Marlene Kuntz
(Copyright © 1999 Tommaso Franci & Piero Scaruffi | Legal restrictions - Termini d'uso )
(Franci: il numero dei brani significativi sul numero dei brani dell’album
Scaruffi: voto in decimi)


Catartica (Polygram, 1994) dodici su quattordici , 6/10
Il vile (Polygram, 1996) dieci su undici, 6.5/10
Come di sdegno (Polygram, 1998) quattro su sei , 6/10 (mini)
Ho ucciso paranoia (Polygram, 1999) dodici su tredici, 5/10
Spore(Polygram, 1999), 6/10
Che cosa vedi (Virgin, 2000) undici su tredici, 5.5/10
Cometa (Virgin, 2001) quattro su otto , 5/10 (mini)
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Marlene Kuntz are an Italian quartet (Cristiano Godano on vocals, Riccardo Tesio on guitar, Luca Bergia on drums, Dan Solo on bass) whose existential noise-rock sounded like a synthesis of European and American moods. They embodied the zeitgeist of their age in the convoluted, angular, discordant ballads of Catartica (1994) and the angst-filled Il Vile (1996), an even more cerebral and claustrophobic work.

The mini-album Come di sdegno (Ep, 1998) contains the colossal jam La Vampa delle Impressioni, which somehow stopped and reversed the progression towards a darker and harsher sound.

Ho Ucciso Paranoia (1999) steered towards a more accessible sound and a lighter mood, somehow reminiscent of semi-Italian noise-pop stalwarts Blonde Redhead. Nonetheless, the band released a complementary album, Spore (1999), of improvised post-industrial instrumental soundscapes. Che Cosa Vedi (2000) continued the trend towards more conventional post-punk power-ballads, and Senza Peso (2003) sounded derivative of other bands (Blonde Redhead, Girls Vs Boys), despite a new (16-minute long) instrumental Spora. Bianco Sporco (Virgin, 2005) was even less ambitious and included more mainstream songs.

(Scheda di Tommaso Franci)

La musica dei Marlene Kuntz da Cuneo è un diagramma cartesiano fatto a tavolino le cui ascisse sono i Sonic Youth e la ordinate Nick Cave. Digià questa scelta programmatica (non tanto di modelli quanto di vere e proprie miniere sonore di cui servirsi di sana pianta e senza intermediazione) non può lasciare dubbi sull’ottimo (e raffinato) risultato. Per giungere tuttavia alla dichiarazione di predominio soggetto del diagramma, i Marlene Kuntz passano (e in questo passare c’è un continuo ri-tornare e ri-affacciarsi) da altre garanzie di qualità musicale (e profondità esistenziale = anti-pop) come Einsturzende Neubauden, Metallica, Blonde Redhead, Gun Club, Public Enemy, Birthday Party, Mission of Burma, Husker du, Faith No More, Dinosaur Jr, Killing Joke, Swans, Mudhoney. Anni 80, zero 70, meno 60. La forma di una canzone dei Marlene Kuntz è, né più né meno, quella di una canzone dei Sonic Youth: i Marlene Kuntz hanno tante (e quelle) "forme-canzone" quante (e quali) ne hanno i Sonic Youth. Il messaggio finale di un testo di Cristiano Godano è quello di uno di Nick Cave. E se Nick Cave è uno dei pochi "rocker" i cui testi meritano una lettura, questo vale (in misura anche maggiore) per Godano, seguace di Vladimir Nabokov e John Keats. I Marlene Kuntz del 1989 avevano una chitarra sofisticata e potente (bellissima, sempre: al di là, e fregandosene, delle effettive qualità tecniche) come quella di Riccardo Tesio (= Thurston Moore), una batteria jazz/metal come quella di Riccardo Tesio, un basso alla Maroccolo come quello di Gianluca Viano e, infine, un punto interrogativo: Cristiano Godano, l’ultimo arrivato, quello che scriveva i testi delle canzoni del gruppo, chitarrista (stile: alter ego "pubblico"="amplificato" di Riccardo Tesio) con attitudini microfoniche, per ora occultate da un cantante, Alex. Dopo qualche anno il punto interrogativo sarà scancellato dalla perfetta (=maledetta, amorosa, stonata, tenue, grunge, unica, anti-sanremese) gola (GOLA) di Godano. Una voce fioca/alta calda/bassa con un’escursione simile a Marilyn Manson. La poetica di Godano è antistorica: egli avrebbe detto le cose che dice in qualsiasi tempo fosse vissuto; le cose che dice (il piacere dello stare male che gli consente di vivere) valgono (vere o false) indefinitamente. Perché la sua è una poesia anti-sociale. Elitaria. Quando riesce, tale da immunizzarsi anche dagli sporchi effluvi di una folla di scioperanti, mercanti o tifosi. A-sociale = esistenziale; e, siccome l’esistenziale è informe, il plasmare di Godano ha come fisso e costante punto di riferimento l’amore: amore non coniugale, non carnale: con la lettera grande: Cupido, quando scade nell’eccesso (come gli stilnovisti del valore dell’amare in quanto amare), situazionale quando dà il proprio meglio; e situazionale qui significa la tragica e congenita necessità di avere, con una donna (tutta aurea nulla volto o corpo) un incontro, un interesse, una relazione a livello di scambio di esistenze, per sentirsi sentendo-la (salvo poi, immancabilmente, veder negato questo sentirsi in quanto l’altra sfugge o svanisce e non consente di sentirla = ritorno al nichilismo). L’importante (per vivere) comunque è avere la possibilità di questo approdo, di questa passante, direbbe Baudelaire. Il mondo di Godano è fatto di passanti: questo è ciò che vede e tenta di riflettere il suo occhio, fisso e speranzoso nella venuta di una prossima presenza. Gli altri componenti del gruppo tacciono e cercano, con le loro forze, di tenere le palpebre aperte a questo occhio.

Catartica (Polygram, 1994).

