Sugarsmack
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Top Loader (1993), 8/10
Spanish Riffs (1995), 5.5/10
Tank Top City (1998), 5/10
Snagglepuss: The Country Club Sessions (2001), 6.5/10
Snagglepuss: Parading About In The Altogether (2003), 6/10
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Sugarsmack were the vehicle for Fetchin Bones' vocalist Hope Nicholls, one of the most extraordinary voices of her generation. Top Loader (1993), assembled with help from Pigface's Martin Atkins, came through as a catalog of terrifying neuroses, mising industrial music, rap, heavy-metal, blues, acid-rock, and conveyed in her visceral, guttural, demonic style that fused Patti Smith's hysteria and Lydia Lunch's depravation.
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Hope Nicholls si era imposta con i Fetchin Bones fra le massime cantanti rock di tutti i tempi. Per le sue doti canore venne reclutata anche da Martin Atkins nei Pigface.

Sotto l'egida dello stesso Atkins, Nicholls mette insieme una formazione per esaltare il suo canto, un po' come fece Janis Joplin con i Big Brother. Gli Sugarsmack (il bassista Aaron Pitkin, il batterista John Adamian, la percussionista Deanna Gonzalez e il chitarrista Chris Chandek) esordiscono con l'EP Zsa Zsa (3AM). La title-track è una festosa fanfara intrisa di stilemi funky, hip-hop ed heavymetal. La sua voce ha modo di sbizzarrirsi come una bambina in un parco di divertimenti.

Quel brano, sorprendentemente lontano dal sound domestico e rurale dei Fetchin Bones, non fa che anticipare il rap spettacolare di Top Loader (Invisible, 1993), un'opera complessa e violenta, che mescola lo sperimentalismo più acceso di marca "industriale" con una cantabilità nevrotica. Lo zoccolo duro del disco è rappresentato dal boogie "industriale" di Hey Buddy Boy e Bring On The U.F.O.s, brani sfigurati da rumori alieni, con le distorsioni e i singhiozzi supersonici delle chitarre in primo piano a duettare con il blaterare petulante della cantante. La vera indole di Nicholls è quella più demoniaca, un'esasperazione della verve prorompente di Patti Smith, che viene alla luce quando Nicholls cavalca come una strega le folate di violenza alla Ministry di Pissed Off.
È una prassi che si sublima in My Monster, con Nicholls nei panni della ragazzina perfida/annoiata/sguaiata e le chitarre che battono un tempo velocissimo e un clima burrascoso di eventi sonori marginali. Le ambizioni intellettuali trasformano questo programma barbaro ed eversivo nella geniale Pokey: da un lato il brano è una danza rituale un po' robotica con una voce maschile e un coro femminile che riecheggiano i Talking Heads di Psycho Killer, dall'altro s'innestano all'improvviso un riff ciclopico e martellante e la cantante nel suo registro da tigre.
All'altro estremo il complesso si permette un paio di lunghe parentesi psichedeliche, ovvero Seven Seas, una sorta di messa psichedelica (con tanto di accordi "liturgici" d'organo) sovrapposta a una piece d'avanguardia (con tanto di disturbo radiofonico alla John Cage), e Baby Snake Eyes, con una declamazione da thriller su sfondo ancor più disorganico.
Infine Nicholls ingaggia una serie spettacolare di rap "creativi", accompagnati da fraseggi arabici (Boomerang), tribalismi house-equatoriali (Freak), metronomie industriali (B.L.A.S.T.) e crescendo bluesrock (Swindle).
Entusiasmante, compatto, innovativo, questo disco annovera due/tre brani da antologia, entra nel repertorio della migliore musica industriale dell'anno, costituisce una significativa novità nell'ambito del canto femminile, ed è uno dei migliori dischi di "rap" (fra tante virgolette) di sempre.
Lo stile canoro di Nicholls è diventato una metamorfosi mozzafiato di personalità, di travestimenti, di registri, un incrocio fra la Madonna più petulante, la Patti Smith più isterica, la Lydia Lunch più depravata, la Joan Jett più arrabbiata, una nasale cantante country e una ruggente cantante nera. Il suo registro è un concentrato di registri eterogenei fusi in uno stile altamente emotivo. Gli altri Sugarsmack non sfigurano, grazie alla loro capacità di far coagulare jam disordinate in blocchi di roccia, in piattaforme ideali di lancio per cotanta cantante.
Nicholls, che nella sua carriera non ha mai sbagliato un disco, si è ricostruita una personalità artistica.
Le sue canzoni sono spettacolari tour de force vocali, e quanto più forte è la musica tanto più fantasiose sono le sue escursioni canore, secondo una regola che poche, grandi cantanti hanno saputo far loro. Nicholls, l'unica cantante in circolazione il cui ruggito possa far concorrenza alle distorsioni delle chitarre e alle tempeste delle rhythm-box, sta probabilmente definendo il ruolo del canto nell'era della musica industriale.

Il mini-album Spanish Riffs (Yesha, 1995) è invece una prova deludente. Tanto lo stile torturato del chitarrista Chris Chandek quanto la voce sgolata di Nicholls non sono al massimo della forma. Acorn, la canzone di punta, sembra dei Public Image. Soltanto in Creme Horn il gruppo carica a velocità boogie e la tigre lancia qualcuno dei suoi ruggiti, ma anche quella canzone è troppo concettuale, con Nicholls che cincischia al sassofono. La cantante è davvero esagitata in Fishnet, ma questa volta è il gruppo che sonnecchia. Stuff, un blues per bambina capricciosa, mette in luce il lato più psicopatico della cantante, allieva di Lydia Lunch, non di Janis Joplin.

