Vocokesh
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F/I: Space Mantra (1988), 7/10
F/I Paradise Out Here (1989), 6.5/10
Ispepaibara, 6/10
Smile And Point At The Mountain, 7.5/10
Paradise Revisited, 7/10
Franecki: Welcome To The Electric Circus , 6/10
The Tenth Corner (2004), 6.5/10
Through the Smoke (2005), 6/10
F/I: Blanga (2006) , 5/10
Vocokesh: All This and Hieronymus Bosch (2007), 6/10
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In Wisconsin, lysergic visionary Richard Franecki dealt a fatal blow to the song format with the cassettes and records of his project F/I. His best Hawkwind and Chrome impersonation was on Space Mantra (1988). He then formed Vocokesh (1) and proceeded to apply analog electronics to raga-rock, interstellar Pink Floyd and Grateful Dead's acid-rock, particularly on the enigmatic and imposing Smile And Point At The Mountain (1995) and on the more ethnic Paradise Revisited (1998).
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Richard Franecki, laureato in Arte, viene dall'isolato Wisconsin e inizio`, come tanti teenager della zona, suonando in complessini hardcore alla Die Kreuzen. Le sue passioni erano pero` il rock psichedelico (Pink Floyd e Hawkwind) e il rock cosmico dei tedeschi. Nel 1983 formo` pertanto i F/I, un trio con gli amici Greg Kurczewski e Brian Wensing, tutti e tre alternati a chitarra e tastiere. Attorno a loro ruotarono altri musicisti in maniera un po' casuale, finche' nel 1986 la formazione si stabilizzo` con l'ingresso di un percussinista. A quel punto il gruppo divenne un complesso rock piu` tradizionale e si focalizzo` sulle canzoni invece che sulle suite improvvisate. I loro brani erano lunghe jam improvvisate nel segno degli Hawkwind, protese in trance mistiche e solcate da rumori "industriali".

Le innumerevoli cassette (piu' di venti), antologizzate su The Past Darkly The Future Lightly (Lexicon Devil, 2003), e gli album Why Not Now (RRRecords, 1987), Space Mantra (RRRecords, 1988 - Lexicon Devil, 2000), Blue Star (RRRecords, 1989), which contains three lengthy hypnotic jams, Paradise Out Here (Human Wrechords, 1989 - Lexicon Devil, 2006), perhaps the most visceral of the series, antologizzati su Out Of Space And Out Of Time (RRRecords), erano tanto ambiziosi quanto auto-indulgenti.

Space Mantra (RRRecords, 1988 - Lexicon Devil, 2000), perhaps the best of F/I's releases, contains a number of humble masterpieces: the terrifying, distorted, voodoobilly a` la Chrome of Trauma At The Beach, the bluesy heavy-metal sludge of Looking For My Head, the epic, ten-minute, Velvet-Underground soundalike Just To Get Us Off, the pounding raga of Space Mantra, and the panzer distortion of This Is The Key. Plus a couple of galactic guitar trips. F/I's no-nonsense psychedelia pushed the envelop of the genre in all directions.

A Question For the Somnambulist

Franecki si stanco` presto del mondo del rock e nel 1990 cedette il posto di comando a John Frankovic dei Plasticland. In breve gli F/I divennero il gruppo di Brian Wensing.

Franecki registro` alcuni dischi da solo e poi diede vita al progetto Vocokesh, con gli amici Jan Schober e John Helwig, che nell'album Ispepaibara (RRRecords, 1991) e nell'EP Still Standing In The Same Garden (Drag City, 1992) esplorano territori piu` sperimentali, simili alle primissime cose degli F/i.

