Lemonheads


(Copyright © 1999 Piero Scaruffi | Legal restrictions - Termini d'uso )
Hate Your Friends, 7/10
Creator, 6/10
Lick, 5.5/10
Lovey , 6/10
It's A Shame About Ray , 7/10
Come On Feel , 6.5/10
Godstar
Car Button Cloth , 6/10
Evan Dando: Baby I'm Bored (2003), 5/10
The Lemonheads (2006), 4/10
Varshons (2009), 3/10
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If English is your first language and you could translate this text, please contact me. Evan Dando era il tipico adolescente insoddisfatto, cresciuto in una famiglia dell'alta borghesia di Boston, iscritto a una scuola privata, abituato a tutti gli agi e i vizi della sua era, ma fondamentalmente frustrato. Fu nello scantinato di quel liceo, verso la fine del 1986, che Dando e due compagni di scuola (Ben Deily, co-autore del materiale, e Jesse Peretz) iniziarono a suonare. L'anno dopo scelsero il nome "Lemonheads" e iniziarono a esibirsi dal vivo. All'inizio era difficile distinguerli dalla massa di gruppi che, sull'esempio degli Husker Du, facevano dell'hardcore melodico. Passo` inosservato il primo EP del 1986, Laughing All The Way To The Cleaners (Huh-Bag), che pure conteneva Glad I Don't Know, embrione di tutto il loro miglior repertorio.

La vocazione dei Lemonheads emerge piu` chiaramente su Hate Your Friends (Taang, 1987), le cui canzoni sono melodiche e trascinanti al limite del power-pop. Dando usa ritornelli orecchiabili per esprimere il suo contorto rapporto con le ragazze, quasi sempre su toni mesti di delusione e tradimento. Sue sono Don't Wanna e Don't Tell Yourself, mentre Deily gli regala le piu` articolate Second Chance e Ever. In questi brani malinconici di fallimento personale la rivoluzione iniziata dai Replacements trova i suoi massimi alfieri. Anche in vertici di rabbia, frenesia e rumore come Nothing True Dando riesce sempre a calare un umore esistenziale che e` dieci anni piu` maturo dell'hardcore. Non stonano pertanto confessioni da cuore in mano come Hate Your Friends. Il disco scorre all'insegna di questa via di mezzo, salvo impennarsi nel rock and roll sguaiato di Fed Up. Dando e` gia` Dando: il cantore al tempo stesso angelico e tenebroso delle disgrazie della gioventu' per bene, perdutasi nei dedali del peccato punk ma disperatamente alla ricerca di una redenzione; il redentore, in ultima analisi, che quella generazione va cercando nei dedali di quel peccato. L'album e` uno dei piu` importanti e dei meglio riusciti del rock di Boston degli anni '80.

Creator (Taang, 1988) e` nettamente inferiore, nonostante composizioni forti e pregevoli come Burying Ground e Take Her Down, e gridi di dolore come Die Right Now, sembra perdere il baricentro del discorso.

Con Dando a mezzo servizio nei Blake Babies, il gruppo registra l'ancor piu` distratto Lick (Taang, 1989), con Mallo Cup e Circle Of One, e sembra avviarsi ad una carriera di covers grazie a due hit di quel genere.

Lovey (Atlantic, 1990) cambia improvvisamente rotta. Il gruppo si e` di fatto sciolto e Dando si promuove a cantautore e polistrumentista. La malinconica ballata Half The Time, una delle migliori del folkrock di sempre, degna dei Byrds e di Parsons; o Ride With Me, sui toni piu` funerei di Neil Young, di estremo rimpianto e nostalgia; o ancora l'epica Door, summa di tutti gli umori del disco, tracciano un ritratto alquanto diverso del personaggio, romantico e fatalista, ma tutt'altro che punk indefesso. Il canovaccio di canzoni indefibili come Year Of The Cat e` un lamento melodioso a ritmo di rock and roll.

Escono anche due EP, Favorite Spanish Dishes (Atlantic, 1990), con una versione acustica di Ride With Me, e Patience And Prudence (Atlantic, 1991).

