Afterhours and A Short Apnea
(Copyright © 2002 Alessio Gambaro | Legal restrictions - Termini d'uso )
All The Good Children Go to Hell (1988), 5.5/10 (mini)
During Christine's Sleep (1990), 5/10
Cocaine Head (1991), 4.5/10 (mini)
Pop Kills Your Soul (1993), 4/10
Germi (1995), 6/10
Hai Paura del Buio? (1997), 6.5/10
Non E` Per Sempre (1999), 4.5/10
Quello Che Non C'e' (2002), 5/10
A Short Apnea: Illu Ogod Ellat Rhagedia (2000), 6.5/10
I Milanesi Ammazzano il Sabato (2008), 6.5/10
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Afterhours are an Italian band that helped shape the national scene of the 1990s. They debuted as a rather traditional rock'n'roll outfit with the the effervescent mini-album All The Good Children Go to Hell (1988), the mediocre album During Christine's Sleep (1990), the transitional mini-album Cocaine Head (1991), and the even less exciting album Pop Kills Your Soul (1993). They redeemed themselves with the elegant noise-rock of Germi (1995), and went on to coin a unique compromise between Tuxedomoon's new wave and Black Flag's hardcore, particularly with the tour de force of Hai Paura del Buio? (1997), characterized by an eclectic fusion of hardcore, grunge, folk and pop. They lost a bit of verve with Non E` Per Sempre (1999), and Quello Che Non C'e' (2002) closed the circle by returning to a more accessible format, and Ballate Per Piccole Iene (Mescal, 2005) reignited the punk bonfire of their first album.

A Short Apnea (former Afterhours' guitarist Xabier Iriondo, guitarist Paolo Cantu` and vocalist Fabio Magistrali) blurred the borders between post-rock, free-jazz and electronic avantgarde in the three jams of their second album, Illu Ogod Ellat Rhagedia (2000). The dark atmosphere of that album was continued by Xabier Iriondo and Paolo Cantu` in their following project, Uncode Duello (2005).

Afterhours' I Milanesi Ammazzano il Sabato (2008) was their wildest and most dissonant album.

(Translation by/ Tradotto da Giuseppe Schiavoni)

Il gruppo italiano A Short Apnea (composta dall’ex chitarrista degli Afterhours Xabier Iriondo, dal chitarrista Paolo Cantu` e dal cantante Fabio Magistrali), nelle tre jam del loro secondo album, Illu Ogod Ellat Rhagedia (2000), si muove tra post-rock, free-jazz e avanguardia elettronica. L’atmosfera oscura di quel disco continua anche nel successivo progetto di Xabier Iriondo e Paolo Cantu`, Uncode Duello (2005).


(Scheda di Alessio Gambaro)

Gruppo di punta della scena underground ’90 in Italia dopo lo scioglimento dei C.S.I., gli Afterhours rappresentano una delle realta’ musicali più importanti del rock italiano di fine millennio. Il loro sound eversivo e camaleontico ha contribuito, assieme a quello di pochi altri gruppi eletti, a lustrare la dignita’ di una nazione ricca di bravi imitatori e poverissima di innovatori. Che gli Afterhours abbiano concretamente aggiunto qualcosa alla storia della musica più recente o meno, i loro album rimangono comunque piccoli capolavori che rifuggono qualsiasi compromesso e, a poco a poco, riescono nella difficile impresa di allontanare una consistente fetta di pubblico dal mainstream verso proposte artistiche ben più ostiche e interessanti (per quanto, nella loro multiforme produzione, non manchino pezzi a tutti gli effetti etichettabili come "pop"). A coronamento e a supporto della loro brillante attivita’ in studio, il carismatico leader Manuel Agnelli ha avviato da tempo un’opera di riscoperta dell’identita’ musicale italiana, culminata nel 2001 con la creazione del "Tora Tora Festival" che, sulla scia di Perry Farrell e del suo "Loollapalooza", riunisce ogni anno una pregiata delegazione di band italiane del circuito alternativo in kermesse itineranti che non hanno precedenti nella storia musicale della nazione.