L’ex bassista e quarto di anima Litfiba, Gianni Maroccolo, impegnato nel suo progetto C.S.I., non ha perso lo smalto e la lucidità dei fruttuosi anni ’80: Maroccolo non fa nulla ai Marlene Kuntz: offre solo loro i mezzi materiali per poter diffondere i propri suoni (e con questi poter, anche economicamente, vivere). I Marlene Kuntz, con il distacco che li contraddistingue, sono lontani da tutto: e quindi anche da Maroccolo: rimane la curiosità dei sapere come un muto e un cieco possano essersi parlati. La possibilità c’è stata (e si ripeterà costantemente), confezionando nel ’94 il primo capitolo del libro capolavori. Il produttore artistico è Marco Lega. Se Catartica oggi appare acerbo significa che siamo troppo maturi (o trapassati) noi. M.K., si può solo erroneamente considerare un intro o, peggio, un’autocelebrazione: è un vero ed indipendente inno che rappresenta due cose: 1. il migliore (a parimerito con ciò di cui fra breve daremo notizia) brano e dell’album presente e dei Marlene; 2. il modo in cui i Kuntz cambiano (quando cambiano) il tessuto sonico dei Sonic Youth: i Marlene Kuntz danno ciò che i Sonuc Youth non sono mai riusciti o non hanno mai voluto dare: il pestaggio, la deflagrazione metallica non attenuata da alcun arpeggio o volo pindarico. I Marlene Kuntz esasperano gli stilemi Sonic Youth, risultando più violenti e diretti (catartici appunto). La differenza di competenza tecnica, artistica, elaborativa tra i padri e i figli non necessita una evidenziazione: tuttavia, se vogliamo essere attaccati alla "fine", possiamo dire che i Marlene Kuntz sono "migliori" dei Sonic Youth in quanto offrono una conclusione (e quindi un messaggio/i) chiarificatore ed evidente. Non si perdono, quando (rifuggendo da gratificanti urla) i Sonic Youth indugiano nell’epopea (fino a che punto speculazione e fino a che punto fine a se stesso e/o scusa …) della perdizione noise. I Marlene Kuntz hanno una catartico in più (dato loro da una maggiore semplicità), quando i Sonic Youth, alla lunga, finiscono per innervosire. Siamo, ovviamente, in mezzo a due "preziosità", per le quali, ovviamente, può sempre sembrare "stonata" o "ingiusta" una critica. Festa mesta è "la" canzone. Non teme confronti con alcuna canzone rock. Se ne possono trovare di pari livello, ma non di superiore. Fa parte del "filone assoluto" di Overkill, Anarchy in U.K., Touch me I’m sick, Smells like teen spirit, El diablo. Perfetta, violentissima, bastante a se, solo concetto, senza storia o tempo o compromesso, totale. È un’offesa, una bestemmia, all’unico dio di Godano: la donna, la donna-visione con la quale si vorrebbe instaurare un rapporto-dialogo di trascendentalità. Senza in nulla smentire quanto appena detto è doverosa una precisazione. La versione di questo "supremo" contenuta in Catartica non è la versione "usuale" e classica del pezzo: o meglio, lo in tutto tranne che nella voce di Godano. Qui (e il motivo potrebbe essere che, sciaguratamente, i Marlene non ci avevano ancora pensato) la voce non irrompe: non inizia già esplosione e devastazione. Sta in un imbarazzante sottotono serafico. Dal vivo e in ogni altra occasione il gruppo (fortunatamente) adotterà sempre e soltanto l’ "edizione" con la voce-urlo-grunge. Se l’album finisse qui, meriterebbe comunque l’acquisto. Anzi, se finisse qui, sarebbe fra i demo must della storia del rock (italiana e non ). Continua inevitabilmente non a questo livello, ma ad uno sicuramente altissimo con Sonica (che il gruppo farà un classico del proprio repertorio), un ancestrale serpentone tra noise e metal: batteria sincopata alla Twisted sister, incedere alla Metallica di Master of Puppets, abrasioni e scandagliamenti di tintinnii alla (di) Sonic Youth. Cupo, nero, tenebra cosmica: o primitivo o post-moderno; basta abbia la bestialità del primordiale. Nuotando nell’aria: sciabolate al petto su un tappeto volante (il gruppo, dal vivo, ne resterà eccessivamente legato, finendo per renderla antipatica). Giù giù giù, un sadismo alla Fear. Lieve: preghiera al proprio io, un po’ altisonante ed arida di fantasia, mediocre (media) nei timbri come nella qualità: dimostra tuttavia che i Marlene Kuntz, qualsiasi cosa facciano, non possono fare ballate: non compromesso: o piano o forte: questo, è un medio "forte". Trasudamerica: unica storia da menestrello evocata da Godano che eccezionalmente cita luoghi e persone: il gruppo si ostinerà a ripresentarla sempre nelle sue uscite, ma il brano, pur forte di un impianto arioso e vario che contribuisce a far essere l’album anni luce fuori dalla monotonia, non merita (come invece altri brani meriterebbero) tale privilegio. Fuoco su di te: uno dei primi brani del gruppo, tematicamente affine a Giù giù giù (con il quale accentua la dimensione "invernale" da neve sporca intrinseca a tutto l’album), pur sostituendo, nel tono, l’attacco sadico di questi ad una desolazione senza redenzione: il nascere morto della speranza (di dialogo con la Lei, di, quindi, sentirsi). Merry x-mas: l’essere anarca che non tollera l’anarchico: nel canticchiare ci si istupidisce, ma serve a rimanere vivi (o morti, ma almeno vedenti): nell’urlo finale lo sconforto totale di Rozz Williams. Gioia (che mi do) più vicino a Nick Cave che ai Sonic Youth questa volta non solo nei concetti ma anche nei modi di trattarli (nella musica): il migliore brano dell’album (con una delle migliori scritture di Godano bianco di sonno alcolico: ho un arto appeso in aria senza vita e a nulla serve se non a ricordarmi che è mio), dopo i primi due, dai quali differisce quanto l’epica dall’elegia. Il gruppo non lo sfrutterà né dal vivo né in altre occasioni. Canzone di domani: ottima vivisezione di una disperazione cronica e senza via uscita (per primo senza la volontà di uscire): cambiamenti di tempo, accelerazioni, adagiarsi, partenza. Mala mela: delirio socio-politico come il discorso elettorale di presentazione dell’onorevole del partito dei suicidi (l’essere umano in quanto tale è persona banale e non speciale a cui Dio concede gesti assai banali): inizia tenue, sale falcidiante, termina sordo. 1°2°3° brano dei tempi di Fuoco su di te tra echi industrial, rap ed hardcore: la voce di Godano, ed è un gran merito, sembra quella di un cane con la rabbia e la bava alla bocca. Con quest’album il miglior album rock che si sia mai fatto in Italia (gli sono pari, per spessore poetico/evocativo, anche se su tutt’altra dimensione, soltanto alcuni lavori-Litfiba): dal vivo i Marlene Kuntz offrono quanto di meglio si può trovare in Italia (per quanto riguarda il pre-94, ancora, solo i Litfiba possono essere confrontati loro). 1994: nella penisola il gruppo è sconosciuto, a quasi tutti i livelli. Non esiste. Zero pubblicità, zero fama, zero vendite. Bene, per le anime-Marlene, che così possono continuare, in pace, sul tema "il male di vivere".

