His Name Is Alive
(Copyright © 1999 Piero Scaruffi | Legal restrictions - Termini d'uso )
Livonia, 7/10
Home Is In Your Head, 6/10
Mouth By Mouth, 7.5/10
King Of Sweet, 5/10
Stars On E.S.P., 7/10
ESP-Summer, 6/10
Fort Lake , 6/10
Warren Defever: I Want You To Live 100 Years , 4/10
Someday My Blues , 4/10
Last Night , 5/10
Detrola (2006), 5/10
Xmmer (2007), 4/10
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Somewhat related to this atmospheric and psychological school were the electronic vignettes of His Name Is Alive, the brainchild of Michigan's multi-instrumentalist Warren Defever who employed different female singers for each album, Rhythm was optional on Livonia (1990), an experimental work that indulged in tape loops and samples but mostly relied on an elegant combination of ghostly neoclassical vocals and surreal electronic effects. Guitars were given more prominence on Mouth By Mouth (1993), and the group sound was more earthly, bridging Laurie Anderson's musical theater and dream-pop. The sophisticated, almost ambient Stars On E.S.P. (1996), was reminiscent of Brian Wilson's productions but in a skewed, unorthodox way. Defever's arrangements did not shun the obvious: they recreated the obvious in another dimension.
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Gli His Name Is Alive sono il progetto del polistrumentista Warren Defever, proveniente da un sobborgo di Detroit, Livonia. Dopo una breve gavetta nel complesso di suo fratello, Elvis Hitler, Defever diede libero sfogo alla sua complessa personalita` di compositore elettro-acustico, capace di fungere da ponte fra le armonie vocali dell'opera e le partiture strumentali della musica d'avanguardia.

Le composizioni di Livonia (4AD, 1990) sono arrangiate in modo al tempo stesso pudico e suggestivo, con il canto (Karin Oliver e Angie Carozzo) in primo piano che indulge in registri classici e l'elettronica a riempire il sottofondo di effetti irreali. Il ritmo e` spesso assente, a lasciare il canto ancor piu` solo. Il sound mostra vaghe parentele con Hugo Largo e Pale Saints. Forse sono proprio le composizioni piu` "nude" a dare la misura del potere suggestivo degli His Name Is Alive, quelle piu` fiabesche e stranianti: As We Could Ever, per voce riverberata, con le note della melodia che sfumano l'una nell'altra; e E-Nicolle, costruita attorno a gorgheggi da soprano che si avvitano in maniera sempre piu` barocca attorno alla dizione limpida e cristallina della cantante. Defever vi si limita a spargere rumori elettronici con discrezione, scegliendo pero` timbri ostici, da musica "industriale"; raffinato, ma certamente non elegante.
Grazie al suo lavoro talvolta la sensazione e` che il trio voglia coniare una sorta di folk medievale immerso in paesaggi fantascientifici: le vestali intonano le loro elegie classicheggianti in scenari che sono deturpati da suoni terribili, da incubo radioattivo in If July) e quasi infernale in Fossil; per non parlare di You And I Have Seizures, fatto di soli solfeggi senza parole in uno spazio sonoro stipato di riverberi, di tape loop e di campionamenti; e del funereo salmo di How Ghosts Affect Relationships, l'unica in cui il canto riacquista un tono umile, terrestre, quasi colloquiale, ma al tempo stesso disperato.
Tutto sfoca in un sogno di mondi ultraterreni per noi indecifrabili, in un gioco di identificazioni proiettive all'interno dell'aldila`, in una partita di scacchi con l'immaginazione di uno psichiatra, in una caccia alla sorgente del pensiero creativo.

Home Is In Your Head (4AD, 1991) e` un esercizio anche troppo intellettuale: ventitre brevi pezzi di folk minimale alla Half Japanese. Ritornelli appena abbozzati (Are You Coming Down This Weekend), campionamenti nonsense (Put Your Finger In Your Eye), filastrocche surreali (Her Eyes Were Huge Things) e cosi` via. There's Something Between Us era in repertorio da anni.