Formatosi nell’interland milanese, l’ensemble originario era composto dal chitarrista Xabier Iriondo, dal batterista Giorgio Prette, dal bassista Alex Zerilli e dal frontman del gruppo, il gia’ citato Manuel Agnelli, musicofilo colto e di grande personalita’, cantante e autore della maggior parte dei pezzi. La carriera dei quattro inizia sotto il segno di un alternative rock sporco e morboso interamente cantato in inglese. Tra le influenze principali Gun Club, Wall of Voodoo, X, Cramps. Nel 1987 viene inciso un singolo di due tracce, "My bit boy" (Toast, 1987). L’anno dopo e’ la volta di un primo strepitoso mini Lp, "All the good children go to hell" (Toast, 1988), che la rivista italiana "Il mucchio selvaggio" include fra i 10 migliori album italiani degli anni’80). Due anni dopo "During Christine’s sleep" (Vox Pop, 1990), esordio vero e proprio, mantiene le promesse: un’altra rivista di grido, questa volta americana ("Alternative Press") lo segnala disco del mese, e vale agli Afterhours una convocazione al New Music Seminar di New York come rappresentanti italiani e un invito al Berlin Independence days. Diverse major a stelle e strisce, tra cui la Geffen, cominciano ad avanzare interessanti proposte e, nel 1991, il nuovo mini Lp "Cocaine head" (Vox Pop, 1991) e’ nuovamente baciato dagli elogi di Alternative Press. Nel giro di due anni, tuttavia, il gruppo ha occasione di incidere due cover di brani classici della tradizione cantautorale italiana: "La canzone popolare" di Ivano Fossati (1993) e, soprattutto, "Mio fratello e’ figlio unico" (1992), riconfezionata in un’interessante versione che destruttura il testo originale di Rino Gaetano smembrandolo e riassemblandolo secondo lo stile del "cut-up" burroughsiano. La cover verra’ poi inclusa nella track-list di "Germi". Queste fortunate esperienze convincono i membri della band che e’ ora di una svolta. C’e’ posto ancora per un album in lingua straniera, "Pop kills your soul" (Vox Pop, 1993), poi le forze si concentrano verso un nuovo modo di scrivere, di cantare e, progressivamente, anche di fare musica.

"Germi" (Vox Pop, 1995), primo capitolo in lingua italiana, e’ una summa acerba e irresistibile di quanto il complesso aveva messo a punto fino a quel momento. I brani dei lavori precedenti vengono ora tradotti e riarrangiati, ora presi ad ispirazione per nuovi traguardi più ambiziosi. Subito celebrato da più fonti autorevoli come una delle maggiori opere rock made in Italy del decennio (e apprezzato da artisti stranieri quali Twiggy Ramirez, Greg Dulli e l’ex Nirvana Dave Grohl) l’album e’ l’ibrida creatura di un post-grunge corroso di lascivia noise e un post-punk luciferino e calunniatore. Gli intenti sono tutt’altro che impliciti: "Nadir", strumentale d’apertura, e’ una breve discesa agli inferi lungo una spirale reznoriana di distorsioni che, dopo una partenza barcollante e cavernosa, accelera e si assottiglia fino a strozzarsi nel singulto finale. Ma e’ solo un attimo di respiro prima di essere catalputati nel vivo del discorso: la title-track e’ un diabolico inno punk profondamente influenzato dalla decadenza visionaria di Burroughs, tanto nelle immagini repellenti e spesso difficili quanto nel cut-up stilistico su cui vengono costruiti i testi dell’album. Se "Germi" sfoggia in un batter di ciglia l’anima più aggressiva degli After, "Plastilina" ne presenta invece il lato oscuro e licenzioso, esasperando le cadenze litaniche delle strofe nel rimbombare ritmico del ritornello tipico del grunge più intransigente, e introducendo quel messaggio di anarchismo sessuale che caratterizzera’ tante altre canzoni, a cominciare da "Strategie" e "Dentro Marilyn" presenti nello stesso disco: "Nuova pelle sopra il letto / Pulita come ghiaccio / Ti sdrai e il tuo corpo langue / Ansioso di offrire il suo sangue"; il finale e’ una macabra danza vorticosa che si spegne un po’ alla maniera di "Nadir". Ma e’ soprattutto con "Siete proprio dei pulcini" e "Giovane coglione" che la band si insinua nell’immaginario di una generazione, la stessa che Manuel attacca con ironia spietatamente violenta: "Vi guardo con l’occhio del pitone / Cosi’ vivi, caldi e il resto / Bisogna sceglier bene ma bisogna sceglier presto / Dite che vi va di creare / Siete proprio dei pulcini che a me va di mangiare"; questo l’estratto più significativo di una session infuocata, dove il cantante si fa mefistofelico presentatore di uno spettacolo da circo in cui esporre al ludibrio pubblico le proprie giovani vittime (laddove "Giovane coglione", registrata a bassissima fedelta’, e’ il lamento di un cerebroleso teen-ager italiano che decanta una sbilenca dichiarazione d’intenti). "Vieni dentro", sorta di astratto amplesso con un "sole bastardo" che marcisce su chi lo invoca, condivide con i brani descritti la stessa carica di irriverenza e brutalita’. Ma proprio nel momento in cui l’impronta fortemente caratteristica di questo esordio rischia di circoscrivere la proposta, gli Afterhours sfoderano un eclettismo che li portera’ a inseguire soluzioni sempre nuove e, in breve, ad avere un discreto successo: intervengono quindi, ad arricchire il discorso, episodi di rock più classico contaminati felicemente dal "marciume" sperimentale che domina i pezzi descritti ("Posso avere il tuo deserto", il blues selvaggio di "Ossigeno" e la bellissima cavalcata a briglia sciolta di "Strategie"), strumentali interlocutori ma sicuramente interessanti ("Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo", "Porno quando non sei intorno") e, soprattutto, due pietre miliari nella produzione di Agnelli e compagni come "Pop" e "Dentro Marylin". Nella prima, la caricatura di una banale melodia radiofonica trascina un’acerrima invettiva contro la mediocrita’ della cultura popolare postmoderna, con risultato travolgente: "E’ facile andare senza guardarci in faccia / Che al 90% anche noi siam fatti d’acqua / Mi ricordo la rabbia che hai disintegrato / E ancora non so se ti e’ piaciuto"; la seconda, presto onorata dal prestigioso omaggio di Mina (la cui splendida versione, "Tre volte dentro me", capovolge il punto di vista del testo rileggendolo dalla prospettiva del personaggio di "lei" invece che da quella di "lui"), si inserisce invece di diritto fra i pezzi di maggior spessore nella storia recente della musica tricolore, con una melodia imbattibile immersa in apnea nell’atmosfera rarefatta di un amore che e’ puro "spettacolo carnale".

