Flying Saucer Attack


(Copyright © 1999 Piero Scaruffi | Legal restrictions - Termini d'uso )
Distance, 6.5/10
Flying Saucer Attack, 7/10
Further, 7/10
Chorus, 5/10
In Search Of Spaces, 5/10
Distant Station, 5/10 (EP)
Sally Free And Easy, 5/10 (EP)
Goodbye, 6/10 (EP)
New Lands (1997), 6.5/10
Mirror, 5/10
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I Flying Saucer Attack vanno annoverati fra i grandi rivoluzionari che trasformarono il rock psichedelico in un'austera forma di musica da camera. Grazie a gruppi come questo, la musica ambientale torno` in auge, e assunse al tempo stesso una fisionomia "rock" (perlomeno nell'esecuzione, che aborrisce le tastiere a favore delle chitarre).

I Flying Saucer Attack sono Dave Pearce e Rachel Brook. Provenivano dalla stessa Bristol di Massive Attack e Portishead, ma invece del soul e del rhythm'n'blues presero di mira le lunghe suite/jam di musica psichedelica d'avanguardia, la trance della musica orientale e la ripetizione del minimalismo.

I primi singoli, raccolti su Distance (VHF, 1994), sono composizioni sperimentali degne di Can e Faust. Un pulviscolo confuso di rumori, sceneggiato in maniera tanto casuale quanto solenne, fa di Instrumental Wish un ideale ponte fra musica cosmica e free-jazz, e la sorda vibrazione di Distance avanza con la cadenza minacciosa dei film dell'orrore e della musica industriale. Un'altra messinscena raccapricciante e` quella ottenuta con le percussioni assordanti di Standing Stone (jan 1993). L'effetto di queste virtuosistiche manipolazioni di suoni in studio e` altamente suggestivo, e talvolta angosciante. Aprono e chiudono il disco le ipnotiche fasce sonore in movimento di Oceans (jun 1993), al confine con musica new age e world-music di Jon Hassell.
I brani cantati perdono un po' di quel fascino. Crystal Shade e Soaring High (jan 1993) fanno leva soprattutto sul contrasto fra la violenza delle distorsioni chitarristiche (la seconda anche su un riff trascinante) e la dolcezza delle loro ninnananne. November Mist toglie il rumore e lascia la ninnananna. Nel complesso Distance rappresenta comunque il manifesto ideale per il duo.

L'album omonimo (VHF, 1993), noto anche come Rural Psychedelia, attenuo` l'impatto di quei singoli adottando un formato piu` timido e controllato, secondo una prassi che datava dalla musica da discoteca (i singoli "estesi" contro le "canzoni" dell'album). Cosi` facendo, il disco metteva in luce i debiti verso gli shoegazer piu` violenti. Brani come A Silent Tide sono abbozzi di melodie che vengono subito sepolti sotto strati di feedback, come se venissero lentamente disintegrati da una forza sovrumana, fino a diventare inintelleggibili (Make Me Dream). I migliori battono anche il tempo del raga dei Velvet Underground (My Dreaming Hill, Wish). Jesus And Mary Chain piu` che My Bloody Valentine, e certamente non Main. Moonset e` una piccola piece cacofonica, Popol Vuh 2 e` un tetro esercizio di ritmo e droni, Popol Vuh 1 e` una lunga versione (dieci minuti) dello stesso concetto eseguito al ralenti` (e imparentato con le suite cosmiche dei Pink Floyd), e forse sono proprio questi ambiziosi brani strumentali i capolavori nascosti del disco. Nonostante i limiti del disco, Rural Psychedelia segno` di fatto la rinascita del movimento shoegaze aggiornato ai nuovi trend ambientali e "concreti".

I singoli Soaring High e With del 1993, nonche' Crystal Shade e Land Beyond The Sun del 1994, vivono di emozioni catartiche, non di costruzioni armoniose.

