Naked Sun
(Copyright © 1999 Piero Scaruffi | Legal restrictions - Termini d'uso )

NAked Sun, 6/10
Wonderdrug, 6.5/10
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Val la pena di ascoltare Wonderdrug (Omni, 1994) soltanto per le vicissitudini attraverso cui e' passato. Nel 1992 il primo album dei Naked Sun suscito' un certo interesse per un progressive-metal d'alta classe (in particolare i dodici minuti di Next Stop Chapel Perilous), reminescente di King Crimson e Van Der Graaf Generator, ma cadde vittima del fallimento della casa discografica (la Noise) e della perdita simultanea di Franz Leibkins, l'organista a cui si dovevano alcuni degli arrangiamenti piu' originali dell'album, e del chitarrista Matt "Q-tip" Cusick.
Benche' a New York siano rimasti un nome, i Naked Sun ripartono di fatto da zero tre anni dopo. Il nuovo chitarrista, Angus Podgorny-Clark, ha soltanto la prerogativa di passare con disinvoltura dall'heavymetal piu' furibondo ai tocchi piu' classicheggianti di acustica. Il vero asse portante rimane quello dei tre membri originari: le spettacolari percussioni di Tony Quagmire (un campione della scuola jazz-rock di Bruford) e le spinte poderose del basso di Kenny "Zero" Dell compongono gran parte dello scheletro armonico di queste piece, mentre l'incedere un po' da zombie del cantato di Max Vanderwolf, anche se a tratti sa un po' di cliche', riesce spesso a convogliare una sincera angoscia. Conquistato il cuore dei fan con l'orecchiabile (Shriek Of The Weak) e l'inno un po' Black Sabbath di Smile Mother, i Naked Sun si avventurano nelle cose che sanno fare meglio. La loro tecnica camaleontica si sublima in brani come Fallen In Hate, con organo jazz, frasi sinfoniche del synth, assolo epico di chitarra e ritornello marziale, e l'ancor piu' contorta Memory Of An Expensive Festival (scritta da Cusick). Il piu' ambizioso di tutti e' Thorazine Turkey Burger, lungo i cui nove minuti fanno capolino i fantasmi di tanti eroi del techno-rock degli anni '70, dagli EL&P ad Alan Parsons.
Il meglio viene pero' da un altro versante: Creation Theory prende l'abbrivo da un motivetto degno del musichall, eseguito con un piglio operatico-demenziale a meta' strada fra Queen e Devo. Piu' teatrale, ma sulla stessa falsariga, e' The Nightmare Song, mentre lo sketch di Nightmare Song fa venire in mente anche Todd Rundgren. Nelle tumultuose contorsioni di queste loro partiture c'e' spazio per qualche ammiccamento alla tecnica del collage irriverente di Zappa.

Angus Clark wrote (November 1999):

We broke up during the "Wonderdrug" tour due to severe personal differences and the fact that I quit to go on tour as the guitarist for Kitaro. I have since played on four Kitaro albums. I now have my own band called SIZE. http://www.size.net or http://www.mp3.com/size I can send you a disk if you would like.
Tony (Quagmire) Scarpa lives in LA and plays for the band Lifter, until recently on Interscope Records.
Max Vanderwolf made a solo record. I've never heard it.
Kenny (Zero) Dell plays in the band Mer, and refinishes furniture for a living.

Alessandro Tarquinio scrive:

L'album solista di Max Vanderwolf, An All Star Musical Tribute To Max Vanderwolf (1969-1996), e` una parodia di un sacco di gruppi musicali, cioe` ha reinterpretato sound tipici modello Pink Floyd, Queen, Frank Sinatra, etc.

Dopo l'ennesima sfortunata avventura con la nuova band dei Naked Sun, rinascendo, con quella droga delle meraviglie(Wonderdrug), per dimenticare tutte gli errori e le sfortune del passato, il cantante Max Vanderwolf, dopo ripetuti tentativi per tenere unito il gruppo che rimasto ormai solo un nome, si lascia andare in questo piacevolissimo lavoro che mi appresto a recensire; l'album appare subito, gia` dalla copertina, ben in vista, carico di sarcasmo e di satira verso la vita; "fattore" questo che non puo` fare a meno di "staccarci" un sorriso dalla bocca. Basti pensare solo al titolo: An All Star Musical Tribute To Max Vanderwolf, che significa: un tributo di tutte le star della musica a Max, cosa questa che non e` mai avvenuta, in quanto e` stato egli stesso a comporre i brani, proprio perche` lui lo definisce un lavoro da solista.Anche se non e` proprio cosi`, in quanto le partecipazioni degli artisti della "citta` che non dorme mai" sono numerosi. Tanto per ricordare a qualcuno: il grande Zero Dell, con il suo spettacolare basso e Desmond Horne, all'epoca cantante dell'omonimo dei King of Kings (1991), che ogni tanto riappare come un angelo salvatore.Un Max che dopo continui malesseri di insanita` (pray for my insanity), come mi scrisse tanto tempo fa`, appare spensierato e sereno.Come spensierati e sereni, appaiono i quattordici brani del disco. Abbandonati il sound e la tecnica di quel prog-metal di un certo livello, Max scopre sonorita` piu` calme e distensive; l'unica, forse, delusione di una figura carismatica come lui,seguace di ben altre sonorita`. Ma forse, pensandoci bene, e` derivato anche e soprtattutto da quella malattia, che lo ha portato a canzoni "corroboranti" per guarire. L'intro, si apre in tono cabarettistico, isieme ad un lamentodi tromba jazz, seguito subito dopo, a scaletta, da un brano stile Beatles, ma mi ricorda anche i primi Beach Boys, con tanto di cori e sottofondi vocali; l'album scorre via via cosi`, ripercorrendo un tragitto musicale che va` dal 1969 fino al 1996.In fondo con queste due date, egli vuole farsi dell'autocompiacimento, rielaborando, come solo lui sa` fare, stili ed artisti diversi tra loro; questo aspetto fa` si che il disco abbia un originalita` ed una carica fuori dai canoni tradizionali.Non mancano dunque riferimenti ai Pink Floyd (brani 11 e 12) che rimangono molto sul versante progressivo e la voce di Max che sa` adattarsi brillantemente a tutti i generi proposti: jazz, rock, hard rock., funk ecc..Non mancano inoltre arrangiamenti vari ma tecnicamente brillanti e ben costruiti. Il piacevole violino e quel jazz predominante poi, che ogni tanto fa` capolino, quasi a ricordare la sua vera propensione musicale. Genere che travolgera` piu` tardi Max, vedendolo ancora oggi, impegnato a lavorare per una delle piu` importanti etichette di musica sperimentale, alternativa e jazz:la Knittingfactory.

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