Mark Lanegan


(Copyright © 1999 Piero Scaruffi | Legal restrictions )
Winding Sheet, 7.5/10
Whiskey For The Holy Ghost, 8/10
Scraps At Midnight, 7/10
I'll Take Care Of You, 5/10
Field Songs , 6.5/10
Bubblegum (2004), 6/10
Ballad Of The Broken Seas (2006), 5/10
Sunday at Devil Dirt (2008), 5/10
Gutter Twins: Saturnalia (2008), 6/10
Blues Funeral (2012), 5/10
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Mark Lanegan's band, the Screaming Trees, pioneered the Seattle sound of the 1990s. Since 1985, they played a sophisticated combination of acid-rock, hard-rock and garage-rock that would be influential on everybody from Nirvana to Built To Spill. Their second album, Even If And Especially When , is probably the best document of those early years. The band's sound became almost baroque towards the end, when Sweet Oblivion and Dust were released to general critical acclaim.
Lanegan sculpted the agony of Winding Sheet (1990), a journey through the eternal damnation of a soul that was both lyrical, existential and lugubrious. Even more rarified and metaphysical, Whiskey For The Holy Ghost (1993) ventured deeper inside in a tender and doleful register, halfway between Leonard Cohen and Nick Cave, while the atmosphere was reminiscent of David Crosby's first solo album, and occasionally claustrophobic like in Tim Buckley's psychedelic nightmares. Lanegan's dilated mind seemed to be imploding on the fragile Scraps At Midnight (1998).
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Mark Lanegan, il cantante degli Screaming Trees, ha avviato la carriera solista con due dischi che valgono piu` di qualsiasi cosa il gruppo maggiore abbia mai fatto.

Winding Sheet (SubPop, 1990) e` un album prevalentemente acustico, poco o nulla imparentato con lo stile del gruppo maggiore. Accompagnato da Jack Endino (degli Skin Yard) al basso, Mark Pickerel (degli Screaming Trees) alla batteria, Mike Johnson (dei Dinosaur Jr) alle chitarre e Steve Fisk alle tastiere (e in un paio di brani fanno capolino anche Cobain e Novoselic dei Nirvana), Lanegan si scopre lirico esistenziale e tenebroso, capace di muoversi in atmosfere da dannato eterno. Le sbilenche visioni di Syd Barrett (Mockingbirds), le pacate parabole di Leonard Cohen (Ugly Sunday), gli acquarelli trepidanti di Tim Buckley (Eyes Of A Child), i blues notturni di Tom Waits (la title-track), e il rock di Seattle (Down In The Dark) si contendono la palma di principale influenza sulle ballate introverse di questo stralunato lavoro. Cio` che Lanegan ci mette di suo e` un modo di cantare fra l'eroinomane e il lamentoso, e un modo di sfumare l'atmosfera, fra il sogno e la depressione, che valgono forse piu` delle parole e delle note, come, forse, non succedeva dai tempi del primo disco di David Crosby.

Lanegan gli da` un seguito con Whiskey For The Holy Ghost (SubPop, 1993), se possibile ancor piu` psichedelico: la maniera "dilatata" di Buckley gli ispira capolavori come The River Rise, una visione metafisica immersa in un tripudio di tintinni e di arpeggi, e Riding The Nightingale, uno spiritual soffuso, tenebroso e altrettanto allegorico. Lanegan intona invece il registro roco e sguaiato di Waits per cantare l'epica Borracho, una sorta di gospel in crescendo marziale, la dinoccolata Dead On You, cullata da un accordo prolungato di organo e da un lento strimpellio di chitarra blues, la languida Sunrise, con i gorgheggi di un clarinetto jazz e un ritmo di palude.
Il suo vocalismo si e` fatto con gli anni piu` incisivo, maturo, suadente. Quel registro dolente, fatalista, che non indulge mai in acuti o in vagiti, decisamente anti-spettacolare, ha un approccio alla "narrazione" che ricorda le ultime cose di Nick Cave, quell'incedere da profeta folle, ma senza i momenti di delirio incontrollato che fanno dell'australiano un messia sinistro; Lanegan sa essere tenero come Cohen, in ballate appena bisbigliate come Kingdoms Of Rain, sa essere dolce e pacato; lapidario e spettrale nel breve aforisma di Judas Touch; sfiora intensita` da raga nel bolero solenne di Beggar's Blues. La tradizione folk e country, che imbeve House A Home e lambisce toni barocchi da musica da camera in Carnival, e` stata spogliata del suo epos, sterilizzata, e` diventata una pura astrazione. Tutto e` avvolto in una tenue nebbiolina di fumi d'incenso, lasciato fluttuare sull'onda di emozioni lente e profonde. L'accompagnamento e` minimo, dimesso e sgretolato.