Il vile (Polygram, 1996).

Se questo album fosse stato fatto dieci anni prima di quando è stato fatto, sarebbe stato un capolavoro del rock mondiale tutto. Perché poteva (tecnicamente) essere fatto nel 1986, in America. In Italia no, in Italia non è poco se è stato fatto nel 1996. Rimarrà il migliore album in studio che si sia mai pubblicato in Italia, insieme a 17 Re dei Litfiba (IRA, 1986). Il basso dei Marlene Kuntz con questo album è definitivamente affidato a Dan Solo: non un semplice comprimario, ma un delicato personaggio che, se lascerà la composizione delle musiche (oltre che a Godano) prevalentemente a Bergia e Tesio, si farà spesso portavoce del gruppo incarnandone l’aspetto più estroverso (va da se il fatto che l’estroversione comunicata è quella del disagio, dell’artista maledetto, della raffinatezza sopra la volgarità). Intanto, nel ’95, i C.S.I Ferretti, Maroccolo, Magnelli, Zamboni avevano fondato il Consorzio Produttori Indipendenti, che per qualche hanno ha consentito, a chi era in grado di fare musica di qualità in Italia, di pubblicare: saranno targati C.P.I tutti i lavori dei Marlene Kuntz dal 1996 al 1998. Il Vile, ovviamente prodotto dal binomio Maroccolo – Lega, è un album da atmosfera allucinata e febbricitante, tra la nausea, il vacuo ed il mal di pancia: come dimensione eterna della vita però, non come rottura o rivoluzione. Stasi. Relitto perpetuo. Il disseppellire un cadavere da una tomba ed il chiedergli ed il sentire la risposta. Il viola purpureo e il bianco inamidato del booklet, l’argento immacolato del cd, offrono supremamente il contenuto della masterizzazione. Senso di deriva costante tragicamente vanificato da una fune che tiene arenati alla palude. Malaria senza la plebea esteriorità della materia medica o degli effetti materiali del morbo. Morte manichea interessata solo alla depressione animata e non alla tubercolosi o verminescenza che ne potrebbe essere la causa. Contemplazione dell’effetto fine a se stessa; nient’altro interesse o consapevolezza. Se possibile, Il Vile è l’album più Sonic Youth del complesso; questo per quanto riguarda la materia. Per il messaggio: aristocrazia di mendacità, di solitudine, di catarismo laico, di luce aria fluidi malati. Bulemico, imprigionato. Senza attenzione o commento o redenzione compromettente. Una gamba ingessata a crogiolare a inverno lento a estrema reciproca ininfluente beffa della paralisi universale. Senso di otite. L’album si intitola "Il Vile", ma avrebbe potuto intitolarsi "La Vulva" in quanto all’interno di questo habitat, tra i suoi calori-odori e i suoi mestrui, nasce e muore: alcun respiro al di fuori di questo, perché alcun’ aria al di fuori di questa. Il continuum che ne emerge merita, unico nella storia del rock, la definizione di concept album (gli altri chiamati così sono solo noie stupide e volgari) 3 di 3, membrana, apre subito il sipario alla rarefazione del miele colato nella secca gola del febbricitante, oramai più polvere che ossa: i "tre" sono l’occhio (Godano), la sua amata (in potenza) e l’amante di questa (in atto): se le cose fossero altro dal male, o almeno fossero così sagge da accorgersi di questo, l’amata si girerebbe verso l’occhio (e vedrebbe): ma ciò non accadrà: si rimane tre animali, volgari, sul labbro della vagina che, bestiale e stupida, prima o poi si slabbrerà. I tre, poi, si fanno più stupidi e bestie della vagina stessa, in quanto, per legge naturale, ne sono schiavi. L’andamento è frastagliato, singhiozzante e metallicamente scandito, alla Killing Joke. Retrattile è un’arringa quando è passato il tempo delle arringhe, quando queste non servano più: l’amata, perduta prima ancora di poterle dire alcunché, prima ancora che fosse tale, nel secondo passo dopo la mancata concentrazione sull’occhio, non può far altro che insozzarsi di comuni, già viste, insulse e vane passioni del buco-società, parassitare per la nuova dignità essere esplicita col beige che non dona ma spara via dai guai. La ragazza ha scelto: congratulazioni le urla rabbiosamente Godano con un tono di offesa riferito, per primo, a lui stesso, fallito a cui non rimane nemmeno il compatirsi (giustamente giudicato mediocrità). D’altro canto la società sa arruolare i suoi filistei. L’agguato è il primo capolavoro nei capolavori: schema alla Velvet Underground: partenza a 2 (di pezzi, di velocità) arrivo a 1000 (i pezzi dell’individuo diviso, i Km/h): interpretato con la costruzione (il piano con poche note) / devastazione (il forte con note così incalcolabili da non essere più tali) dei più arroventati Sonic Youth. Schema binario, secco: non in crescendo: fase uno: l’auto fila via liscia carezzata dal vento che è biscia e morbido striscia sulle lamiere madide al sole giallo di guai: fase due: in un lasso esiziale un bolide appare e finisce lì; perché tutto sta in un esiziale secco e disumano scarto di secondo che vale tanto quanto una vita che è più finita di una resa mai incominciata. Prima parte: batteria/voce: Iggy Pop The passenger; seconda parte: batteria/chitarre: Mission of Burma più feroci (ripeto una volta per tutte: i Sonic Youth sono ovunque, ogni riferimento ad altri vale: Sonic Youth "+" o "che fanno" X). Cenere è un altro capolavoro nei capolavori; fra i pezzi più in-vagina: tricorno sfonda Donna-Piera/ la cameriera tuba con la vagina/ culo squassato sembra vera/ e si strofina il vello nella latrina/ io che son bimbo io non intendo/ ma piange forte il mio cuore sai perché?/ non ti so scopare: iper-realismo per denunciare la promiscuità di questi: vi sono cose più "vere": e non sono quelle anti-realiste (=spirituali): l’unica verità è il non dare importanza alla realtà, che, se pur sola esiste, tuttavia (data la sua convenzionalità) non si merita nulla. Questo avrebbe fatto vedere l’occhio alla Donna che non ha voluto. Cenere su cenere dunque: iper-realismo su realismo per annullare ogni valore ed ogni pseudo-visione che, in quanto visione di cose reali, è solo cecità. Come stavamo ieri è uno dei due adagi/ballabili dell’album: i Marlene Kuntz, troppo ostinatamente, ne faranno un classico loro, ripropinandolo in ogni occasione mentre spesso è fuori luogo. Tuttavia, nell’economia dell’album è importante: fa respirare, sopravvivere: anche se sprofondati in rose appassite, prive di odore, di colore, di tinta: possono solo asfissiare plagiando le radici. Pur adagio, non è una ballata: i Marlene Kuntz, non cedono mai al melenso: il volume tratteggia una dimensione onirica e trasognata ma è comunque deciso e privo di autocompiacimenti. Fuori dal contesto dell’album (in cui ha una funzione essenziale di "rilassamento") il brano non ha tuttavia valore. Overflash è un sarcasmo delirante e rabbioso che sfiora la misoginia (voglio una figa blu), quando la Donna, se c’è una cosa che conti nella vita, è questo contare: non esiste una canzone dei Marlene Kuntz o un pensiero di Godano che non sia riferito ad una Donna/Amata. Il brano in questione si allarga poi ad una critica sociale verso tutta quelle serie di Donne-vamp o meglio Donne (=possibilità di nobilitare la vita) sposate, ammuffite, soggiogate al meccanismo della volgarità/stupidità e ad esso contribuenti (= fine di ogni speranza di trascendentalità); all’interno di questo meccanismo apparentemente naturale ma in realtà dopante, è finita anche la Donna/Amata di turno: per cui da una certa data la mia vita si è coricata senza fiato e non si muove più. Ape regina, per articolazione il momento-capolavoro più evidente dell’album, potrebbe essere una canzone dei Manowar suonata con la foga dei Sonic Youth più estremi (nel piano-forte) e cantata da Marilyn Manson. Essendo la Donna tutto, e perduta questa, non rimane che passare dalla filoginia alla misoginia e conseguentemente alla misantropia (gli uomini e gli amici hanno un senso solo in quanto cornice di Donne): Godano (l’importanza, per il mondo musicale, dei testi del quale nessuno ha finora messo giustamente in evidenza) si supera: posso fare fuori parti di voi con facilità/ la mostruosità di ciò ravviva la parte cattiva che non ho avuto mai. È un nichilismo sensibile: consapevole che nulla merita ma anche, se qualcosa potesse mai meritare, dei soli modi per consentire ciò. L’esangue Deborah è quel brano che Come stavamo ieri non potrà mai riuscire ad essere: sfiora i meandri più tenui, costruisce valori che poi abbandona, si smemora di ogni saggezza e si perde in un ultimo, estremo (inascoltato?), gemito d’amore. Una bolla; ma di grazia; e non solo di fumo ossidato. Ti giro intorno è un passaggio, con la medesima funzione di Come stavamo ieri anche se con un timbro più sostenuto, verso i due capolavori hardcore finali: E non cessa di girare la mia testa in mezzo al mare è un eccesso futuristico canzonatorio e vilipendioso (punk-beach alla X quasi) nei confronti del soggetto e quindi di tutti gli oggetti (tutto fatto di niente); Il vile sviluppa i medesimi temi in senso ancor più disumano e tragico (oltretutto sa di castagne, fuochi, crogiolare, neve vista dal vetro di camera: ma fatuo, sgomento, mostruosità, nonostante): in un tutto fatto di niente non rimane, se rimane, che onorare il vile (che almeno non ha voluto partecipare al perverso gioco della vita): il significato di questo onorare poi si complica perché potrebbe essere inteso non solo come antifrasi (onorare il vile = uccidere il non-integrato) ma anche con valore positivo (onorare il vile = onorare il soggetto che ha raggiunto il successo musicale e che per questo è vile, non ha saputo rimanere nella perdizione): il risultato non cambia, il nichilismo impera e impedisce, rendendo inabili, di colpire al cuore e conquistare il tuo stupore. La fede/speranza nella Donna/Amore/Smemoramento approda ad un essere inetto nichilistico che è prima di tutto misantropia: a partire da una volontà/sentimento autodistruttivo di fondo. Gli album rock vanno spezzati, bisogna ascoltarne ora un brano ora un altro, per saggiarne la forgia: Il Vile, chi ha voglia, se lo ascolti di seguito, se lo ascolti come un unico serpente.

