Freedy Johnston
(Copyright © 1999 Piero Scaruffi | Legal restrictions - Termini d'uso )
Troubled Tree, 7.5/10
Can You Fly, 7/10
This Perfect World, 7/10
Never Home, 6.5/10
Blue Days Black Nights, 6/10
Right Between The Promises , 5/10
Rain On The City (2010), 5/10
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Freedy Johnston e` un umile cantastorie di New York (nato in Kansas) che si mise in luce con un approccio quasi punk al country, ma poi ha scodellato raccolte di ballad elettriche di grande suggestione.

Johnston e' una boccata di ossigeno in un'era inflazionata da cantautori (e soprattutto cantautrici) che non hanno nulla da dire ma lo dicono nel modo piu' altisonante possibile. Pochi hanno saputo cantare il tradimento, il fallimento e la colpa senza annoiare.

Troubled Tree (Bar None, 1990) fu l'album-rivelazione, una raccolta di ballad elettriche ed acustiche la cui complessita' era celata dietro una rara naturalezza di esposizione. Johnston vi sfoggia un fraseggio vocale alla Neil Young e un approccio punk al country che ricorda quello dei Pogues. L'auto-ritratto di Innocent, eseguito nello stile del rock'n'roll ribelle di John Coughar Mellencamp, non gli rende ancora giustizia: il vero Johnston e` quello effervescente che rende omaggio alle sue radici rurali in Down On The Moon, un pulsante bluegrass come l'avrebbero suonato i Feelies. Da li` in avanti la fantasia inesauribile dell'"innocente" non concede tregua: uno swing caraibico come Violins, un boogie martellante come Nature Boy Il giullare pennella con lo spirito gioviale e bambinesco di un Jonathan Richman la filastrocca di Fun Ride. Il poeta tragico viene alla luce in meditazioni dure come That's What You Get, squartata da fendenti hard-rock, e Little Red Haired Girl, scossa da distorsioni viscerali, nelle quali tornano ad echeggiare il tono epico di Mellencamp e quello desolato di Young. Il disco e` piu` irruente e trascinante di tanto grunge dell'epoca. In realta` scalfiva appena la superficie della tetra filosofia dell'artista.

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The Mortician's Daughter e Down In Love sono le storie piu' avvincenti del secondo album, Can You Fly (Bar None, 1992), un lavoro molto piu` "profondo" che ne fece un caso critico. Le sue storie di tradimento, fallimento e colpa sono affidate a melodie impeccabili, come se i Simon & Garfunkel si fossero dati alla musica funebre. Il suo Calvario morale e' cantato in quel registro cristallino e sofferto da cantante country che e' diventato il suo timbro preferito. Can You Fly (Bar None, 1992) was a far more profound work and the album that turned him into a critical sensation. The record collects a dozen personal vignettes that do not steer too far from your average Americana, but each burns of a secret fire that borrows from both archaic and modern popular jargons. The epic power-pop of lead-off track Trying To Tell You I Don't Know shivers with the raw blues-rock verve of the Rolling Stones. Another restless rocker, Remember Me, actually draws inspiration from gospel music. The vibrant soul-rock of Wheels completes a little trilogy of passion.
The tenderly nostalgic Tearing Down This Place, the softly jangling folk-rock of The Lucky One and the closing ode We Will Shine compose a balancing trilogy of lyrical and intimate confessions.
Finally, The Mortician's Daughter and Down In Love are philosophical meditations that show both tunefulness and depth.
His stories of betrayal, failure and guilt rely on impeccable melodies, as if Simon & Garfunkel were now playing funeral music. His moral Calvary is sung in a solemn, crystal-clear and mournful register that belongs to country music but the music contaminates Nashville with all sorts of pop, soul and folk elements, more often than not with enough electricity to power a hard-rock band.

Nel 1994 This Perfect World (Elektra) rischia di farne anche una mezza star, grazie a testi intensamente personali e a musiche che raramente falliscono il segno. Il suo tenore da cantante country si fa largo con piglio funereo fra le macerie morali di Bad Reputation (il primo singolo), come un Tom Petty cresciuto davvero nel Midwest, dominando ritornelli leziosi come quello di Across The Avenue) che potrebbero costituire l'ossatura di splendide ballate folkrock, e levigando con un melodismo spudoratamente pop gli spigoli di cadenze come quelle di Two Lovers Stop che tradiscono le rudi maniere del Sud. E invece diventano tutte salmi sconsolati al destino infame. Marc Ribot mette mano alle sue celebri corde in e Jane Scarpantoni sfiora il suo magico violino nella tenerissima Evie's Garden (il secondo singolo), che ha infatti la compostezza di una sonata barocca, e nella title-track tutti e due riempiono l'atmosfera di rintocchi onirici ma il disco e' tutto suo, di Johnston, della sua chitarra e della sua voce, che il piu' delle volte sono accompagnate soltanto dalla piu' discreta delle sezioni ritmiche. E in effetti la suggestione piu' forte e' quella di Gone Like The Water e I Can Hear The Laughs, in cui l'uomo riduce al minimo i suoni e parla alle stelle con il passo del menestrello delle praterie.