Devastante, scomodo, bizzarro e spesso cattivo, "Germi" diverra’ presto un’autentica rivelazione per molti connazionali pronti a rompere con la tradizione alla ricerca (non sempre pienamente riuscita, ma puntualmente produttiva) di un nuovo "rock" nazionale, al di la’ dei particolarismi locali sviluppatisi nel decennio predecente e in diversi casi gia’ tramontati.

Al termine del suo primo trionfo, il quartetto si fa trio con l’abbandono di Zerilli. Rimasti senza un bassista fisso, il nucleo fondamentale della formazione e’ ora ben delineato: di spalla ad Agnelli, performer di charme eccezionale e factotum all’occorrenza, un istrione da palcoscenico dotato di una geniale verve creativa (Iriondo) e una figura più ombrosa nascosta dietro la batteria, a dirigere sezioni ritmiche efficaci per ogni occorrenza (Prette). E’ anche il periodo in cui prendono forma le trovate sceniche che distingueranno per diversi anni le esibizioni dei musicisti, amanti di mascherate provocatorie e molto kitsch (fra cui quella, celebre, che vede i nostri nei panni di quattro spocchiose bambine).

"Hai paura del buio" (Mescal, 1997), atteso successore di "Germi", e’ un’autentica rivelazione. Armati di idee e di una incondizionata voglia di osare, gli Afterhours confezionano 19 tracce travolgenti siglando una delle massime opere musicali italiane del decennio. Se "Germi" rappresentava, due anni prima, un estroso e impulsivo trattato sulla moderna degenerazione, messo a fuoco con ironia quasi crudele e spesso vissuta dall’interno, il nuovo lavoro si rivela, a cominciare dalla sottile inquietudine che pervade l’omonimo intro (controaltare di "Nadir"), un viaggio allucinato nei meandri del turbamento, della paura e della maledizione di una realta’ ostile, lontana dalle proprie aspirazioni. L’eclettismo di "Germi", con le sue disparate influenze, i suoi abbozzi, le sue tentazioni, e’ qui portato alle estreme conseguenze: apparentemente meno hard del predecessore, "Hai paura del buio" e’ innanzitutto un disco di eccessi, un’orgia musicale in cui il pop più edulcorato copula con stralci di hardcore infuriato senza il minimo pudore. La linguistica dei testi, più matura e trasparente, sfoggia un italiano personale, lucido, ricco di immagini surreali e poetiche ma anche, all’occorrenza, estremamente crude e realistiche.