Come di Sdegno (Polygram, 1998)

Questo, che non è definito dal gruppo un album ma un mini-album (anche se dura 40 minuti) andrebbe acquistato solo per il titolo (tra i più significativi di sempre e in assoluto, anche semanticamente) e la copertina dell’amico-pittore Daniele Galliano: realismo stralunato e fotografico che tratteggia tra marroni ed avana un individuo in atto conativo. Un terzo motivo: La vampa delle impressioni parte II: un minuto e mezzo di prosa dove Godano espone (con la solita raffinata e ricercata sapienza) tutta la sua filosofia dell’‘Indignazione’ che è rara quella vera. E io odio il carcere (=il mondo). Il resto è costituito da tre inediti: Aurora è uno standard dello stile Marlene, con un testo sempre di alto livello riferito ad un ennesimo/a caduto/a nella malia della mediocrità; Donna L un live del ’96 che alterna strascichi ubriachi tipo Tom Waits a rappresaglie hardcore efficacissime; Questo ed altro il brano migliore del mini-album, sorta di Ape regina minore: è la chitarra a cantare, in un giro che sa di cammino verso il definitivo salto nel vuoto successivo all’opprimente e vitale sopportazione di tutti i pesi che il nascere porta con sé: l’unica catarsi sembra l’autodistruggersi distruggendo (certe cose son da fare/ una è detta eliminare/ la seconda è cancellare). Completano la raccolta una (prima) versione remix di Come stavamo ieri ed una lunga sequela strumentale (30 minuti filati), ennesimo omaggio ai Sonic Youth (distorsioni, sgozzamenti di melodie, distorsioni di mantenimento, distorsioni fine a se stesse significanti la non significanza del tutto al di là del rumore stupido), ennesima riconferma del "candore" intrinseco ad ogni componente del gruppo che nella più abietta o maledetta delle situazioni riesce comunque sempre ad esprimere, consentendo così di distinguersi da ogni altro: i 30 minuti di solo strumentale de La vampa delle impressioni parte I precedono (ottimamente nell’idea e non importa se si è già vista milioni di volte) il minuto e mezzo della Parte due di solo sibilo parlato.