Smile And Point At The Mountain (Drag City, 1995) comprende otto brani senza titolo che fungono da riepilogo della carriera di Franecki e delle sue fonti d'ispirazione, dal raga-rock alla musica cosmica, dai primi Pink Floyd all'acid-rock. Il suo marchio di fabbrica rimane l'elettronica analogica, usata come decorazione al tempo stesso primitivista e futurista. Al tempo stesso i timbri degli strumenti tradizionali sono mimetizzati da un'accurata opera di trasfigurazione. 1 si apre con una tumultuosa percussivita` che ricorda i Pink Floyd di Ummagumma. L'ouverture sinfonica di 2, tutta contrasti e dissonanze, straripante di grezze e violente masse sonore, e` un pezzo di assoluta avanguardia. 6 e` un poema elettronico degno di Edgar Varese.
Anche i brani che si riallacciano alla tradizione rock, quelli condotti sulla falsariga della jam improvvisata per trio di chitarra, basso e batteria, sono resi unici da una dialettica insolita: 3 (18 minuti) combina i viaggi astrali dei Grateful Dead di Dark Star e la carica animalesca degli Amon Duul II; il raga di 5 (16 minuti) e` un tripudio di accordi trascendenti di sitar, d'organo e di percussioni in una tempesta marziale della sezione ritmica (con una lunga coda di rumori cosmici).
Disco tanto enigmatico quanto imponente, lontano anni luce da cio` che si chiama comunemente rock psichedelico, Smile e` saturo di segni sonori, e marchia il culmine e la fine della "giovinezza" di Franecki.

Brian Wensing e Grant Ritcher hanno intanto riformato gli F/I e pubblicato lo splendido singolo From Poppy With Love/ Five Crowns of the Saxon King (RRR, 1996) e l'album Helioscopium (Ceres, 1997).

Dopo uno split album con gli ST37, esce l'opera piu` matura dei Vocokesh: Paradise Revisited (Drag City, 1998). L'album si apre con Paradise Revisited (dodici minuti), che muta lentamente da un torpido serpente di droni d'organo in una travolgente danza di chitarra. Come spesso accade con le loro jam, tanto la fase di stasi iniziale quanto l'infuocato crescendo finale devono molto alla musica religiosa dell'Asia (Araba, Persiana, Indiana). Franecki, pur conservando un approccio mistico/psichedelico, sembra sempre piu` interessato a sperimentare con le qualita` del suono elettronico. Le sue composizioni tendono pertanto a salvaguardare entrambi gli aspetti: prima uno studio d'avanguardia, impostato sulle tastiere, e poi una progressione armonica che sviluppa poco a poco la struttura ritmica. Ad essere assente e` la melodia, e in tal senso la sua musica e` piu` raga che occidentale. Dusk In The Garden Of Vocokesh prende l'avvio con un caos di tintinni e clangori su uno sfondo di onde galattiche, ma si spegne su un tenue strimpellio di chitarra degno del folk giapponese.
Fa a meno dei preamboli elettronici il crescendo di The Circle Is The Square, ancor piu` solenne.
All'altro estremo, invece, si situano i brani piu` ambiziosi del disco, che sono puramente sperimentali, e in tal senso riprendono la lezione degli F/i (con maggior confidenza negli strumenti elettronici). One Brief Glimpse At The Face Of Oblivion (diciassette minuti) e` sinfonia cosmica che si ispira (piuttosto fedelmente) a Irrlicht di Klaus Schulze nell'affrescare paesaggi fantastici in maniera tragica, salvo poi deformare il miraggio con un mare di dissonanze (e sciupare tutto con tre minuti di schitarrate fuori luogo). Quest (dodici minuti) dipinge lande ancor piu` desolate attraverso quello che e` di fatto un piccolo concerto per dissonanze elettroniche. Il suo problema sono i finali: per un qualche complesso psicologico, Franecki si sente sempre in dovere di concludere il brano con qualche minuto di improvvisazione rock.

Franecki e` anche titolare dell'album solista Welcome To The Electric Circus (Insignificant, 1996), comprendente la suite di ventun minuti The Sixth Crown.

Questo piccolo genio del rock psichedelico, che ha esercitato in assoluto isolamento, non ha fatto altro che ripetere all'infinito la A Saucerful Of Secrets dei Pink Floyd. Un crescendo psichedelico dopo l'altro, ha eretto una monumentale opera di rock rigorosamente strumentale.

