Silver Jews


(Copyright © 1999 Piero Scaruffi | Legal restrictions - Termini d'uso )
Arizona Record , 6/10 (EP)
Starlite Walker , 7/10
The Natural Bridge , 6.5/10
American Water, 6/10
Bright Flight , 5/10
Tanglewood Numbers (2005), 6.5/10
Lookout Mountain Lookout Sea (2008), 5/10
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I Silver Jews di David Berman rifanno in versione "lo-fi" il boogie-trance di Lou Reed, come un incrocio fra Luna e Pavement.

Venuti alla ribalta nel 1992 con il 7" di The Dime Map Of The Reef (Drag City), che contiene anche l'orecchiabile Canada e la fiabesca The Walnut Falcon, si sono affermati definitivamente con l'EP del 1993, Arizona Record, registrato in un salotto, e canzoni argute come The War In Apartment 1812, Bar Scene From Star Wars, Secret Knowledge Of Backroads, Welcome To The House Of The Bats. Al gruppo aperto collabora anche Steve Malkmus dei Pavement (suo compagno di scuola all'Universita` della Virginia).

Anche Nastanovich suona sull'album Starlite Walker (Drag City, 1994), che mette in luce i debiti verso la tradizione (la ballata country Rebel Jew) e il Pan American Blues). Forti di due percussionisti (Bob Nastanovich e John Steve West), i Silver Jews non provano neppure a vivacizzare un sound che e` stato concepito innanzitutto come un esercizio di soliloquio. Le melodie cristalline di Trains Across The Sea (che recita "it's been evening all day long/ how can something so old be so wrong") e New Orleans si infilano negli interstizi di cadenze anemiche e ne vengono neutralizzate, lasciando l'impressione di un dolore tumefatto, mummificato, eterno e muto. Anche una novelty cabalistica come The Moon Is The Number 18, condotta dagli spunti comici del synth, o uno sketch sarcastico come Advice To The Graduate, o un audio-verite` cacofonico come The Country Diary Of A Subway Conductor, nascondono fra le righe dello spartito un nichilismo di fondo che ha prosciugato tutte le emozioni vitali.
Fra il piu` testardo Jonathan Richman e i Folk Implosion di Lou Barlow, con un pizzico di Palace Brothers.

The Natural Bridge (Drag City, 1996), primo album senza i due Pavement, e` innanzitutto lavoro di gruppo, e non piu` il progetto personale di David Berman con collaboratori di lusso. Il quintetto ha la statura del gruppo di Richard Hell o persino dei Television piu` sommessi. La qualita` trascendente delle malinconiche ballad di Berman ha cosi` modo di emergere appieno. E pertanto quella cadenza dinoccolata e distaccata alla Reed finisce per suonare molto simile a quella dei Luna. Berman ha dalla sua la capacita` di inventare continue variazioni su quello stile: How To Rent A Room lo fonde al Dylan piu` sconsolato ("Life should mean a lot less than this"), Black And Brown Blues a Neil Young e al country di Nashville, Dallas al jingle-jangle dei Byrds, Albemarle Station alle atmosfere desolate di Chris Isaak, Il pathos lambisce i livelli di Leonard Cohen quando in Pet Politics il canto di Berman si libra solenne sulle note accorate di un pianoforte o nel valzer funereo di Ballad Of Reverend War Character si abbassa in un requiem sottovoce.

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Berman's dark vision is, at best, obscured by a galvanized Malkmus, who returns to play on American Water (Drag City, 1998). Malkmus' harmonically restless songs sound like outtakes from Pavement's records while Berman's compositions need a low-key, peaceful, pastoral, requiem-like setting. Malkmus' ebullient music evokes college kids smoking in a pub, whereas Berman's music is an ode to the vast, desolate spaces of rural America and the small-town characters that inhabit them. It is not a coincidence that the album peaks with the tuneful country parables of Honk If You're Lonely and The Wild Kindness, that deliver everyday stories with convincing earnestness.

