 2002) collects unreleased material of 1991-92.

The triple-cd set Live At Sin-E (Columbia, 2003) is an expanded version of the early 4-song EP.

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