Il brano d’apertura e’ dedicato all’ "1.9.9.6.", "annus horribilis", e si risolve in una blasfema reazione al proprio malessere mescolata ad una satira feroce contro gli "architetti", orda di "finti alternativi che per sentirsi in pace con la loro coscienza votano estrema sinistra, frequentano centri sociali, pero’ le bastonate le fanno prendere agli altri e alla fine si rifugiano nei loro atellier, nei loro appartamenti da quattrocento metri quadrati" (Agnelli). Insomma "l’archetipo del milanese" di quegli anni, ma anche un lungimirante presagio sulla controcultura giovanile italiana di fine decennio. Il pezzo, sorta di sacra rappresentazione del sacrilego giocata su uno scandire meccanico e tetro di pochi accordi, e’ di fatto una memorabile annunciazione del leit-motiv di un album in cui non e’ mai chiaro se sia più dannato tutto cio’ contro cui si inveisce o gli stessi fautori dell’invettiva. Una sensazione di angoscia quindi, di perdizione, che tuttavia -fatta eccezione per il secondo strumentale della track list, "Terrorswing"- provvede subito a sdognarsi dalla mera auto-descrizione per prendere direzioni differenti. Prima fra tutte, la proiezione di tale malessere sul rapporto con l’altro sesso: in "Male di miele", presto acclamata quale "Smells like teen spirit" italiana e divenuto uno degli hit più amati, un classico andamento da grunge di Seattle percorso da brividi noise e’ lo scenario musicale di un rapporto amoroso all’insegna dell’ambiguita’ e dell’insicurezza, ben sintetizzato dallo splendido ossimoro del titolo che e’ anche urlo ossessivo del ritornello; "Elymania" contamina la stessa componente grunge di una sfumatura space rock, descrivendo l’estasi dell’amplesso con un senso di mistica carnalita’; "Veleno" e’ un sostenutissimo hard rock traboccante d’ira per una storia finita male, mentre "Dea" e "Lasciami leccare l’adrenalina", scariche di adrenalina quasi hardcore, si arrendono la prima alla pulsione individualista di non sacrificare la propria vita per quella di nessun altro, la seconda alle regioni più recondite della propria libido, rispolverando un tema gia’ caro a "Germi"; infine "Pelle", melodia quasi cantautorale sorretta da una solennita’ classicista, e’ uno dei momenti più soft, ma anche più disperati e più indimenticabili dell’opera. Altrove, la disperazione sfocia nella satira e nell’invettiva, presenza costante nella produzione del gruppo: la spettrale "Musicista contabile", sfruttando abilmente una una soluzione sonora fra le più ostiche dell’album, riflette la nevrosi dell’artista moderno che sacrifica la propria causa all’ambizione economica, allo stesso modo in cui "Questo pazzo pazzo mondo di tasse", dove "la sostanza si vendica sulla poesia", inscena le frustrazioni di un esteta metropolitano svilito dai pressanti condizionamenti materiali; "Senza finestra" e’ una nenia minimale rivolta ad un’anima "grassa e brutta", mentre "Sui giovani d’oggi ci scatarro su", altro classico dal titolo assai eloquente, riprende il tema dei falsi ideali giovanili con un punk rock semplice e salace. In questo desolato panorama di incomunicabilita’ e disgusto morale non mancano fantasie di riscatto, di sbocchi risolutivi, dal pop tendente al gospel di "Voglio una pelle splendida" alle suggestioni sinfoniche di "Come vorrei", dal delirante sabba catartico di "Punto G" all’insolito esperimento di "Simbiosi", che sovrappone alle maldicenze di un gruppo ignoto di persone, registrate in sottofondo, il soffio vitale di una fuga d’amore puramente fisica, immaginata su un lieve abbozzo di ballata acustica. Menzione a parte merita poi "Rapace", altra dimostrazione lampante della statura di Agnelli quale ammaliante cantore dei propri incantesimi sonori, ora maliziosi e carezzevoli, ora violenti e sguaiati. Oltre a vantare un nutrito numero di pezzi memorabili, "Hai paura del buio?" trova il suo massimo punto di forza nella coerenza delle armonie a dispetto della variegazione dei generi, nel senso di abbattimento e di decadenza che lo percorre dal primo all’ultimo secondo, nell’estetica di una ribellione che oppone ai propri mali esistenziali una conscia ostentazione di odio. Nessun altro disco italiano, nella storia della musica più recente, e’ riuscito a dipingere questo senso di oppressione con la stessa profondita’ e la stessa intrasigenza.