Ho ucciso paranoia (Polygram, 1998)

Anche se non sarebbe stato male, comunque i Marlene Kuntz hanno deciso di non fossilizzarsi in una direzione e, pur all’interno di un medesimo spessore qualitativo, sforzano il loro sempre riconoscibile linguaggio in eresie ed eresie, col tempo in progressiva evidenza. Mentre tutti gli album rifuggono la medietà di tono, il secondo album rispetto al primo, predilige scindere in brani diversi sostenutezze e mollezze, anziché metterli in compresenza nello stesso brano: questo processo sarà sempre più accentuato nei lavori seguenti, ma non significa assolutamente che il gruppo abbandoni una delle fondamentali connotazioni e dei Sonic Youth e del grunge: il piano/ forte: solo che mentre i brani pesanti dei Marlene Kuntz sono sempre piano/forti quelli più tenui con il passare del tempo anziché adottare lo schema piano/forte proprio dei brani pesanti e fare prevalere all’interno di questo schema (contrariamente ai brani pesanti) la prima componente sulla seconda, tendono a far scomparire quest’ultima, preferendo andare sotto, anziché al pari tonico-volumetrico del rock medio. Infine è da dire che il piano/forte marlenico avviene in due modi: o alternando susseguentemente il piano al forte o dividendo in modo marcato e tendente all’ascensione una prima parte piana da una seconda forte; o ancora (e più spesso): una parte forte da una fortissima in entrambi i modi. Ho ucciso paranoia sarebbe il miglior album dei Marlene Kuntz a parità con Il vile, se non fosse stato fatto due anni dopo questi: contrariamente ai dialettici progressisti, diamo la palma a chi precede. Se le liriche di Godano non possono essere migliori di come sono già (e su questi alti livelli si manterranno sempre), il gruppo, musicalmente, direbbe un critico musicale (uno cioè interessato alla musica e basta: per nulla ai rumori né all’estetica da essi derivante, ma solo all’oggetto balistico rappresentato dal suono) è cresciuto molto, smaliziandosi, sciogliendosi e variando sia nelle soluzioni compositive sia nelle tecniche esecutive. Il continuum de Il vile rimarrà un unicum: tutti gli altri album possono benissimo essere ascoltati come si vuole e a partire da dove si vuole senza perderne in comprensibilità o effetto. I Marlene Kuntz, in quest’album (che in realtà sono due: il secondo cd consiste in brani strumentali/sperimentali per altro per nulla noiosi o sterili di significato), sono, se possibile, ancora più ascetici, disillusi e distaccati dal mondo: il dolore ha lasciato posto solo per la rassegnazione. L’odio migliore è un inizio ex abrupto che cala subito, chi voglia prestargli la sufficiente attenzione, in uno stato di truculenza primordiale, senza sfaccettamenti: bere il sangue del cranio di un guerriero morto in battaglia come ultimo atto prima di svanire nel nero della terra già desolata. L’abitudine cambia completamente atmosfera (o tipo di desolazione): cresce senza esplodere dimostrando un primo esempio del passaggio dallo schema piano/forte a quello piano: è un tete a tete con un inizio raffinatissimo, sussurrato, ventilato, numico: ora è la sera/ morbida e chiara/ bacio di ponente soffice/ sulle nostre labbra aride; il resto un crogiolarsi nel pianto. I brani lenti dei Marlene Kuntz ricercano raffinatamente sempre più effetti sintetici alla Public Image. Le putte è un capolavoro assoluto: nel testo, nelle musiche, nella voce di Godano, suprema e basta. (grazie a dio Godano non è un cantante; grazie a dio non ci sono solo cantanti). Il testo è, senza scherzi, filosofa del linguaggio: la poesia, anziché la logica, dipana la dimostrazione/concetto della convenzionalità del linguaggio e di ciò che esso significa, mentre i più sono convinti della sua effettiva significanza ed autenticità (le puttane sono le lettere dell’alfabeto) le cose non sono diverse dalle parole, come crede la gente; le cose sono le parole, salvo poi che queste sono convenzione. Infinità è la terza del filone Come stavamo ieriL’esangue Deborah e, per qualità si colloca al secondo posto: trasognata, persa nel candore, ovattata, manto di sbuffi, sbuffi di nuvole. Le chitarre di Godano e Tesio per raffinatezza e particolarità fottono tranquillamente (anche se non ci vuole molto, data la rozzezza fine a se stessa di questi) i vari Santana, Clapton, Page: gente che non ha mai capito che lo strumento è appunto strumento non fine: gente che non ha fini da proporre: gente che non farebbe commuovere nemmeno attori da telenovelas pagati per questo. Una canzone arresa liquidamene incede, stagliandosi poi su una muraglia di suoni appena accennata, perché subito amputata da un gondolare, terreno per dire: c’è la brezza che disegna la tua infelicità/ fra le ortiche e questo pezzo di cielo. Dimostra, ancora, la scelta, per quanto riguarda i brani tenui, del solo piano: se si fosse stati in Catartica la muraglia di cui sopra, all’interno della lentezza del componimento, ci sarebbe stata, uniformandolo forse ad altri e non consentendo l’innalzarsi ed imporsi della melodia (qui preminente) sullo sferragliamento (che compare, in parte, solo nel finale, a denunziare, appunto, l’arresa). Questo e altro è una versione "re-mixata" e "re-noise-ata" di quella di Come di sdegno: roba da galeone, un galeone frutto di allucinazione da sgomento o digiuno, che non è nel mare ma è in terra, e nello sballottamento, anziché pensare al mare che non lo provoca, si pensa al perché della terra che è a provocarlo. C’è solo una persona che quando urla non è inferiore a Godano: Francis Black, che con i suoi Pixis può vantare il gruppo più raffinato ed elegante al mondo (assieme, al di là della storia della musica, ai Marlene Kuntz). Ineluttabile è ancora un capolavoro: una preghiera indigesta e scorata: prima parte mormorio: seconda parte: devastazione. Il testo meriterebbe una lettura complessiva, comunque: come girano i colori ed i sapori nella vita vera? Qui per ora è nero come Angoscia e amaro come Fiele. Lamento dello sbronzo continua superlativamente: cambia ancora tono: l’Amata, verso la quale ci si spetta di vendicarsi a) quando si accorgerà della sua scelta di vita di merda b) quando vedrà (con, ed è l’ultima speranza, un qualche barlume di compassione o rimorso) l’Amante rifiutato, inascoltato, ignorato, preso in giro a cui non rimane che un insensato ubriacarsi. Toccante, commovente: e non solo la voce o le parole, ma anche le chitarre, e la subordinazione del basso, la discrezione della batteria: tutti danno il massimo, nel tenue, come nel non. Il naufragio continua la saga (ambientata in una tempesta, non di mare, ma di terra: cioè, dell’anima che deve scegliere a contatto col mondo) di Questo ed altro: l’individuo contro la società: un ennesimo che si è arreso, venduto, convinto nella convenzionalità suprema che è il fatto sociale. In delirio è la premessa più opportuna ed emozionante per il più grande brano dell’album e uno dei massimi dei Kuntz (che, regolarmente, ignoreranno dal vivo e in ogni altra occasione: come, da chicchessia, sarà ignorato), il finale: per palesare la statura di questa penultima canzone (il rombante monologo ad una terza o seconda persona) basta dire che pur cedendo (e, tranne qualcosa death metal, non esiste un gruppo al mondo che non vi abbia ceduto) anche i Marlene Kuntz all’orrenda parola baby questa, più volte (e con sicura provocazione) ripetuta non altera né sminuisce la raffinata violenza dell’impatto sonoro; ottimo l’arresto finale con ripresa "da citofono". In Un sollievo chi ha un minimo di sensibilità troverà tutto ciò che desidera: somma dei Marlene Kuntz più ispirati: desolazione estrema, che per loro significa inevitabilmente estrema raffinatezza, lentezza, acceleratore (per schiantarsi contro un muro, ma a rallenty: visti cioè da fuori noi stessi), urlo (questa volta cantato-recitato), totale, assoluto, di Godano. Se potesse dare ciò che c’è di prezioso nel mondo all’Amata, il soggetto glielo darebbe: ma non può darle nulla, perché non c’è nulla. Non potrà amarla. Non potrà esserci Amore.