Dopo l'EP Dirt Eaters (4AD, 1992), accreditato a una formazione senza Oliver e con la cantante Denise James, l'album Mouth By Mouth (4AD, 1993) riafferma le ambizioni del gruppo con un sound appena piu` aggressivo. Le chitarre del nuovo trio (Defever alla chitarra e ai campionamenti, Oliver al canto e al violoncello, Frey Many alla batteria, con l'aggiunta saltuaria dell'altra chitarrista Melissa Elliott) sono infatti in primo piano, ma sempre in quel trepido incedere alla Feelies che rende inquieti senza spaventare (Baby Fish Mouth, inno del loro languido surrealismo; lo strumentale Jack Rabbits di Elliott).
Per il resto vige sempre la stessa semplice magia: il bisbiglio gentile di Oliver, i cori che ululano da distanze infinite, il pullulare di impercettibili rumori in sottofondo; quadretti romantici come Lip (con il canto quasi in trance su un incalzare da bluegrass) e scenette da "Alice nel paese delle Meraviglie" come In Every Ford di Elliott (con armonie a meta` fra il folkrock piu` tenero e il Buddy Holly piu` naif).
Non stupisce pertanto che si riscontri un minimo di parentela con Laurie Anderson quando la partitura diventa un girotondo per ensemble da camera (violoncello e percussioni in Ear) o quando la base armonica e` minimalista (Lemon Ocean). Ma Oliver puo` andare anche oltre, immergersi in atmosfere quasi funeree, da messa gregoriana (Cornfield, accompagnata soltanto da un violoncello suonato come una fisarmonica), oppure quasi mistiche, da preghiera zen (Lord, Make Me A Channel Of Your Peace).
Nelle composizioni piu` sperimentali (Drink, Dress And Ink, Can't Go Wrong Without You, soprattutto Torso), che avvolgono la melodia in folate di elettronica o di distorsioni, si realizza una sorta di "folk industriale" per menti ottenebrate da tremendi traumi d'alienazione. E` forse questa la chiave di lettura corretta anche per le canzoni apparentemente piu` innocenti.

Sono poi stati pubblicati gli scarti di quegli album, su King Of Sweet (Perdition Plastics, 1994).

Defever e Oliver sfogano la vocazione a questo trovadorato pudibondo in un'arte anti-retorica e un po' idilliaca, depurata di pulsioni erotiche o macabre, ambientata in un lussureggiante "nowhere" ("nessun luogo") da cui la mente non potra` mai evadere.

Warren Defever si uni` poi a Ian Masters degli Spoonfed Hybrid per registrare il disco acustico accreditato a ESP-Summer (Time Stereo, 1994). Esistono anche i progetti ESP-Beetles (rumore bianco) e ESP-Family (Time Stereo, 1994), sorprendentemente folk. Defever has anche pubblicato nastri di composizioni cacofoniche con lo pseudonimo Princess Dragonmom e un nastro di musica ambientale con lo pseudonimo Control Panel. Infine Mystic Moog Orchestra (Tantalus, 1995) e` un ensemble di musica elettronica che improvvisa in maniera quasi jazz.

Warren Defever continuo` la sua lenta conversione alla musica pop con il sofisticato Stars On E.S.P. (4AD, 1996), le cui tenui ballate sono affidate al bisbiglio fievole di Karin Oliver. Qui l'eccentricita` dei primi tempi viene sfruttata per costruire sottofondi sonori molto surreali, quasi ambientali, sui quali planano melodie angeliche. In passato questo "era" il loro sound, mentre adesso quelli diventano gli elementi di un ingenioso esercizio post-moderno di rivisitazione del rock classico. L'album e` in effetti una raccolta di imitazioni mascherate nelle fogge piu` bizzarre. Spiccano soprattutto le variazioni su Good Vibrations dei Beach Boys: The Bees ne smembra la struttura (l'organo martellante in sottofondo, il canto leggiadro); Universal Frequencies ne astrae le parti (la progressione ritmica viene rallentata, la parte vocale diventa un coro natalizio i sonagli sembrano suonati da zombie).
Gli arrangiamenti sanno ancora essere estrosi, come nel mini-concerto di rumori percussivi, fanfare folk e strimpellii spastici di Wall o nella Dub Love Letter per drone riverberato d'organo, melodia indiana di flauto e staccato onirico di chitarra, o nel twang fatale di chitarra alla Duan Eddy e battito brioso alla Associations di Static
Defever si concede persino il lusso di suonare con nonchalance intellettuale tre versioni alternative di Home, a sua volta revisione di un vecchio traditional: la prima (This World Is Not My Home) e` all'insegna del Neil Young nevrotico, la seconda (I Can't Live In This World) e` una dolce ballata country, la terza (Last One), e` un gospel di strada. Questo "inno" apre, chiude e divide il disco, e ha pertanto la funzione di orientarne spiritualmente lo svolgimento del disco. Piccolo tema di questo stadio della sua vita, simboleggia anche l'ambiguita` di tutta la sua musica, che puo` assumere diverse personalita` a seconda dell'arrangiamento. Infine, Defever e` l'autore di tenui e romantiche lullaby come Across The Street e Summer Songs, che esprimono i sentimenti umili e stupefatti del suo animo. All'album partecipano anche Mark Kozelek (Red House Painters) e Ian Masters (Pale Saints), con i quali l'anno prima Defever aveva dato vita al progetto estemporaneo E.S.P. Dolphins. E` un disco squisito, il cui unico limite e` un'ossessione per Brian Wilson che rischia di trasformare His Name Is Alive negli High Llamas americani.