A due anni di distanza, "Non e’ per sempre" (Mescal, 1999) puo’ contare su una nuova maturita’. Assodati in pianta stabile Andrea Viti al basso e Dario Ciffo ai violini, gli Afterhours hanno notevolmente affinato le proprie capacita’ di composers e sedato, in buona parte, l’aggressivita’ dei primi due album. Se tutto cio’ da un lato comporta una maggiore consapevolezza strumentistica, arrangiamenti più cesellati e una produzione decisamente migliore, dall’altro sancisce la perdita di un qualcosa che non verra’ più recuperato, ovvero quell’immediatezza e quella freschezza -diremmo quasi quella magia- che avevano insignito i primi due lavori di una straordinaria coesione di atmosfere, armonie (e disarmonie), propositi. In tal senso, la componente concept di "Non e’ per sempre" e’ più debole rispetto a quella dei dischi precedenti. Poco male comunque, se questo significa scrivere pezzi come "Milano circonvallazione esterna", un felicissimo incontro tra il Bruce Springsteen di "State Trooper" e il synth punk dei Suicide, che apre il discorso nella maniera migliore. Musicalmente, l’album mostra una decisa propensione verso l’elettronica analogica (con alcune citazioni kraut rock) ed e’ presto vittima di un equivoco. Traviati dal singolo "Non e’ per sempre", gioiellino di pop sinfonico che assimila brillantemente la vena melodica di Bob Mould, parte dello zoccolo duro che aveva sostenuto la band fino a quel momento grida alla commercializzazione, al disco di facile presa per un’espansione su larga scala. E’ esattamente l’opposto: con i suoi arzigogoli di dissonanze e stridori ("L’estate", descrizione di un amplesso musicata in stile Robert Wyatt) e i suoi ossessivi non-sense ("Superenalotto"), i suoi raffinati pamphlet zappiani ("L’inutilita’ della puntualita’", con un tocco sopraffino di surrealismo New Age) e la sua soffice psichedelia retro’ ("Oppio"), il nuovo lavoro concede poco sia agli amanti del pop più semplice (oltre alla gia’ citata "Non e’ per sempre", "Bianca" e la pungente "Baby fiducia", tutte di gran lunga lunga superiori alla media del pop mainstream) sia a quelli dell’hard ("La verita’ che ricordavo" e "Non si esce vivi dagli anni ’80", comunque sui generis ed entrambe efficacissime), sia a quelli del pathos più classico ("Tutto fa un po’ male" e "Oceano di gomma"), e potenzialmente non accontenta nessuno. Più scuro e malinconico dei precedenti, ma forse anche meno a fuoco, questo gioco ben orchestrato di omaggi e citazioni finira’ invece con l’ampliare i consensi del gruppo, complice la crescente sensibilita’ artistica del pubblico italiano (o almeno di una ristretta parte di esso) per cui gli stessi Afterhours si stavano tanto battendo. Particolarmente significativo il brano di chiusura, "Cose semplici e banali", che mette in discussione tutto quanto fatto e detto fino a quel momento facendo presagire, con le sue sonorita’ evanescenti e il suo testo spiazzante, un ulteriore cambio di rotta verso un concetto di musica più disteso e solare.

I tre anni che seguono vengono impiegati a riordinare le idee e a dare alle stampe "Siam tre piccoli porcellin" (Mescal, 2001), doppio live che documenta in maniera eccellente l’eclettismo della band attraverso un disco di perfomance "elettriche", grezzo e viscerale, e uno interamente acustico, suggestivo e raffinato. Incluso nell’album il nuovo singolo, "La sinfonia dei topi", sorta di space funky giocato su un unico, insistente riff, sembra confermare pienamente le previsioni in chiusura di "Non e’ per sempre" con il suo testo programmaticamente scanzonato: "Voglio vivere nel sole con il mio miglior vestito / Voglio vivere nel sole e godere all’infinito / Tanto non saro’ astronauta perché fluttuo nel tuo vuoto / E ho scoperto che e’ godendo che mi sento più pulito". E, d’altro canto, una svolta e’ resa praticamente inevitabile dalla dipartita di colui che più di ogni altro aveva contribuito a costruire un sound potente ma anche stravagante, incisivo e bizzarro al tempo stesso, insomma buona parte del marchio di fabbrica Afterhours: Xabier Iriondo rassegna infatti le dimissioni per dedicarsi ai due progetti paralleli A short apnea e Six Minutes War Madness. Gli anni trascorsi con Manuel e Giorgio lo hanno gia’ abbondantemente consacrato fra i migliori chitarristi sperimentalisti italiani del suo tempo.

Alla luce di tutto questo, il successivo "Quello che non c’e’" (Mescal, 2002) sorprende a meta’. L’atteso cambiamento e’ inequivocabilmente avvenuto: da un punto di vista stilistico, una netta frattura separa le sonorita’ e le idee dell’album da quelle dei precedenti. I particolari insoliti, inaspettati, sono invece la crudezza dei contenuti, la disperata drammaticita’ dei toni, le tinte fosche che colorano i nuovi episodi di un’accattivante quanto tragica opacita’ -forse in maniera ancora più radicale che in passato- a dispetto di quello che i quattro avevano fatto intendere. Concettualmente il disco e’ incentrato "sul disorientamento" e sulla "mancanza di punti di riferimento", temi assai ricorrenti e particolarmente messi a fuoco in alcune specifiche immagini (dall’alba sedicente del brano di apertura all’ufficiale dei soldatini che in "Ritorno a casa" aspetta invano l’ordine di attacco). Musicalmente si tratta invece del lavoro più omogeno inciso dalla band che, deponendo la feroce ironia del passato e rinunciando ad ogni inflessione hard, si concentrano ora su un’opera di destrutturazione e dilatazione della tradizionale forma canzone. Forma sempre presente, in realta’, specie nel piglio melodico che, nel suo efficace lirismo, conserva un certo simulacro di classicita’ pur con l’immancabile originalita’ del caso. E’ cosi’ che l’approccio tendente alla ballata folk della title-track e’ progressivamente sbucciato da un lavoro di cesello sonoro sperimentalista per poi venir risucchiato da un finale sopra le righe, un po’ morriconiano e un po’ futurista, in progressiva accelerazione; allo stesso modo, in "Bungee Jumping" il sussurro vellutato delle strofe, carico di tensione soffusa, precipita in un delirio gravitazionale di distorsioni, effetti e sprazzi di epilessi ritmica. "Bye Bye Bombay" e’ una colorita e un po’ morbosa marcetta espressionista dedicata dal frontman all’India, da poco visitata, e al compagno di viaggio Emidio Clementi, leader dei Massimo Volume; lo stesso Clementi e’ poi omaggiato nel testo parlato dolceamaro di "Ritorno a casa", mentre ancora l’India e’ fonte di ispirazione per il raga allucinogeno di "Varanasi Baby". Il primo singolo "Sulle labbra" e "Non sono immaginario" sono invece i momenti piu’ rock e, probabilmente, anche piu’ prevedibili, al pari dei due pezzi rimanenti: "La gente sta male", nonostante le impreviste impennate del ritornello, contamina il pop arioso di "Baby fiducia" con l’atmosfera spiritualista di una vecchia b-side ("Televisione"), finendo per suonare come un’operazione di routine; "Il mio ruolo" punta invece su un pop colto dai riverberi psichedelici, vagamente a’ la Mercury Rev, ammaliante ma un tantino autocompiaciuto.