E` la melodia a dominare anche Never Home (Elektra, 1997), altro intenso e sincero album. Capita cosi` che, se all'inizio i suoi modelli erano Mellencamp e Young, oggi sembra di ascoltare soprattutto l'elaborato crooning di Elvis Costello, dall'iniziale On The Way Out alla finale Something's Out There. E indubbiamente I'm Not Hypnotized rappresenta uno delle sue piu` orecchiabili escursioni in territorio folk-rock. Il suo ego piu` autentico e` quello che intona con una mano sul cuore l'inno acustico Western Sky e quello che pennella sottovoce il ritratto delicato della Seventies Girl. Qua e la` riaffiorano il piglio grintoso di Mellencamp (One More Thing To Break), il passo marziale di Young (He Wasn't Murdered), il lamento fatalista di Petty (Gone To See The Fire). L'accompagnamento (Danny Kortchmar alle chitarre, Graham Maby al basso e l'ex-Heartbreaker Stan Lynch alla batteria) e` piu` dimesso dell'album precedente (su cui Marc Ribot e Jane Scarpantoni gli rubavano spesso la scena), ma l'atmosfera e` altrettanto confessionale.

Blue Days Black Nights (Elektra, 1999), registrato con una formazione piu` umile, e` un album intimo e domestico, che raramente si spinge oltre il limite delta ballata indolente (Underwater Life, While I Wait For You). Si tratta di un genere che Johnston sa elevare a un grado impressionante di sofisticazione, e non tanto nell'arrangiamento quanto nella struttura della canzone (per esempio, il soul-jazz onirico di Pretend It's Summer, a due passi dalla Riders In The Storm dei Doors, o l'atmosfera quasi noir di Depending On The Night, altrettanto vellutata e jazzata). Ma qua e la` il genio scivola in canzonette piu` adatte all'Elvis Costello di cui sopra (Changed Your Mind). Il folk-rock orecchiabile di turno e` Until The Sun Comes Back Again.

Con il passare degli anni il piglio rabbioso, la proverbiale eccentricita` e l'eclettismo incontrollato sono stati mitigati da una ricerca formale che l'ha riportato indietro nel tempo al formato classico della canzone folk-rock e country-rock. Soprattutto e` balzata in primo piano la melodia, di cui l'uomo e` un maestro all'antica.

Tutta la sua musica e' fortemente autobiografica e consegnata a emozioni profonde, sincere, universali.

The greatest of the country-inspired singer-songwriters of the 1990s was probably Freedy Johnston, a New York transplant who introduced himself as Neil Young gone cow-punk on the effervescent, edgy and eclectic Trouble Tree (1990), but then was rapidly converted to a smoother and streamlined sound. The bleak stories of betrayal, failure and guilt on Can You Fly (1992) and This Perfect World (1994), featuring guitarist Marc Ribot, cellist Jane Scarpantoni and drummer Butch Vig, relied on impeccable melodies, as if Simon & Garfunkel were playing funeral music. By the time Never Home (1997) came out, Johnston had transformed into a more superficial pop auteur.
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A little jangling country-pop (Broken Mirror), a little poppy garage-rock (Waste Your Time) and a little Tom Petty-ian power-pop (Anyone), Right Between The Promises (Elektra, 2001) completes Johnston's transition to mainstream singer. The problem is that Johnston now buries his enormous talent in regular melodies and predictable tempos. Even the few vignettes that recall his past glory (Radio Heartache for voice and banjo, the blues Back To My Machine, the mournful, cello-tinged Save Yourself City Girl, perhaps the standout) have no bite. Not the slightest trace of genius.

Rain On The City (2010), the first album in nine years, is devoted to both skeletal emotions (the somber ukulele-tinged Lonely Penny, the bossanova dirge The Kind of Love We're In, the contemplative Rain On The City) and restrained bursts of energy (the power-pop of Don't Fall in Love with a Lonely Girl, the country-rock of Livin' Too Close to the Rio Grande); but the former greatly outnumber the latter and soon become a distraction instead of an attraction.

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