Defever has a unique way, both erudite and tender, of being a postmodern auteur. Following the limited-edition EP Nice Day (4AD, 1997), Defever turned to deconstructing rhythm and blues for Fort Lake (4AD, 1998), aided by gospel singer Lovetta Pippin. Don't Glue The World, The Waitress, No Hiding Place, Everything Takes Forever, Wishing Ring, apply the same Defever formula to black music, depriving it of its vital fluid and disassembling its harmonic skeleton. Defever is a vampire who sucks life out of his victims. His music is a ghostly zombie that wakes up at night and sleepwalks through dark alleys in search of ever new victims.

Defever's solo album, I Want You To Live 100 Years (Lo, 1999), picks on a new victim: acoustic folk of the Depression era.

In the meantime, His Name Is Alive seems to have reached the terminal point with Someday My Blues Will Cover The Earth (4AD, 2001). Defever's career has always dealt with cliches in a subversive manner: his music succeeds when the stereotype is metabolized, he fails when the stereotype metabolizes him (in the form of a nostalgic playback of the genre's conventions). This album, a collaboration with vocalist Lovetta Pippen, aims at reconstructing the sound of swing-era big bands and of classic blues heroines like Bessie Smith and Billie Holiday. In a different setting, Write My Name In The Groove and Karin's Blues would have been very attractive. As they are, all the songs here are just plainly tedious.

DeFever continued his foray into languid soul with Last Night (4AD, 2002). As a cheap imitation of Everything But The Girl, he (and his cohort Lovetta Pippen) is not terribly entertaining. I Can See Myself In Her and Last Night are third-rate even by the standards of trip-hop. To dispel the boredom, I Have Special Powers adds distorted, resonating guitar a` la Neil Young and Storm adds Hendrix-ian guitar acrobatics. The eleven-minute Someday My Prince Will Come offers loose jamming of a funk-jazz horn section over African percussion, spiced with some ethereal vocalizing. The seven-minute cover of Jimi Hendrix' Train becomes a slow-motion version of the Beatles' Yesterday performed by a tenor saxophone. Defever's talent is better served by the quasi-reggae hallucination of Crawlin' and by the surreal instrumental Idylls Of The King.

Heart And Hand (2000) and The Cloud Box (Time Stereo, 2005) are colossal collections of unreleased material.

The angelic Detrola (Silver Mountain, 2006), mostly sung by Lovetta Pippen, regained some of Defever's flair for the blend of fragile and baroque that made his music unique (You Need a Heart, After I Leave U, I Thought I Saw), while indulging in his skewed fusion experiments, whether funk-jazz-rock (Seven Minutes in Heaven) or mellow pop-soul ballad (Get Your Curse On).

Sweet Earth Flower (High Two, 2007) was a tribute to jazz saxophonist Marion Brown.

Xmmer (2007), with Lovetta Pippin replace by a number of vocalists, indulged in the syrupy Young Blood and Go to Hell Mountain and the second-hand pop hook of How Dark Is Your Dark Side.

(Translation by/ Tradotto da xxx)

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