Pur vantando meno spunti brillanti rispetto a "Non e’ per sempre" (con cui condivide una certa maturita’ in fase di composizione sconosciuta ai primi due album), "Quello che non c’e’" ha il pregio di osare e mettersi in discussione con più coraggio, mostrando una più decisa autonomia rispetto ai modelli e una maggiore ambizione nel creare qualcosa di veramente personale. Ambizione che approda, senza mai divergere troppo dal livello medio dei brani, alla conquista di un nuovo concetto di canzone, lontano dalle sonorita’ radiofoniche tradizionali eppure non cosi’ ostico da chiudersi ermeticamente in se stesso, pienamente autocosciente della propria dignita’ artistica ma potenzialmente accattivante per una vasta fetta di pubblico e, proprio per questo, piacevolmente stimolante: in tal senso, il nuovo capitolo rappresenta senz’altro un’evoluzione all’interno della discografia Afterhours, al contrario di cio’ che qualcuno ha scritto.

Terminate le registrazioni di "Quello che non c’e’", la band intraprende un tour nazionale accompagnato per le prime quattro date dai colleghi americani Mercury Rev, a dimostrazione della crescente stima che i quattro hanno riscosso, e continuano a riscuotere, negli ambienti musicali stranieri.


Afterhours: Hai Paura Del Buio? (Etichetta, Anno)
Gli Afterhours segnano con quest'album la storia del rock italiano. Non scherzo. Evidentemente gli anni '90 per il nostro paese non devono essere poi stati cosi` musicalmente bui se proprio nello scorso decennio hanno avuto la massima espressioni band come i sopracitati, i Marlene Kuntz e i CSI.
"Hai Paura Del Buio" in realta` e` un collage di suoni, canzoni differenti tra di loro che rivelano il genio (altro nome non lo trovo) di Manuel Agnelli. E` un opera d'arte in 19 canzoni.
Dopo la strumentale title tack, e "1.9.9.6." (con la voce di Agnelli modificata al computer) arriva l'eccezionale potenza Grunge di "Male Di Miele", dissascrante e ironica nel testo ("la sicurezza e` un ventre tenero ma e` un demonio steso fra di noi") ed erroneamente considerata la "Smells Like Teen Spirit" italiana. Tanto di cappello per la canzone successiva: "Rapace" infatti e` uno sporco gioiello in salsa rock. Durante la canzone si alterna un ritmo che cresce sempre di piu` fino ad esplodere durante il ritornello. Dopo la dolcezza in salsa rock di "Elymania" ("Sei la rivoluzione che mi convince a risorgere, gioia sperimentale le tue mai sopra di me") e la ballata "Pelle" ("forse sei un congegno che si spegne da se"), arriva il grande punk di "Dea", con la voce di Agnelli che squarcia chi l'ascolta ("Stracciami Barbara avro` la mente contorta lo so ma non m'importa, tanto ho scoperto che io non sono mai stato l'uomo di una volta"). A seguire arriva la paranoica "Senza Finestra" (che si chiude coi violini) e la psichedelica "Simbiosi", poi ecco "Voglio Una Pelle Splendide", prima ballata acustica del gruppo ("Passo le notti nero e cristallo a scegliere le carte che giocherei a maledire certe domande che forse era meglio non farsi mai"). Poi ecco un pezzo completamente strumentale, "Terror Swing", ed ancora una canzone punk: "Lasciami Leccare L'Adrenalina". Dura poco (appena un minuto e mezzo) ma e` di un'intensita` e di una cattiveria unica ("forse non e` proprio legale sai, ma sei bella vestita di lividi"). "Punto G" e` una grandissima canzone, cosi` come "Veleno" e "Come Vorrei", la canzone piu` atipica dell'intero panorama Afterhours. Qui, infatti, Agnelli viene accompagnato solo da violino e pianoforte. "Questo Pazzo Pazzo Mondo Di Tasse" potrebbe essere definito un tentativo di sperimentazione, visto che a chitarre stridule si aggiungono illogici rumori preregistrati. Dopo "Musicista Contabile", arriva la cattiveria e l'ironia di "Sui Giovani D'oggi Ci Scatarro Su", dove la band prende di mira gli odiati ragazzini che fanno gli alternativi per moda e per poi andare "sabato in barca a vela, lunedi` al Leonkavallo". A chiudere arriva l'inno, neanche tanto velato, all'amore di gruppo di "Mi Trovo Nuovo" ("c'e` un gioco che si gioca in tre, mentre protesto io vengo").