Tank Top City (Sire, 1998) è uno strano concept: ogni brano è dedicato a un presidente degli USA. I Sugarsmack sono purtroppo sempre più un gruppo di musica rock e sempre meno un gruppo sperimentale di hip hop industriale. Tanto la chitarra quanto il canto sono sempre meno feroci. Il gruppo è forse alla ricerca del successo di classifica, ma finisce per perdere la propria personalità. Le canzoni migliori sono quelle in cui imitano qualcun altro: la Brown Sugar dei Rolling Stones in Josephine, i Blue Cheer in Rush. Un tempo i Sugarsmack avrebbero fatto sfaceli di canzoni-rap come Venus.

Hope Nicholls resurfaced as the frontwoman for Snagglepuss, a seven-piece unit including Michael "Almond Joy" Anderson (reeds), Amy Kennemore (guitar), Darrin Grey on bass, John "Tyre Fyre" Morris (keyboards) and her husband Aaron Pitkin (drums). The Country Club Sessions (2001) is an eclectic collection that displays both the instrumental skills and the stylistic imagination of the band. Nicholls' role ranges from mere spectator (during most of the funk-jazz jam New Beat, led by keyboards and sax) to what she does best, the delirious blues/soul cannibal of Buttonhole (climbing those gooseflesh-provoking sharp notes like each of them was her last gasp).
Emotional excursions are no less unpredictable than the stylistic ones. The combo indulges in the blissful disco novelty of La Prez, reminiscent of B52's-style dance-pop, but the neurotic The Plan conjures visions of Lydia Lunch fronting the Contortions, and Nicholls' incendiary performance sabotages the jumping rhythm that hits the dancefloor in Green Telephone.
This time the band is totally up to the task, worth an album regardless of the vocalist. Other notable numbers include the reeds fanfare over relentless rhythm of Klaatu and the grotesque minimalist patterns of The Now Explosion.

Scott Weaver joined Snagglepuss on vocals and trumpet for Parading About In The Altogether (Coolidge, 2003), another furious party album. From the very first songs (Ingredient, 9-D) to the last one (The One) a stronger melodic emphasis is sustained by the same rhythmic assault. Except for the last two tracks, there is no dull moment, as the band sticks to an inexhaustible reservoir of teenage verve (I Gotta Know, WT Anthem, the Fleshtones-ian instrumental Charge Of The Vivian Girls) which is more reminiscent of Sixties' party music than of the punk era. Moments of grandeur include the epic riff of NYLA, and the solemn chorus of Mr Brown. Only the lengthy title-track feels out of context. Nicholls is unusually quiet on this album, but the metamorphosis from demonic to naive proves perversely captivating.

(Translation by/Tradotto da Davide Carrozza)

Hope Nicholls riemerse come cantante degli Snagglepuss, un settetto con il marito Aaron Pitkin alla batteria, Michael "Almond Joy" Anderson ai fiati, Amy Kennemore alla chitarra, Darrin Grey al basso e John "Tyre Fyre" Morris alle tastiere. The Country Club Sessions (2001) è una raccolta eclettica che mostra le capacità strumentali e l'immaginazione stilistica della band. Il ruolo della Nicholls va da mera spettatrice (per la maggior parte della jam funk-jazz New Beat, trascinata da tastiere e sassofono) a ciò che le riesce meglio, nel delirio cannibale blues/soul di Buttonhole (arrampicarsi su quelle note taglienti da pelle d'oca come fossero i suoi ultimi respiri).
Le escursioni emotive sono imprevedibili quanto quelle stilistiche. La band indulge nella beata novelty disco di La Prez, che rievoca il dance-pop dei B52's, ma la nevrotica The Plan riprende visioni di Lydia Lunch che canta nei Contortions, e l'incendiaria performance della Nicholls sabota il ritmo saltellante che invade la pista in Green Telephone.
Stavolta, la band fa il suo dovere per tutto l'album, a prescindere dalla cantante. Degne di nota la fanfara di fiati su ritmo implacabile di Klaatu e le grottesche trame minimaliste di The Now Explosion.

Gli Snagglepuss assunsero Scott Weaver alla voce e alla tromba per Parading About In The Altogether (Coolidge, 2003), un altro album per feste selvagge. Dall'inizio (Ingredient, 9-D) alla fine (The One), una maggiore enfasi sulla melodia è sostenuta dallo stesso assalto ritmico. Tranne che nelle ultime due tracce, non ci si annoia mai, giacchè la band pesca da una riserva inesauribile di verve adolescenziale (I Gotta Know, WT Anthem, lo strumentale à la Fleshtones Charge Of The Vivian Girls) che ricorda più le feste degli anni '60 che l'era del punk. Tra i momenti di splendore, il riff epico di NYLA e il coro solenne di Mr Brown. Solo la lunga title-track sembra fuori contesto. Stranamente, la Nicholls è calma, ma la metamorfosi da demone a bambina è perversa e accattivante.

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