Con questi due dischi Lanegan si e` affermato come uno dei principali cantautori degli anni '90.

Il languore di Lanegan si fa forse un po' auto-indulgente su Scraps At Midnight (SubPop, 1998), album altrettanto coesivo e umorale dei precedenti, ma fragile e introverso fino all'implosione. Lanagan e` maestro nel creare atmosfere claustrofobiche alla Chris Isaak. Hospital Roll Call impiega un twang epico di chitarra, un battito pellerossa e un canto sussurrato. La melodia e` quasi inesistente, cosi` come nel blues abulico per sola chitarra, a due passi da Nick Drake, di Waiting On A Train, seguito a ruota dalla ballad piu` moribonda, Day And Night, per armonica sconsolata e rintocchi anemici di chitarra, e dalla sonata a passo funereo di Playing Ground, nella quale gli accordi si sgretolano uno alla volta senza piu` la forza di comporre melodie. Lanegan sfoggia le sue subdoli doti di compositore e performer soprattutto nella piccola e tenera musica da camera per chitarre e pianoforte di Bell Black Ocean, nello swing sonnolento per vibrafono e corno di Wheels brani che ricordano il miglior Tom Waits. Lanegan, se soltanto volesse, avrebbe pronta un'altra carriera, quella di cantautore commerciale, capace di scodellare con disinvoltura superbe arie come Stay, che Cat Stevens, Arlo Guthrie e tanti altri cantautori degli anni '70 gli invidierebbero.
Lanegan si concede il vezzo di chiudere il disco con una lunga e ipnotica danza persiana, Because Of This, all'insegna di una trance tesa e turbolenta, come a dire che la creativita` non conosce limiti.

Lanegan si concede poi una pausa creativa con l'album di cover I'll Take Care Of You (Subpop, 1999), sul quale interpreta brani di Fred Neil, Gun Club, Tim Hardin, e un paio di brani delle bande marcianti, un campionario insolito che forse e` soprattutto una confessione delle sue radici musicali.

Field Songs (Subpop, 2001), Mark Lanegan's fifth solo album (and the first since the Screaming Trees officially disbanded), takes a while to sink in. Some of the warm immediacy of his early music has been lost, replaced by more structured scores and more traditional singing. The title probably refers to a humbler style of music, best exemplified by two tender, nostalgic serenades: Pill Hill Serenade and Kimiko's Dream House (co-written with Jeffrey Lee Pierce).
If the epic grandeur of the mellotron-driven anthem No Easy Action sounds a little out of character, would be better tailored for country singers like Kenny Rogers, most of the songs do restore his charisma, equal part resigned fatalism and unflinching dignity, whether with the hypnotic dirge of Miracle with the poetic gospel/blues of Low ("too dark for finding my ground while trees shiver swaying"), or with the lengthy, devastating confession of Fix that closes the album.
A few of the compositions belong to Lanegan the composer, not only Lanegan the singer songwriter. The virulent rant of Don't Forget Me is intriguing because it opens with a piano playing the notes of a famous Beethoven sonata, but then uses power riffs and martial tempo, and even indulges in a flamenco solo. A more abstract texture supports the almost religious psalm of Resurrection Song, whose subdued guitars-only score and dilated, psychedelic phrasing closely recall Lanegan's early masterpieces (as does the hypnotic strumming of the instrumental Blues For O).
Lanegan changes tone in the two tracks that (together with Resurrection Song) are probably the standouts, two solemn and quasi-gothic odes that pay homage to Lanegan's masters: Leonard Cohen, Tom Waits and Nick Cave: One Way Street and Field Song. Both their arrangements are delicate works of psychology. The former laces guitar noises around a conventional country structure; the latter soaks a bitter, husky voice in a guitar effect similar to the Doors' Strange Days.
Discreet piano, guitar and organ embellishments land Lanegan in his favorite territory, roaming legendary distances at an ordinary pace.
Field Songs (Subpop, 2001), il quinto album solista di Mark Lanegan, impiega un po' a farsi apprezzare. Il calore e l'immediatezza dei suoi primi dischi si sono forse un po' persi, e forse la raccolta di cover I'll Take Care Of You (a mio avviso men che mediocre) era proprio il sintomo di una piccola crisi. Il titolo del disco si riferisce probabilmente a uno stile piu` umile di musica, meglio rappresentato al centro` dell'album da Kimiko's Dream House (scritta in collaborazione con il defunto Jeffrey Lee Pierce dei Gun Club) e dal salmo religioso Resurrection Song.
I risultati sono cosi` cosi`. Se l'epica grandeur (con mellotron) dell'inno No Easy Action sembra un po' fuori misura, e il tenero walzer di Pill Hill Serenade starebbe meglio sulle labbra di un cantante country come Kenny Rogers, altre canzoni ricreano il suo carisma, parte triste fatalismo e parte orgoglio ferito: il lamento ipnotico di Miracle, l'arringa virulenta di Don't Forget Me, il poetico gospel/blues di Low ("too dark for finding my ground while trees shiver swaying"), la lunga, terribile confessione di Fix che chiude l'album.
One Way Street e Field Song, sono forse le canzoni migliori, due brani solenni (e quasi gotici) che cambiano pero` drasticamente tono e rendono omaggio invece ai maestri di Lanegan: Leonard Cohen, Tom Waits e Nick Cave.
Gli arrangiamenti discreti di piano, chitarra e organo (che spesso citano pezzi celebri del repertorio come le sonate di Beethoven e i walzer di Neil Young) collocano Lanegan nel suo territorio preferito, a cavalcare distanze leggendarie a un passo ordinario. E` pero` proprio questa eccessiva "ordinarieta`" a nuocere al risultato, perlomeno paragonato ai primi tre capolavori del nostro.