Gli Afterhours dimostrano di saperci fare tanto con gli strumenti (grandissimi arrangiamenti) quanto coi testi, dotati di una poetica causticita`. E "Hai Paura Del Buio?" colpisce nettamente nel segno. E` uno dei tre cd che da` linfa al rock italiano. Una assoluta pietra miliare della musica italiana.
Voto: 7/5
Giuseppe Cimino
Afterhours: Quello Che Non C'e` (Mescal, 2002)
"Voglio vivere nel sole con il mio miglior vestito / Voglio vivere nel sole e godere all’infinito / Tanto non saro’ astronauta perche’ fluttuo nel tuo vuoto / Ma ho scoperto che e’ godendo che mi sento piu’ pulito". Da questa esplicita dichiarazione d’intenti, tratta dal singolo interlocutorio "La sinfonia dei topi", prendeva corpo ogni aspettativa di fans e cultori degli Afterhours riguardo alle sorprese che l’opera successiva avrebbe loro riservato. Dichiarazione in perfetta linea, peraltro, con la presa di coscienza di "Cose semplici e banali", memorabile chiusa del penultimo album in studio "Non e’ per sempre": "Se fossimo noi / Ad esser sbagliati / Se fossimo noi / Pazzi e malati / Hai coraggio o no? […] Cose semplici e banali / Per riconciliarmi / Con gli anni sprecati / E dentro ci sei tu". Alla luce di tutto questo, "Quello che non c’e’" si rivela fin dal primo ascolto spiazzante a meta’. L’atteso cambiamento, ennesimo nel percorso del gruppo, e’ inequivocabilmente avvenuto: da un punto di vista stilistico, una netta frattura (complice la dipartita di un chitarrista di peso incalcolabile come Xavier) separa le sonorita’ e le idee dell’abum da quelle dei precedenti. I particolari insoliti, inaspettati, sono invece la crudezza dei contenuti, la disperata drammaticita’ dei toni, le tinte fosche che colorano le nuove canzoni di un’accattivante quanto tragica opacita’. Nessun sole e nessun miglior vestito, quindi, a dispetto di quanto si era detto. Nulla di semplice e nulla di banale. E soprattutto, niente di tutto quello che ci si aspettava, niente di quello che ci era stato promesso, niente di quello per cui si e’ spesa una vita alla quale, improvvisamente, si avverte come un senso di vertigine la consapevolezza grottesca e crudele di dover affibbiare aggettivi terribili come "vana" o "illusa". Ecco a voi "Quello che non c’e’", disco concettualmente incentrato "sul disorientamento" e sulla "mancanza di punti di riferimento", temi ricorrenti in tutto l’abum e particolarmente messi a fuoco in alcune specifiche immagini (dall’alba sedicente del brano di apertura all’ufficiale dei soldatini che in "Ritorno a casa" aspetta invano l’ordine di attacco). Ed ecco i nove affascinanti episodi in cui il discorso di Manuel e soci si articola. Va detto innanzitutto che si tratta di un lavoro estremamente omogeno, forse il piu’ omogeneo inciso dalla band che, deponendo la feroce ironia del passato e rinunciando ad ogni inflessione hard (quando "Germi" era sostanzialmente una brillante prova post-grunge e post-punk, e "Hai paura del buio?" sfoderava piu’ volte una strepitosa brutalita’ hardcore), i quattro musicisti si concentrano ora su un’opera di destrutturazione e dilatazione della tradizionale forma canzone. Forma sempre presente, in realta’, specie nel piglio melodico che, nel suo efficace lirismo, conserva un certo simulacro di classicita’, quasi di cantautorato, pur con l’immancabile originalita’ del caso. E’ cosi’ che l’approccio tendente alla ballata folk della title-track e’ progressivamente sbucciato da un lavoro di cesello sonoro sperimentalista per poi venir risucchiato da un bizzarro finale, un po’ morriconiano e un po’ futurista, in progressiva accelerazione; allo stesso modo, in "Bungee Jumping" il sussurro vellutato delle strofe, carico di tensione soffusa, precipita in un delirio gravitazionale di distorsioni, effetti e sprazzi di epilessi ritmica. "Bye Bye Bombay" e’ una colorita e un po’ morbosa marcetta espressionista che il frontman dedica all’India, recentemente visitata, e