Che cosa vedi (Virgin, 2000).

Preceduto da un live quanto meno (e stranamente, dato che i Merlene Kuntz sono, chiaramente, anche il miglior gruppo italiano dal vivo al pari, per qualità, dei vecchi Litfiba) interlocutorio (non hanno bisogno, i Marlene, per pubblicare un live di scegliere brani estrapolati da concerti diversi: anzi, così si sputtanano, data la particolare ed unica atmosfera di ogni loro concerto: avrebbero fatto meglio, una serata a caso, a infilare la spina a un registratore qualsiasi e pubblicare quello che veniva fuori), H.U.P. Live in Catarsis (Sonica Factory, 1999), l’album in questione è un ennesimo, notevole, lavoro. Molto diverso, nei modi: mentre la sostanza è sempre la qualità e la raffinatezza. Ancora una volta il booklet fa fede del contenuto: non più il viola incupito ed incrostato, rispetto a quello terzo ed allucinato de Il Vile, di Ho ucciso paranoia: non più epicità: elegia e vivace, con il miele, i cenci e la tristezza del carnevale e dei suoi coriandoli di girotondi. È il primo album non invernale dei Marlene Kuntz, è un album di precoci primavere, di quando la notte prevale ancora sul giorno (o di tardissima e languida estate, di quando la notte prevale già sul giorno) rendendo questi, così, più prezioso e vivido. Tutto acquista in profondità: il sole come il buio; è un album di immersioni e non tanto di indifferenza o apatia: redime la dimensione nichilistica a vantaggio di una tragica (quindi etica e combattiva). Per questo sono da preferire, in quanto più estremi (nei contenuti, non nelle forme, riguardo alle quali questo è l’album più estremo dei Marlene Kuntz: spaziando dall’hardcore al pop/rock alternativo al post-punk all’hevymetal) i due album precedenti a questo; e per ciò Che cosa vedi si riallaccia, per vie traverse, a Catartica: è vita dopo la morte, è non rinascita ma riimmersione in un processo del quale si è compreso il meccanismo (il titolo dell’album, così apparentemente mediocre, è pregno di significato e molto speculativo: giustificato da quanto appena detto; domanda la cui risposta sta in un ritorno allo studio sociale partendo da una sua programmatica negazione). Il tutto in arancio, arancio fosforescente. Catartica era il trauma del distaccamento; Che cosa vedi la reintegrazione dopo l’esilio disumano e speculativo. Barbagli dei due processi sono comunque presenti in ogni album, fruibili come ponti tra l’uno e l’altro e testimonianti un itinere mai concluso e sempre soggetto a ripensamenti, revisioni, ricadute o scomparse. Musicalmente-tecnicamente molte progressioni, nuovi espedienti e nuova freschezza: ripeto, i Marlene Kuntz (pur opinabilmente) hanno deciso di non fossilizzarsi. Piace loro sperimentare e sorprendere (all’interno di un capitolo, quello del rock, che è oramai e da anni concluso: ma questo tanto la gente non lo sa e tali inconsapevoli possono sorprendere i Marlene o anche chi, come il sottoscritto, si dimentica di ogni storicismo e prende i pochi album degni, come sono quelli dei Marlene, quali cose a se stanti e indipendenti da tutto, eternamente); trasportano tecniche dei cantautori sperimentali (specie nel settore industriale) nel contesto hardcore, senza tuttavia mai confondere i generi o rinnegare la propria pasta di falcidiatori di suoni. Con Che cosa vedi si assiste ad un primo tentativo di mettere da parte un po’ di Sonic Youth, sostituiti con dosi consistenti di Nick Cave, William Burroughs, Tom Waits, Lou Reed e anche Joe Jackson (per un certo "esotismo" pur se controllato, veramente estraneo ed impensabile per gli standard del gruppo). Il pessimismo non è deposto dal suo trono; diventa, a tratti, tuttavia un vecchio compagno con cui giocare e sarcasticamente scherzare (oltre la solita fonte di disprezzo, dolore, disperazione). Cara è la fine è un capolavoro assoluto, la migliore canzone dell’album e una delle migliori del gruppo; risente (per l’incedere da galoppo tormentato della quasi-doppia batteria) del Nick Cave di Tender prey (Mute, 1988): è un’autodistruzione che sembra contraddire quanto abbiamo appena detto dell’album, nel quale (concettualmente) potrebbe quasi stonare, ma non importa: se c’è significa che è superata (per concetti e storia) dai brani che la seguono: chitarre "a violino": archi per due pistole di due (ex) amanti cui, data l’inconsistenza di Amore, non rimane che spararsi e saltare a vicenda, nel tentativo di far saltare/non dare soddisfazione ad un marcio mondo (non marcio in quanto mondo, ma mondo in quanto marcio). Serrande alzate trasporta su altri lidi: inizia latente, sembra un cucchiaino che gira nella tazzina del caffè, ma poi, nella delicatezza, prima di sfiorare il parossitono, qui un po’ latente, si libra e libra verso un sentimento non retorico o autocompiaciuto e dice: la mia culla è meraviglia esplosa/ non ti dondola ma avvolge e ammanta/ la mia culla è poesia ansiosa/ di svelarmi quello che ti incanta. Il sereno dopo la tempesta. Anche se è un sereno fatto di un quasi-nulla. Canzone di oggi è un irresistibile ballabile a tempo Killing Joke: gioca un po’ con tutti, anche con (il sacro) urlo di Godano che fa il verso ad una locomotiva: è carica e caricamento: una tarantola, una tarantola che si dimena cercando di dimenticarsi quella verità che renderebbe impossibile e abortito ogni movimento. Resta da vedere tuttavia se la possibilità di questi non sia eccessivamente artificiosa (smascherandosi nel suo stesso non essere convinta). L’abbraccio, a parte un finale che disorienta, a se stante