Abbandonate le cacofonie fini a se stesse (Rainstorm Blues l'ultimo refuso, frastuoni sinistri in un ancor piu` sinistro vortice di sibili), e accentuata l'intensita` quasi religiosa delle distorsioni, Further (Drag City, 1995) porta in superficie le melodie incantate che erano sepolte sotto le coltri di rumore. Ne risulta un improbabile incrocio fra Donovan e Lou Reed negli schizzi onirici di In The Light Of Time e Come And Close My Eyes.
For Silence estende il processo per sette minuti, lambendo l'om trascendente. La chitarra, in pratica, viene usata per due scopi ambientali: il tenue e pallido arazzo di accordi in primo piano (una sorta di paradiso ineffabile) e il fitto e cupo sudario di sottofondo (una sorta di inferno incombente). La dialettica fra i due determina la dinamica del brano. La voce fa capolino timidamente fra di essi alla ricerca di una dimensione umana che sembra impossibile, destinata a disintegrarsi continuamente contro queste forze soprannaturali.
La voce si sgretola del tutto nella distorsione apocalittica di Here Am I, un ritorno perentorio della cacofonia. I dieci minuti di To The Shore non c'entrano molto con il tema del disco, ma documentano la musica che il duo esegue dal vivo, molto piu` improvvisata e tesa.

Nel 1996 l'antologia un po' distratta di varie ed eventuali Chorus (Drag City, 1995), che cronologicamente precede Further, anche se usci` qualche mese piu` tardi, sembra mettere fine alla storia del gruppo. Il clou e` rappresentato dal singolo Beach Red Lullaby, con la sua delicata filigrana chitarristica e dal vortice turbolento di There But Not There. Il resto sono sessioni di John Peel (come al solito discretamente inutili) e materiale tratto da una compilation.

In Search Of Spaces (Hermes, 1996) e` un collage di esibizioni dal vivo (messo insieme dal leader dei grandi Dead C) in cui il gruppo da` sfoggio del loro talento d'improvvisazione. Gli accordi fluttuano liberi in un territorio molto piu` sperimentale di qualunque loro brano ufficiale.

Pearce riforma il gruppo senza Brook, che e` andata a formare i Movietone, e con lo sperimentatore americano Jim O'Rourke alla chitarra. Dopo alcune esibizioni dal vivo in America, Pearce riprende a pubblicare (praticamente da solo) con la sigla Flying Saucer Attack.
Tre EP e mini-CD segnano il ritorno ufficiale dei F.S.A.: Distant Station (Drag City, 1996), condiviso con Tele-Funken, Sally Free And Easy (Drag City, 1997) e Goodbye (VHF, 1997), condiviso con Roy Montgomery. I 53 minuti della collaborazione con Tele-Funken sono semplicemente due lunghi remix di materiale del primo album. Tele-Funken li trasforma in due sinfonie cacofoniche in flusso libero. Tele-Funken avrebbe potuto benissimo dire che si tratta di una cover dell'inno nazionale. Ma forse non avrebbe attirato altrettanta attenzione.
Sally Free And Easy e` una vecchia canzone degli anni '50, ma la versione che ne fanno F.S.A. non ha nulla in comune oltre il titolo.
La collaborazione con il grande Montgomery finisce per penalizzare il secondo a favore di Pearce.
Lungi dall'essersi sciolti, F.S.A. stanno tentando di speculare al massimo sul loro marchio (si aggiunga uno split single con Jessamine e una facciata intera di una compilation). La loro musica non era mai stata particolarmente geniale, soltanto interessante, e la prolificita` di questi giorni non le giova.

Alla compilation Harmony of the Spheres (Drunken Fish, 1996) i Flying Saucer Attack contribuiscono la suite in quattro movimenti Since When. Il secondo e il quarto sono composizioni tanto ardue quanto illuminanti. I droni a spirale del secondo hanno un timbro solare, da violini, e perseguono un minimalismo di ascendenza Tibetana. Il quarto scandisce rintocchi cupi in un vento minaccioso.

