Richard Davies
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Cardinal , 7/10
There's Never Been A Crowd Like This , 7/10
Telegraph, 7/10
Barbarians , 5/10
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A Brian Wilson fixation permeated the work of Richard Davies, who attained a magical balance of Syd Barrett, David Bowie and Donovan on his collaboration with Eric Matthews, Cardinal (1995), a classic of chamber pop, and crafted the austere There's Never Been A Crowd Like This (1996) and the surreal Telegraph (1998), whose vocal harmonies are reminiscent of Crosby Stills & Nash.
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Richard Davies, emigrato e nomade Australiano, si e` affermato come uno dei cantautori piu` personali degli anni '90.

Il gruppo Australiano piu` vicino al folkpop amatoriale della Nuova Zelanda era stato quello dei Moles, che si fecero notare con due singoli di garage-rock selvaggio come What's The New Mary Jane e Saint Jack. Gli album Untune The Sky (Seaside, 1991 - Flydaddy, 2000 - Kill Shaman, 2010) e Instinct (Flydaddy, 1994) sono pero` confuse raccolte di brevi canzoni lo-fi vagamente psichedeliche alla Robyn Hitchcock (come Bury Me Happy e Surf's Up sul primo). On The Streets (Wishing Tree, 2003) e` un'antologia.

Entrambi erano collage di canzoni improbabili, spesso costruite su pretesti futili e condotte per metamorfosi bislacche. On The Street (Wishing Tree, 2003) e` un'antologia dei Moles.

Richard Davies si trasferi` nel 1992 a Boston dove con Eric Matthews tre anni dopo dara` alle stampe Cardinal (Flydaddy, 1995 - Wishing Tree, 2005), lavoro in cui Davies fornisce il materiale grezzo e impersona a turno Barrett, Bowie e Donovan, mentre il polistrumentista Matthews cesella gli arrangiamenti come Van Dyke Parks o il tardo Brian Wilson (piano, trombe, violini, marimba, clavicembalo). Silver Machines e You've Lost Me There rimarranno classici del pop da camera.

There's Never Been A Crowd Like This (Flydaddy, 1996), il primo album solista di Davies, rimase fedele al sound spartano e dimesso dei Moles, forse anche piu` concettuale e personale. Alcune ballate accostano un folk-rock che si situa fra Cat Stevens e Crosby Stills & Nash (Transcontinental). Altre affondano in atmosfere e ritmi abulichi (Jubilee, In Between Moods). Ciascuna sonda l'intimo a modo suo, ma sempre con un portamento dignitoso e e un temperamento pacato. Davies e` un cantautore erudito, che frequenta le arcaiche vignette populiste di Randy Newman (6/4 On), la tortousa introspezione di Peter Hammill (Chips Rafferty), le digressioni surreali di Harry Nilsson (Showtime), e cosi` via. Ma alla fine quello di Davies e` uno stile unico, difficile da ricondurre a generazioni precedenti di cantautori. Spoglio degli arrangiamenti orchestrali, suona ancor piu` "diverso" e profondo. C'e` qualcosa di trascendente e onirico in quel modo di strimpellare la chitarra e di bisbigliare i versi, in quel modo di "non" raccontare la storia che sta raccontando. E` come se le sue canzoni si liquefacessero mentre le suona.

Telegraph (Flydaddy, 1998) e` un disco piu` aperto e surreale, meno austero e barocco. L'influenza del sound di Crosby Stills & Nash e` ancor piu` evidente nella cadenza vivace e nelle armonie vocali in tre parti di Cantina e Main Street Electrical Parade. Il passo marziale di Neil Young sospinge Surface Of The Sun.
Il clou del disco e` pero` rappresentato dai brani in cui Davies si spinge persino oltre il suo gia` forbito repertorio. L'andamento sornione della scuola country psichedelica del deserto (Giant Sand) in Confederate Cheerio Call, il dolce andare alla deriva di Crystal Clear, i delicati fraseggi alla chitarra di Eye Camera, fino al mantra psichedelico di Papillon, danno la sensazione di un cantautore non terreno, di un racconto ambientato in altri pianeti, in un'altra vita.
Il disco si chiude con Days To Remember, una ballata, jazzata e notturna come nel primo Tom Waits, depressa e abulica come nel piu` tenero Nick Drake, che il loop finale trasforma in un altro intenso martirio spirituale.

Barbarians (Kindercore, 2000) showcases an aging songwriter, who sounds uncomfortable in his own shoes while reflecting on modern life's oddities. Coldest Day and Stars are melancholy and insecure, a far cry from his majestic pop. Amsterdam is a cute ditty, and the only song that approaches past glory.

Davies and Matthews regrouped as the Cardinal 18 years after the fact and released Hymns (2012), adding two melodic gems to their catalog (Northern Soul and Kal) and braving the modern times with slightly more adventurous pieces (Carbonic Smoke Ball and the neoclassical instrumental Surviving Paris); but the album has too much embarrassing filler. It should have been an EP.

(Translation by/ Tradotto da xxx)

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