e che va per conto suo, è volutamente ridondante e brutta (come la voce anale a autoflagellante dell’estetica del brutto di Lou Reed): detto questo, tuttavia, finisce per annoiare; come La canzone che scrivo per te, all’ultimo posto del filone Come stavamo ieri, L’esangue Deborah, Infinità: a parte il, veramente fuori luogo, intervento di Skin degli Skunk Anansie, indugia troppo nel gioco dell’illusione e dello smerdarsi di buona volontà e buoni sentimenti (=pop). Può difendersi, in parte, con due cose: i dieci secondi di intro di una distorta e rallentata chitarra; un paio di frasi che prese da sole rivelano una grande sensibilità: Non c’è contatto di mucosa con mucosa eppur mi infetto di te; Sì che ci sei/ prima che ti conoscessi; Ma ora ho in testa il viso di qualcuno più speciale di me, che sa cantare ma ha più stemmi da lustrare di me (unico lampo di pessimismo in questa deriva). Due sogni, che attacca tipo tarantella (una fra le tante eccezioni di questo disco rispetto al rigoroso primitivismo sonoro dei Marlene Kuntz che campa solo di straordinari ed avveniristici vortici chitarristici) e prosegue con moto tempestoso, scagliato, in questo caso, contro le vanità di una Donna stregata dal successo del suo partner piuttosto che da "altro" di più profondo: divisa in scene a se stanti che si sovrappongono, a parte una certa dose di violenza e le suddette innovazioni compositive (anche un piano elettrico, di cui in questo album si fa un gran uso, eccezionalmente, ripeto, per i Marlene) non è di gran valore. Chi mi credo d’essere? Eccolo, un capolavoro: hard-core che farebbe invidia ai migliori Husker du; devastante finale che non temerebbe il confronto con i Metallica; ugola di Godano superlativa; testo pirandelliano. Alterazione, finta-quiete/devastazione, alla Mudhoney. Il brano più violento dei Marlene Kuntz. Estremo, autolesionistico: se non ci fosse Godano, l’unico altro abilitato ad interpretarlo sarebbe Marilyn Manson. Primo maggio: sornionismo estraneo ai Marlene Kuntz, che sorprende per i suoi battiti a singhiozzo: sembra soffocare, poi si riprende; gran lavoro di missaggio; violenza da mantenimento (senza lo sfondare e autoannullarsi come nel brano che lo precede) a parte la deflagrazione, opportunissima, di un grido semi-conclusivo. Frase finale da annali della misantropia e a-socialità, recitata con noncuranza, leggerezza e velocità: il lavoro debilita l’uomo. La mia promessa: quello che La canzone che scrivo per te non potrà mai essere: la sublimazione del sentimento amoroso, al quale (inevitabilmente, se si vuole parlare) ci si rivolge ancora: pur da un angolo fuori dal mondo e a-temporale. Scritta per far, almeno piangere, la Donna amata (nonostante tutto, e la sua corruzione mondana, destinata, per la sua beltà di candore, ad approdare al Paradiso), né più né meno di una moderna Beatrice: chiediglieLo tu che ti conceda di avermi con te lassù (non per la mia salvezza, ma per il tuo bene: ci sarà dio, ma solo io, anche in Paradiso, potrò essere il tuo bene). Malinconica è un acquarello che, se ne avesse fatti, potrebbe essere di Degas: assenzio (siamo in un bar); poi una frustata di beatitudine latente e totale, incontenibile, di quelle che gonfiano il cuore; stato eccitato e commosso: vale la pena di perdercisi, anche se tutto finirà in una disillusione mortuaria (= volgarità della società/forza lavoro). Ma un pensiero, un pensiero inconfessabile e contro tutti e tutto, lo merita, lo merita ciò che suscita, nel soggetto, la visione di una vecchia (= ex = "ammogliata") Donna ora rivista per un attimo: non parla, non sa, ma porta, con sé, ogni preziosità. Quasi 2001 altro hard-core anti-sociale; bolle come un pentolone di liquidi malefici (gli effluvi della società andata a male nello stesso nascere); il proseguo di Chi mi credo di essere? A cui risponde: non certo l’ex cocco di mamma e papà che non ci sono più (è meglio ciò che non ha inizio): finale di devastante perdizione negli inferi delle galassie. Buon viaggio idiota 1) prima nella società 2) poi nel nulla totale che riserva la fine (necessaria) della sussistenza sociale, con il suo (necessario) autodenunciarsi. Torrentizio. Nichilistico. Disprezzante tutto. E poi il buio: palma di raffinatezza; ricorda (per l’effetto collinare-notturno) Gioia (che mi do): lunga introduzione parlata alla Burroughs; processione da sdraiato su letto ad arenarsi e reificarsi; constatazione che devono aver diviso in due il mondo e penso di essere dalla parte sbagliata dopo di cui può partire il "meritato" (viene sempre dopo la presa di coscienza di una data situazione) urlo di Godano sostenuto da chitarre sinuanti e distorte in modo sublimamente canoro. La (quasi, prima di una ricaduta) fine del viaggio paziente in ciò che si vede: nell’ombra del monte mi pento di averti lasciata tornare (insicurezza, insoddisfazione; alla fine, dopotutto, tutto continua a non contare: come volevasi dimostrare; per quanto si faccia, per quanto si voglia). Grazie: tema apparentemente retorico che con organi e pianoforti sorge ad una raffinatezza disumana giustificata dal ringraziare (il mondo) per aver permesso al soggetto di vedere cosa c’era da vedere: e concludere/si nel (già aspettato e immancabile) nulla. Siamo sotto una pergola, di notte, solo fresco e leggerezza e alcuna luce: i brividi dell’animo non riescono ad affrancare dall’autoevidente verità nichilistica. Gabbiani (effetto di) concludono quest’ultimo esperimento marleniano in un estrema dissociazione estraniata.