It's A Shame About Ray (Atlantic, 1992) e` un album di fatto solista, con l'amica Juliana Hatfield al basso e il fido David Ryan alla batteria. Dando scodella un'altra raccolta articolata di confessioni introspettive, bozzetti surreali e sfoghi nostalgici, dalla sconsolata title-track (tipica la melodia tenue, tipico il piglio esistenziale, tipici i fraseggi semplici) alla concitata Rockin Stroll, dall'hawaiana Hannah & Gabi alla dolente Rudderless, dall'acustica Frank Mills alla cantilena da bambino di Bit Part.
Dando si rivela soprattutto inventore di armonie accattivanti, oltre che di parabole profonde: e cosi` brani come My Drug Buddy (con un organo gospel e un incedere country che fanno pensare alla Band) e Alison's Starting To Happen (con un misto di southern-rock e di Costello) esplorano il subconscio adolescente con insolita efficacia. La norma canora e` peraltro quella di The Turnpike Down, ovvero melodie "grige", che fondono un tono pacatamente e stancamente senile con un vigore cinicamente e rabbiosamente giovanile.
Un gradino ancora piu` in alto si situano i temi piu` orecchiabili: Ceiling Fan In My Spoon, resa trascinante da una serie di trovate ritmiche; Kitchen, filastrocca-novelty con cori anni Cinquata, sirene e battito di mani; e infine Confetti, con il ritornello piu` spudoratamente beat. Dando e` sempre piu` un piccolo borghese sperduto nella folla e sempre meno un titano punk. Molte canzoni esplorano la psiche e il sottobosco dei drogati, tematiche scabrose e opprimenti che contrastano con le musiche,. L'ispirazione potrebbe venire dai Replacements: come per i dischi dei "Mats", anche questo lavoro e` destinato a rimanere un modello di come si possa fare musica introspettiva partendo dalle conquiste armoniche dell'hardcore (ovvero nel chiasso e nel ruvido).

Tanto era modesto e immediato quell'album, quanto e` pretenzioso e complesso il successivo Come On Feel (Atlantic, 1993). Ma di fatto si tratta della continuazione di quella controversa svolta intimista, con anzi tracce ancor piu` vistose di "bubblegum". Dando e` all'apice del proprio melodismo (e delle armonie vocali) nei ritornelli briosi ed eleganti di Rest Assured e Down About It (forse il capolavoro); tanto mieloso da imitare le Bangles in I'll Do It Anyway e da indulgere in un arrangiamento estroso per Dawn Can't Decide (altro vertice, molto influenzato da Hatfield). Ma questa musica di argomento cosi` personale non e` per nulla personale: che Dando imiti Costello nella ballata atmosferica di It's About Time, che riprenda il folkrock populista di Petty in Great Big No, o che scimmiotti i cantautori country nella maestosa Big Gay Heart, tutto procede all'insegna di un sound tanto coinvolgente quanto neutro, forse troppo pulito per essere vero.
L'uomo, come la sua musa ispiratrice, Juliana Hatfield, sembra vivere in un mondo astratto, di emozioni rarefatte e idealizzate, e la musica lo riflette. L'unica eccezione e` la spettacolare Style, brano fuori posto, che sembra uscito da uno dei primi dischi dei Lemonheads, tutto di corsa e fuori tempo, sfregiato da dissonanze, ma efficacissimo. Rispetto al precedente questo album fa leva piu` sul valore intrinseco della canzone che sull'accompagnamento di chitarra e, soprattutto, si misura per la prima volta con la tradizione del country.

Dando fa anche parte del supergruppo australo-americano dei Godstar.