La musica di New Lands (Drag City, 1997) riparte da Further, dall'idea di elegie delicate che si fanno largo in una selva oscura di rumori. La differenza e` che i rumori sono stati amplificati a livelli maniacali, trasformando le melodie in bizzarrie. Di fatto, questo album segno` l'inizio di una nuova fase nella carriera di Flying Saucer Attack.
Up In Her Eyes e` forse la canzone piu` canzone. Ma gli altri sono concerti cacofonici, pareti di distorsioni che nessun canto potrebbe scalare, logorroiche elucubrazioni avanguardistiche che si ispirano alla Metal Machine Music di Lou Reed e non alla musica ambientale di Brian Eno. Il canto e` secondario. Tant'e` che Night Falls e Whole Day Song non ci provano neppure: la voce si limita a bisbigliare sui tornado delle chitarre. The Sea (forse il brano migliore) arriva allora come uno schiaffo, in quanto di colpo il sottofondo si anima, e, invece di quel bombardamento monotono di frequenze, di mette a correre con un ritmo incalzante, diventa la sezione ritmica (paurosamente potente) che accompagna la canzone.
Forever e` la To The Shore di turno: un lungo brano in lenta evoluzione che perlustra anfratti reconditi dell'animo umano.
L'album segnala forse una ricerca di nuove soluzioni armoniche. Rimane pero` quasi sempre a meta` strada fra il punto di partenza e il punto di arrivo. Per cui alla fine non risulta chiaro a quale tipo di musica Pearce ambisca. I brani di questo disco, cosi` come sono, interesseranno probabilmente soltanto pochi fans. Gli appassionati di psichedelia possono trovare musica molto piu` ipnotica; gli intellettuali hanno tonnellate di dischi piu` sperimentali; i canzonettisti non se ne fanno nulla di queste canzoni incompiute. Il problema principale di Pearce e` che anche quando l'idea e` interessante all'artista manca tanto il talento canoro quanto il tocco poetico. Per fare un esempio, Tim Buckley fece cose simili (sia pur impiegando un tipo di sfondo completamente diverso), ma poteva contare su un canto galattico e su un'ispirazione autentica. La musica di Pearce, anche quando funziona, ha poco da comunicare.

Flying Saucer Attack, i.e. the duo of multi-instrumentalists Dave Pearce and Rachel Brook, were among the groups that transformed psychedelic rock into an austere form of chamber music. The Flying Saucer Attack (1993) and Further (1995) refined a kind of shoegazing that relied increasingly on melody, yielding delicate elegies set against a disturbing background of cosmic music, free-jazz, Throbbing Gristle's industrial noise, LaMonte Young's droning music or contemplative new-age music.


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(Translation by/ Tradotto da Micol Sorrentino)

Lungi dall'essere stato un esperimento fallito, New Lands comprendeva alcuni dei migliori pezzi che Flying Saucer Attack abbia mai prodotto. Purtroppo, con Mirror (Drag City, 2000), invece di ottimizzare quello standard, Pearce ha deciso di optare per una regressione tattica verso il folk acustico (2, 4). Alcune lullabyes presentano arrangiamenti bizzarri, con rumori e percussioni atti a creare un formato dissonante di canzone che piacerebbe sicuramente ad Arto Lindsay (10, 9 1). I vigorosi ritmi che esplodono in New Lands ricorrono solamente nei turbini musicali dei 5, nella techno "brasiliana" dei 7, e, come sfondo a languidi bordoni, nei 6. Pearce dovrebbe fare i conti con il fatto che non un simil Pavarotti e che quando canta troppo, viene giudicato anche sulla base di questo. E' come se Saddam chiedesse di essere giudicato per i suoi meriti umanitari. Forse la canzone piu` accattivante e` 3, un lento inno di 8 minuti con un risonante beat che propone una versione piu` allegra, ma non meno gotica, di Suicide. Un simile filone emerge nell'incubo di chiusura di 11. Se l'intero album avesse seguito questa ispirazione tetra, sarebbe stato il capolavoro che Pearce non ha mai veramente prodotto. Cosi` com'e`, l'album e` una raccolta confusa di idee in conflitto.

Far from being a failed experiment, New Lands contained some of the best music Flying Saucer Attack ever conceived. Unfortunately, with Mirror (Drag City, 2000), rather than trying to perfect that standard, Pearce has decided to stage a tactical regression to acoustic folk (Suncatcher, Tides). Some of the lullabyes are arranged in a bizarre way, with noises and percussions, to coin a dissonant song format that would appeal to Arto Lindsay (Rise, Dust Space). The powerful rhythms that detonated New Lands recur only in the maeltrom of Chemicals, in the "brazilian" techno of Winter Song, and, as background to languid drones, in Darkwind. Pearce should face the fact that he is no Pavarotti and that when he sings too much, he is judged also on the basis of that singing. It's like Saddam asking to be judged on his humanitarian merits.
Perhaps, the most effective track here is Islands, a slow 8-minute dirge on a ringing beat that offers a mellower, but no less gothic, version of Suicide. A similar vein surfaces in the closing nightmare of Star City. Had the whole album followed this creepy inspiration, it would have been the masterpiece that Pearce has never truly delivered. As it is, the album is a confused stack of conflicting ideas.

Clear Horizon (Kranky, 2003) is a collaboration between Jessica Bailiff and David Pearce.

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