The EP Here Comes That Weird Chili (Beggars Banquet, 2003) introduced the Mark Lanegan Band, but the album that followed, Bubblegum (Beggars Banquet, 2004), simply offered more of his bleak vision of the world, in a less musical form, despite the impressive cast (Joshua Homme and Nick Oliveri of Queens Of The Stone Age, P.J. Harvey, Izzy Stradlin and Duff McKagan of Guns N' Roses, Greg Dulli of Afghan Whigs, Dean Ween and Chris Goss of Masters Of Reality). His "death dirges" have acquired a dose of neurosis that was missing from his early works, and that complements his tales with a truly menacing atmosphere, as if the bard was now also interested in apocalyptic eschatology, not only in the ontology of a depressing world. Often compared with Nick Drake, he is actually approaching the same insanely visionary anti-nirvana of Neil Young (When Your Number Isn't Up, One Hundred Days, Hit The City), with the occasional detour towards Nick Cave's murder-ballad territory (Wedding Dress).

The EP Ramblin' Man (V2, 2006) and the full-length Ballad Of The Broken Seas (V2, 2006) were collaborations with vocalist and multi-instrumentalist (cello, harp, piano, harpsichord, glokenspiel, tubular bells) Isobel Campbell, formely of Belle & Sebastian and Gentle Waves. The core of the album juxtaposed Campbell's angelic vocals against Lanegan's demonic vocals (more Tom Waits than Leonard Cohen) in a manner reminiscent of Gram Parsons and Emmylou Harris (from the desolate Deus Ibi Est to the country-pop of Honey Child What Can I Do?), but the music seemed to work best when one of the two prevailed, like Campbell in the pastoral Saturday's Gone and Black Mountain, or Lanegan in the tormented Revolver, The Circus Is Leaving Town and Come Walk With Me. Leonard Cohen's skeletal and spectral ballads are only a vague memory anymore.

Sunday at Devil Dirt (V2, 2008) was another collaboration with Campbell that boasts the catchy Who Built the Road and the haunting Black Burner.

Lanegan's other project is the Gutter Twins with Greg Dulli. Their first album Saturnalia (Subpop, 2008) has enough good material to fuel two careers: the folkish The Stations, the gospel-ish Who Will Lead Us, the electronic Each to Each, the grand Idle Hands, the atmospheric Front Street, the noir All Misery/Flowers.

(Translation by/ Tradotto da Giorgio Tempesta)

L'EP Here Comes That Weird Chili (Beggars Banque, 2003) ci ha presentato la Mark Lanegan Band, ma l'album che segue, Bubblegum (Beggars Banquet, 2004), dà un' idea più precisa della sua desolata visione del mondo, in una forma meno musicale, nonostante un cast formidabile (Joshua Homme e Nick Oliveri dei Queens Of The Stone Age, P.J. Harvey, Izzy Stradlin e Duff McKagan  dei Guns N' Roses, Greg Dulli degli Afghan Whigs, Dean Ween e Chris Goss dei Masters Of Reality). I suoi "canti funebri" hanno acquisito una dose di nevrosi, assente nei lavori precedenti, che completa i suoi racconti con un'atmosfera autenticamente minacciosa, come se ora il bardo si fosse interessato all'escatologia apocalittica, non limitandosi più solamente all'ontologia di un mondo deprimente. Spesso paragonato a Nick Drake, in realtà si avvicina di più all' insano anti-nirvana visionario di Neil Young (When Your Number Isn't Up, One Hundred Days, Hit The City), con un occasionale digressione nel territorio delle "murder ballads" di Nick Cave (Wedding Dress).