Car Button Cloth (Atlantic, 1996) e` ancor piu` orecchiabile, anche se manca dell'hit che piacerebbe alla casa discografica. Ma questa volta Dando e` impegnato soprattutto a dimostrare l'onesta` del suo messaggio. Questo disco contiene alcune delle sue canzoni piu` intense di sempre.
Quasi tutte le canzoni sono imperniate su melodie immediate, e arrangiate in maniera comunicativa (sono scamparse le chitarre acustiche che avevano dominato i due dischi precedenti). Dando si concede pochissime liberta`, e la disciplina gli fa bene. Dando ha trovato tanto l'equilibrio giusto fra musiche e liriche, quanto il giusto grado di affabulazione (una dizione calma e serafica, non trionfale ma umilmente epica), senza dimenticare un pregevole gruppo d'accompagnamento (i Lemonheads, che adesso annoverano anche il bassista Bill Gibson dei New Christs e il batterista Patrick Murphy dei Dinosaur Jr, sono ormai tanto punk quanto gli Heartbreakers di Tom Petty).
Le gemme melodiche sono It's All True e e soprattutto If I Could Talk I'd Tell you (scritta con Eugen Kelly dei Vaselines). La filastrocca ironica di Hospital deve aver fatto invidia a Jonathan Richman. 6ix e` la canzone che piu` si avvicina al tradizionale power-pop dei Lemonheads. Le confessioni comprendono il country-rock autoparodistico di The Outdoor Type (regalatogli dall'amico Tom Morgan), la dedica affettuosa di C'mon Daddy, in uno stile leggero da cocktail lounge, e soprattutto la ballata tormentata Losing Your Mind. In questo album di emozioni semplici stonano un po' il punk-rock psichedelico di One More Time e il death metal dello strumentale conclusivo, Secular Rockulidge, residui forse del punk che fu. Qualche passo falso impedisce al disco di essere musicalmente all'altezza dei precedenti, ma Dando ne esce infinitamente piu` simpatico.
Con le vignette populiste di questo disco Evan Dando, che fino allora aveva piu` che altro conquistato i cuori delle punkette, conquista anche quello dell'America.

Gruppo perennemente alla ricerca di una personalita` artistica, i Lemonheads sono in realta` sempre stati l'espressione di Evan Dando, personaggio incerto e controverso che e` incredibilmente maturato negli ultimi anni, forse anche per l'influenza esercitata su di lui da Hatfield.

Evan Dando's first solo album, Baby I'm Bored (Setanta, 2003), recorded with the assistance of drummer John Convertino and bassist Joey Burns of Calexico and Come's guitarist Chris Brokaw, and with significant songwriting contributions by Ben Lee, is his redemption album. Dando meditates on his past excesses and relishes his newly-found peace of mind. The music is calm, simple, adult, somewhere between Gram Parsons and Cat Stevens (Why Do You Do This to Yourself, Rancho Santa Fe, It Looks Like You). The album's standouts are all written by Lee: Hard Drive All My Life (which best summarizes the mood with the couplet "All my life/ I thought I needed all the things I didn't need at all") and The Same Thing (with the revealing lines "I can't believe how far I slid but secretly I'm glad I did").

Evan Dando and the Descendents' drummer Bill Stevenson reformed the Lemonheads and released The Lemonheads (2006).

Varshons (The End, 2009) is an album of covers.

(Translation by/ Tradotto da Maria Antonietta Partinico)

Il primo album solista di Evan Dado, Baby I’m Bored (Setanta, 2003) registrato con l’assistenza del batterista John Convertino, il bassista Joey Burns dei Calexico e il chitarrista dei Come Chris Brokaw e con il significativo apporto di Ben Lee alla composizione dei testi, è il suo album della redenzione. Dando medita sui suoi eccessi passati e gusta il suo ritrovato stato di pace. La musica è calma, semplice, adulta, e si situa in qualche modo tra Gram Parson e Cat Stevens (Why Do You Do This to Yourself, Rancho Santa Fe, It Looks Like You). Gli standout dell’album sono tutti scritti da Lee: Hard Drive All my Life (che meglio riassume l’umore con la coppia di versi "All my life/ I thought I needed all the things I didn't need at all" – "Per tutta la mia vita/ho creduto di aver bisogno di tutte quelle cose di cui non avevo affatto bisogno"-) e The Same Thing (con la rivelazione dei versi "I can't believe how far I slid but secretly I'm glad I did" – "Non riuscivo a credere quanto lontano stessi correndo, ma segretamente sono contento di averlo fatto").

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