al compagno di viaggio Emidio Clementi, leader dei Massimo Volume; lo stesso Clementi e’ poi omaggiato nel testo parlato dolceamaro di "Ritorno a casa", mentre ancora l’India e’ fonte di ispirazione per il raga allucinogeno di "Varanasi Baby". Il primo singolo "Sulle labbra" e "Non sono immaginario" sono invece i momenti piu’ rock e probabilmente anche piu’ tradizionali. Leggermente sottotono i due pezzi rimanenti: "La gente sta male", nonostante le impreviste impennate del ritornello, suona come un calibrato incrocio fra "Baby fiducia" e la b-side "Televisione", insistendo su una proposta che, se per altri cento gruppi avrebbe fatto gridare al capolavoro, per i nostri e’ pura routine; "Il mio rulo" punta invece su un pop colto dai riverberi psichedelici, vagamente a’ la Mercury Rev, ammaliante ma un tantino autocompiaciuto. Questo, e non solo, in uno dei dischi fondamentali del 2002 musicale italiano. Sulle prime verrebbe da dire che suona poco Afterhours, ma quanto sarebbe appropriato nel caso di una band che non ha mai smesso di cambiare le carte in tavola, di evolversi, di mettersi in discussione neppure all’interno di uno stesso album? In questo senso, "Quello che non c’e’" e’ al contrario il trionfo degli Afterhours (ma non la consacrazione definitiva, che ormai e’ acqua passata). Piuttosto, mi sembra piu’ corretto affermare che in questo disco mancano capolavori veri e propri, cosa a cui Manuel ci aveva generosamente abituati. In altre parole, mancano pezzi all’altezza di "Dentro Marylin" (per quanto molti si affretteranno a inventare paragoni poco appropriati con la title-track), di "Rapace", di "Punto G" ma anche di indimenticati gioiellini di piu’ ardita sperimentazione quali "Milano circonvallazione esterna" o "L’inutilita’ della puntualita’". Al loro posto, solo ottime canzoni e, piu’ o meno, mi sento di poter estendere l’etichetta a tutti e nove i brani senza correre il rischio di esagerare. Come si dice, scusate se e’ poco. 7/10
Alessio Gambaro
A SHORT APNEA Illu Ogod Ellat Rhagedia Wallace
di Lorenzo Casaccia Il terzetto degli A Short Apnea, formato da Xabier Iriondo (anche nei piu' popolari Afterhours), Paolo Cantu' e Fabio Magistrali realizza con Illu Ogod Ellat Rhagedia un disco giocoso e sperimentale, nella piu' classica tradizione di Canterbury, filtrata dal post-rock di Louisville e dall'elettronica di ricerca. Le composizioni sono strutturate come delle suite, costruite sulla successione di sezioni diverse che sfumano le une nelle altre. Il primo brano si apre su un intro di disturbi e frequenze che sembra rubare la maniera all'elettroacustica ed evolve con una improvvisazione cosmica di tastiera su cui si accumulano rumori, microsuoni, percussioni casuali, fino all'ingresso della voce, che rieccheggia il Wyatt di Las Vegas Tango. La seconda parte del brano ricorda invece l'astrattezza degli Storm & Stress. In realta', pur conservando quella medesima maniera di destruttrare il brano e disintegrarne le componenti qui viene accentuata in qualche modo la componente percussiva soprattutto nell'esecuzione delle parti chitarristiche (mentre la batteria eredita il dinamismo dei Don Caballero). Il secondo brano si apre invece su una cantilena popolare surrealmente riprodotta, accompagnata da uno stridore acuto (la stessa voce accelerata?) e da percussioni da thriller. La sezione che segue mette poi in circolo i June Of 44 di The Anatomy Of Sharks per riproporre in seguito un'altra voce registrata. L'evoluzione del pezzo e' quasi quella di un racconto, di una narrazione. Il terzo pezzo ripete il gioco dei brani precendenti: uno slowcore alla Slint con un cantato inintelleggibile che poi si sposta verso il fondo si dissolve nelle divagazioni della tastiera, le quali vanno a chiudere un disco astratto e sfumato. Le foto all'interno della confezione sovrappongono il volto dei tre musicisti a quello del cadavere di Aldo Moro, nella famosa istantanea nella Renault. (7/10)
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