Cometa (Virgin, 2001)

Altro mini-album stile Come di sdegno. A parte versioni più o meno discutibili/noiose di La mia promessa, Nuotando nell’aria, Trasudamerica, Infinità, Come stavamo ieri vi sono due capolavori assoluti. Cometa è uno dei massimi componimenti dei Marlene che dimostrano piena salute: al ritmo di Canzone di oggi, ne esaspera le asperità e le raffinatezze; vanta un testo plurireferenziale; Godano, in voce, si supera. È un Amore sconvolto: lascia che ti dica che sto male/ lascia e continua a non parlare. Bergia fa un gran lavoro alla batteria, protagonista assoluta. Un brano-manifesto. Elegia hard-core che improvvisamente si interrompe per dar spazio ad una seconda parte intermente strumentale e psicadelicamente corrotta (psicadelia sublime e delicata: tintinnii di cristalli, vellutatezze di yogurt). La vampa delle impressioni è proposta in una versione live imperdibile: inizio recitativo di Godano della parte II , tono disumano, rassegnazione totale, alienazione, stato comatoso: poi in costante crescendo continuo ma sortendo comunque una violentissima impennata, l’urlo, lunghissimo, sconvolgente, slabbrato, fino a raggiungere il fioco e l’ammutolimento (vedi Nirvana di Endless Nameless per capirne il significato): prima dell’ampio finale strumentale cicli noise chiudentisi e richiudentisi in se medesimo fino a morire del suo stesso peso.


Marlene Kuntz: Catartica (1994)
I M.K. esordiscono nel '94 quasi sconosciuti ma non tarderanno ad affermarsi. Propongono una interessante comunione di punk-rock e psichedelia tenuti assieme da una spiccata predilizione per i suoni rumorosi, distorti, di chiara matrice Sonic Youth (da loro dichiaratamente idolatrati) ed anche se non raggiungeranno mai lontanamente le loro vette espressive, almeno cui provano. Portano una bella boccata di aria fresca nello stagnante paesaggio rock italiano cosparso di gruppi di ragazzini che altro non sanno fare che copiare modelli stranieri stra-obsoleti, e grazie ad un buon occhio per la melodia e la orecchiabilita' riescono a fare breccia anche nel pubblico piu' vasto. Il primo pezzo, "M.K.", e' un punk suonato con chitarre quasi metal, pesante e martellante su cui la voce di Godano, acida, risalta. C'e' da dire che hanno un'ottima cura per i suoni, accuratamente studiati e soppesati per ogni traccia, quasi piu' per la canzone in se'. "Festa mesta" prorompe col suo linguaggio un po' da ragazzini sguaiati e i suoi testi che provano a provocare. Cambia ritmo cosi' tante volte che e' inutile starle ad elencare tutte, costituendo con la sua elettricita' e adrenalina l'ottimo preludio a "Sonica" (anche qui come piu' avanti si nota come pure la scaletta sia assolutamente curata, ma sono dettagli minori in fondo), il pezzo forse piu' blasonato del disco. Questo inizia con un sottofondo di chitarre sclerotiche che si agitano nel silenzio e che accompagneranno gli altri strumenti per tutto il brano riapparendo di tanto in tanto per poi evolvere in una spirale centripeta con basso e batteria sempre piu' martellanti, chitarre e voci epiche e ripetitive. Peccato che alla fine scada un po' in un banale ritornello. Ma il gruppo non e' solo rumore e ritmo, bensi' sanno pure confrontarsi anche con struggenti ed eteree ballate come "Nuotando nell'aria", "Lieve", "Gioia che mi do" dove la divagazione in sentimentali ed epico-tragiche suonate e' d'obbligo. Ma come non e' tutto oro quello che luccica, e' pure vero che anche la bigiotteria a volte puo' essere fatta veramente bene, e loro ne sono l'esempio. Il loro pregio piu' grande, ed anche il maggiore limite, e' quello di proporre sonorita', ritmiche e idee diverse dal solito circo di MTV agli spettatori di MTV stessa, che un suono di chitarra alla Thurston Moore non la sentono neanche una volta all'anno. Ovviamente devono pagare un pegno in dinamica e originalita' che, se in questo disco non e' cosi' spiccato per via della "giovanilita'" dei brani, piu' avanti e soprattutto dal terzo disco risalteranno decisamente. 5.5/10. Fabio Tonti
Marlene Kuntz: Che cosa vedi (Sonica, 2000)
"Che cosa vedi" e` il primo album dei Marlene Kuntz ad essere distribuito da una major (la Virgin).Questo fatto,insieme alla maggiore levigatezza del loro sound,ha procurato loro l'accusa di venduti.Innanzitutto,l'etichetta di riferimento del gruppo rimane sempre l'indipendente Sonica Factory,in secondo luogo l'accusa di aver prodotto un album troppo commerciale non ha senso,poiche` i quattro ragazzi di Cuneo hanno ormai superato la trentina abbondantemente,e non si pu• piu` pretendere da loro la stessa rabbia e ruvidezza dei primi dischi.Detto questo,devo per• sottlineare le sbavature commesse dai Marlene in questo album:su tutte svetta il duetto con Skin,in "La canzone che scrivo per te",inutile e inconcludente a livello musicale;non arrivo pero` a credere,come fanno alcuni,che la cantante sia stata addiriturra impostagli dalla Virgin (che e` la stessa etichetta di Skin).Anche l'uso per la prima volta delle tastiere ha fatto storcere il naso ai fans piu` intransigenti:devo pero` dire che nella maggior parte delle canzoni se ne e` fatto un uso limitato,riuscendo cosi` a risultare alla fine gradevole all'ascolto.Non e` cosi` per l'ultima traccia,"Grazie",dove le chitarre sono soffocate dal pianoforte e dall'organo,oltre che da una massiccia quantita` di effetti,tanto da far risultare alla fine la canzone addirittura imbarazzante.Comunque,anche in quest'album sono presenti canzoni degne di essere ricordate,come ad esempio "L'abbraccio" e ,sopratutto,"Quasi 20001",in cui il basso di Dan Solo si scatena in un ritmo martellante e coinvolgente (da notare la citazione cinematografica presente nel testo della canzone "...quasi 2001,odissea nello strazio").Album di transizione,da avere solo se fan accaniti.Voto 5/10.
Luca Di Meco
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