L' EP Ramblin' Man (V2, 2006) e l'album Ballad Of The Broken Seas (V2, 2006) sono il risultato della collaborazione con Isobel Campbell, cantante e polistrumentista (violoncello, arpa, piano, clavicembalo, glockenspiel e campane tubolari), nonché ex componente di Belle & Sebastian e Gentle Waves. Il nocciolo dell'album è rappresentato dalla contrapposizione tra la voce angelica della Campbell e quella demoniaca di Lanegan (più Tom Waits che Leonard Cohen), con uno stile che ricorda la collaborazione tra Gram Parsons ed Emmylou Harris (dalla desolata Deus Ibi Est al country-pop di Honey Child What Can I Do?); la musica però sembra funzionare meglio quando è uno dei due a prevalere, ad esempio la Campbell nelle pastorali Saturday's Gone e Black Mountain, oppure Lanegan nelle tormentate Revolver,  The Circus Is Leaving Town e Come Walk With Me . Le ballate scheletriche e spettrali alla Leonard Cohen sono qui solo un ricordo sbiadito.

Sunday at Devil Dirt (V2, 2008) è un'altra collaborazione con la Campbell, in cui spiccano l'orecchiabile Who Built the Road e l'evocativa Black Burner.  

L'altro progetto di Lanegan sono i Gutter Twins, con Greg Dulli. Il loro primo album, Saturnalia (Subpop, 2008), contiene materiale a sufficienza per alimentare due carriere: The Stations, dagli accenti folk, il gospel Who Will Lead Us, l'elettronica Each to Each, la magnifica Idle Hands, l'atmosferica Front Street, e il noir di All Misery/Flowers.

Soulsavers, the British electronic duo of Rich Machin and Ian Glover that had already released Tough Guys Don't Dance (2003), hired Mark Lanegan to sing on It's Not How Far You Fall It's How You Land (2007). What seemed to be an occasional meeting turned into a formal (no matter how unlikely) collaboration on Broken (2009), an album that also featured guest vocalists Bonnie Prince Billy, Richard Hawley, Butthole Surfers' Gibby Haynes, Spiritualized's Jason Pierce, Pulp's Mike Hawley, Faith No More's Mike Patton.

Hawk (2011) was the third collaboration with Isobel Campbell. and she was the real protagonist, although the best material leans towards black music (Come Undone, the instrumental Hawk).

Blues Funeral (4AD, 2012), Lanegan's first solo album in seven years, sounds like a collection of songs composed over the years in different moods and contexts, ranging from the 1980s-style synth-pop of Ode To Sad Disco to the grunge-style hard rock of Riot In My House, from the macabre gospel chant of St Louis Elegy to the pounding blues growl of The Gravedigger's Song (that could be a Sisters Of Mercy song before the electronic arrangement), the latter two being worthy additions to his desperate canon.

(Translation by/ Tradotto da Rosa Borgonovi )

I Soulsavers, il duo elettronico inglese di Rich Machin e Ian Glover, che aveva già pubblicato Though Guys don’t Dance (2003), hanno ingaggiato Mark Lanegan per cantare su It’s not How Far you Fall, It’s How You Land (2007). Ciò che sembrava essere un incontro occasionale si trasforma in una vera e propria collaborazione (non importa quanto inverosimile) con Broken (2009), un album che presenta anche, in veste di guest singer, artisti come Bonnie Prince Billy, Richard Hawley, Gibby Haynes dei Butthole Surfers, Jason Pierce degli Spiritualized, Mike Hawley dei Pulp e Mike Patton dei Faith No More.

 

Hawk (2011) è la terza collaborazione con Isobel Campbell e, nonostante il materiale migliore si appoggi sulla musica afroamericana (Come Undone e la strumentale Hawk),  la cantante è la vera protagonista del disco.

 

Blues Funeral (4AD, 2012), il primo album di Lanegan da solista in sette anni, dà l’impressione di essere una collezione di canzoni composte negli anni sotto diversi stati d’animo e in diversi contesti, che spaziano dal synth-pop stile anni ’80 di Ode To Sad Disco all’hard rock stile grunge di Riot in My House, dal macabro canto gospel St Louis Elegy al martellante ruggito blues di The Gravedigger’s Song (che potrebbe essere confusa con una canzone dei Sisters of Mercy prima degli arrangiamenti elettronici), le cui ultime due sarebbero nobili aggiunte al suo standard di disperazione.

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