After a five-year hiatus, Richard Franecki (accompanied by the rhythm section of John Helwig and Jan Schober) resurrected Vocokesh for The Tenth Corner (Strange Attractors, 2004), the fourth album under that moniker. Its brief introduction, The Tenth Corner, highlights the essence of Franecki's new phase: space synthesizers and Eastern guitar harmonize like a duet between Klaus Schulze and Robbie Basho. The nine-minute Eddie's Hallucination is a longer implementation of that concept: a free improvisation for guitar and sitar that sounds more like free jazz than acid-rock. The 15-minute Love Theme From El Topo is more typical of Franecki's free-form improvisation, except that the convergence of whirling Mahavishnu Orchestra, bluesy guitar and white noise sounds unusually pensive. Another 15-minute track, The Holy Mountain, turns the spiritual/meditational undercurrent upside down, populating the soundscape with odd machine noises, disconnected guitar passages and wild drumming. The 13-minute Vibe #4, yet another variation on the concept of Pink Floyd's Set The Controls For The Heart of the Sun, bridges chaos and order with a series of geometric guitar wails organized in a pounding ceremony of Eastern melodic patterns. Truth be told, Franecki is more successful in the two shortest pieces, which end up being also the most psychedelic and disorienting: the dissonant organ-driven nightmare of Desert Song, and the suspenseful distorted vignette of Special Glasses for Remote Viewing.

Through the Smoke (Strange Attractors, 2005) boasts Vocokesh Theme Song, a shower of guitar distortions over Neu-like robotic beat, and the post-Hendrixian orgy of guitar distortions of New Cropcircle Boogie. The 15-minute electronic poem Through The Smoke is an intriguing venture into a different format, and the soaring 16-minute raga Sunday Afternoon (with a chaotic seven-minute intermezzo) expands on the ideas and the format of The Holy Mountain. Where it fails to muster enough ideas to justify recycling the old ones (Vibe #6 merely continues the saga of Vibe #4, 12 Monkeys and Nothing Implied meander clumsily and aimlessly), the album adds a new perspective on improvisation that borders the jazz and chamber avantgarde.

F/I's Blanga (Lexicon Devil, 2006) sounded a bit outdated, its blend of distorted guitars, synthesizer burbles and gargantuan rhythms being merely a summary of 40 years of acid rock, notably in the eleven-minute In the Garden of Blanga.

All This and Hieronymus Bosch (Strange Attractors, 2007) was one of Vocokesh's most inspired trips, and, perhaps not coincidentally, one of the least electronic items in their catalog. It starts out with a relatively predictable post-Hendrixian fantasy, Eddie Makes the Scene, but it soon takes off into another dimension with the dissonant sitar-based jam of Gazing at the Dust. Then the euphoric dance of the guitars begins: Once More Near the Beginning is an epic surf-guitar ride that harks back to the heydays of instrumental atmospheric rock music (Ventures, Santo & Johnny, Duane Eddy via the Raybeats and Eric Johnson) but retains the spiritual, looping Eastern quality. That hymn in disguise gets shot into orbit by the intricate cascading solos of Truth Regarding Sunspots and by the relentless John's Fuzz Theme, both straddling the border between ambient and shoegazing music.
Unfortunately, the progression ends there. It is like a second album starts with the next track. The sound of the sitar permeates the eight-minute bluesy agony of Eddie's Freakout, and the guitars howl to the moon in the nine-minute free-form odyssey All This & Hieronymus Bosch. Both lengthy pieces have a much slower pace and a much less coherent structure.
Eddie Makes an Exit ends the proceedings with a reminder of what the first tracks promised and the last tracks did not quite deliver.

While its semiotics is psychdelic, it would be insulting to categorize this music as merely "psychedelic". Its roots and its metaphysics extend way beyond the childish visions of that genre. Richard Franecki's and John Helwig's guitars roam an infinite territory and wind their way down into the more mysterious recesses of the human psyche.

(Translation by/ Tradotto da xxx)

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