Berman goes country on Bright Flight (Drag City, 2001), an album that relies too much on his lyrics and his mediocre voice (no Stephen Malkmus this time around). With the exception of the effervescent Transylvania Blues, the rocking Let's Not and Say We Did and the angular Time Will Break the World, the album's songs are slow, wistful, plaintive ballads (Slow Education, Room Games and Diamond Rain, Tennessee), only one of which (I Remember Me) truly captivates. A disappointment.

The robust, rocking and elegant Tanglewood Numbers (Drag City, 2005) is a vast improvement over its solipsistic predecessor, and perhaps the third indispensable album of David Berman's career. His collaborators (that again include Stephen Malkmus) cohere like a real band, and his compositions strike a good balance of personal and universal. Abandoning the alt-country cliches, Berman pens soulful power-pop tunes, upbeat tempos and slick arrangements (Punks In The Beerlight, Animal Shapes, The Poor The Fair and The Good). Not coincidentally, this one album in which Berman's lyrics and his vocals are irrelevant and do not interfere too much with the music. Berman has not completely exorcised his other verbose, rural and old-hippie self (and Cassie Berman is probably not the best vocalist he could pick for dueting), but recovery is under way.

(Translation by/ Tradotto da Emanuele Smargiassi)

La visione oscura di Berman è alleviata da un galvanizzato Malkmus che fa il suo ritorno su American Water (Drag City, 1998). I brani di Malkmus, armonicamente movimentati, sembrano scarti delle sessioni dei Pavement, mentre le composizioni di Berman richiedono una predisposizione tenebrosa e placida, pastorale e compassionevole. Malkmus, esuberante, evoca atmosfere da ragazzi che fumano in un pub, Berman con la sua musica celebra la vastità e la desolazione dell'America rurale e i rustici personaggi che la popolano. Non è un caso che l'album in questione raggiunga il suo apice con le melodiche parabole campestri di Honk If You're Lonely e The Wild Kindness, che mostrano storie quotidiane con convincente sincerità.

Berman vira verso il country in Bright Flight (Drag City, 2001), un lavoro che confida troppo sui suoi testi e sulla sua voce mediocre (questa volta senza Stephen Malkmus). Con l'eccezione dell'effervescente Transylvania Blues, l'agitata Let's Not and Say We Did e l'obliqua Time Will Break the World, le canzoni dell'album sono ballate calme, meditative, lamentose (Slow Education, Room Games and Diamond Rain, Tennessee), di cui solo una (I Remember Me) veramente appassionante. Una delusione.

Il robusto ed elegante rock di Tanglewood Numbers (Drag City, 2005) è un grosso passo in avanti rispetto al suo egocentrico predecessore, e forse il terzo album indispensabile della carriera di David Berman. Con i suoi collaboratori (che includono ancora una volta Stephen Malkmus) si raggiunge la coesione di una vera band, e le sue composizioni colgono un buon compromesso tra personale ed universale. Abbandonando i cliché dell'alt-country, Berman scrive accorati brani stile power-pop dagli arrangiamenti sostenuti e levigati (Punks In The Beerlight, Animal Shapes, The Poor The Fair and The Good). Non a caso in questo lavoro i testi e la voce di Berman non interferiscono con la musica passando in secondo piano. Berman non ha ancora esorcizzato il suo lato più verboso, rurale, anticonformista (e Cassie Berman non è certo la miglior voce con la quale duettare), ma la via del recupero è stata intrapresa.

By comparison with its predecessor, the material on Lookout Mountain Lookout Sea (Drag City, 2008) is inferior, with too much filler stuffed in between the haunting What Is Not But Could Be If and the laid-back We Could Be Looking for the Same Thing. When the music is so bland, one listens to the lyrics. That, alas, is rarely the forte of singer-songwriters, no matter what they think of themselves. And Berman is no exception to the rule.

Early Times (Drag City, 2012) collects Dime Map Of The Reef 7 and The Arizona Record.

(Translation by/ Tradotto da xxx)

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