Ligabue
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(Voti: il numero dei brani significativi sul numero dei brani totali)

Ligabue (WEA,1990) quattro su undici
Lambrusco, coltelli rose e popcorn (WEA,1991) cinque su dieci
Sopravvissuti e sopravviventi (WEA,1993) dieci su tredici
A che ora è la fine del mondo? (WEA,1994) cinque su otto
Buon compleanno Elvis (WEA,1995) otto su quattordici
Su e giù da un palco (WEA,1997) dieci su ventinove
Radiofreccia soundtraks (WEA,1998) otto su undici
Miss mondo (WEA,1999) tre su tredici
Fuori come va? (WEA, 2002) uno su dodici
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(Scheda di Tommaso Franci)

Ligabue è un poeta del popolo: il suo popolo è quello di un borgo della provincia di Reggio Emilia: Correggio: il suo tempo è tutto il passato e tutto il futuro che può avere uno nato, lì a Correggio, nel 1960. La sua lingua è la lingua del popolo: rozzissima, anche quando esprime stati d’animo dolci. Essendo questi poeta in musica la sua musica sarà altrettanto rozza. O si trova del fascino in questo o non si può trovare del fascino in Ligabue, che altro non riserva. Chiarendo: egli ha recitato per i suoi primi 27 anni di vita il ruolo dell’adolescente che ha passato l’età adolescenziale (o linea d’ombra) la quale tuttavia rimane la caratteristica peculiare del suo dibattersi tra il rispetto di un vecchio o normale (i contadini emiliani, gli operai metalmeccanici, il matrimonio, le partite a carte e a calcio) e la curiosità-stima per un nuovo o eccezionale (il rock, cosa aliena alla tradizione e dell’Italia e della pianura padana, con la conseguente vita da rocker). Le suddette di vecchio e nuovo non sarebbero categorie temporali; comunque, se vogliamo utilizzarle come tali per un inquadramento referenziale, possiamo dire che la prima (il vecchio) è rappresentata, in Ligabue, dagli anni 60’-70’ (la sua gioventù è a contatto coi vecchi del posto), la seconda (il nuovo) dagli anni ’80 (la maturità di Ligabue è il poter fruire del nuovo rappresentato dal rock: che poi questo sia quello degli anni ’60 non importa, comunque nuovo è, per lui). Dopo i 27 anni (del 1987 è il suo primo concerto) egli, checche ne dica cesserà di "vivere" (gli facciamo un piacere a dire che la testé detta è la sua vita) e tenterà, come meglio può, di ricordarsi di quando viveva, raccontando i suoi primi ed unici 27 anni: i vari lavori, i sabati di festa, il calore degli amici anche nella discordia, la tranquillità paurosa di un mondo che sembra andare avanti nonostante tutto, nonostante il bisogno di compassione di una ragazzo troppo piccolo per aspirare ad un "diverso" e troppo grande per accontentarsi di uno "stesso".

Ligabue (WEA, 1990).

Il rock-medio e purosangue di Ligabue si fa subito manifesto nel suo primo album (prodotto da Angelo Carrara e suonato oltre che da Ligabue, voce e chitarra acustica, dai Clandestino Luciano Ghezzi al basso, Gigi Cavalli Cocchi alla batteria, Max Gottafavi alla chitarra elettrica): un lavoro semplicissimo e senza fronzoli che succhia tutto ciò di rimasto negli anni ’80 (gli anni che hanno distrutto il rock classico, dando vita a un nuovo classicismo tuttavia in essi conclusosi) degli anni ’70. Per necessità storica (non essendo un artista o creatore di musica rock) Ligabue copiando il rock americano (e non inglese) più puro anni ’70 (= Springsteen, Patty Smith), ma facendolo nel 1990 è costretto (è per di più italiano e i tempi, per la fruizione di cambiamenti di cose "straniere" come è il rock per l’Italia, si dilatano) a filtrarlo con gli anni ’80. Con il prodotto più degenere e di massa degli anni ’80; quello che la gente-massa (=pop) si ricorda degli anni ’80, e quello per cui , in quanto anni troppo diversi, cioè legati a se stessi e a se stanti, la gente li schernisce e rinnega (salvo, forse, motivi inconsciamente profondi come l’istinto di sopravvivenza che porta a rimuovere gli anni ’80 unici, nella storia dell’umanità, veramente maniaco-suicidi o programmaticamente autodistruttivi): l’effetto campionatore/sintetico (al massimo evoluto nel power-pop dei R.E.M.). In questa considerazione si conclude Balliamo sul mondo il primo hit di Ligabue ma (oltre a quello musicale che non ci sarà e non potrà mai esserci) senza alcun valore (e, dato che per lui l’unico valore è il raccontare poetando, senza alcuno stimolo in questo senso). La voce di Ligabue (a metà tra Bruce Springsteen e Tom Waits), comunque, si dimostra subito (roca, calda, amichevole ed evocatrice/consolatoria/spensierata com’è) unica. Con Bambolina e barracuda, il brano più "maledetto" di Ligabue, si inizia ad entrare nel suo mondo poetico: tra le nebbie (perché questo è un album che avrebbe potuto intitolarsi "Nebbia in val Padana") del piazzale di un autogrill, un ragazzo-operaio coi vari sogni di evasione nel rock, preso da un mal di vivere controllato dalla priorità del sopravvivere e quindi, alla fine, rassicurante come un divertimento che non fa male, anzi affascina, e una prostituta (prostituta di "casa nostra", materna, amica: che aspetta in una camera sul raccordo autostradale). Usciti dalla camera: ancora nebbia, dove trovare purificazione (quella purificazione non persa, ma iniziata con la prostituta: purificazione dal mondo "normale" al cui abbraccio non si chiede cessazione ma depurazione). In Piccola stella senza cielo Ligabue mostra le sue larghe spalle protettive si esperienza e comprensione ad un’amata-soprammobile incantata ed estasiata dalla ricchezza del mondo "normale" di cui nemmeno immagina i limiti e di un mondo "speciale" comunque riconosciuto e ammirato (altrimenti non amerebbe il suo "angelo custode"). Marlon Brando è sempre lui è la cronaca di una serata di una ragazzo con la sua ragazza che va a prendere sotto casa e con la quale andrà prima al cinema e poi a fare l’amore: perché quelli di Ligabue non sono individui, ma tipi; Ligabue non è in grado di riconoscere l’individualità della persona; riduce tutto alla decina di tipi che ha nel proprio catalogo. Questa ingenuità è la forza e il limite della sua poetica. Stilisticamente, se si vuol parlare di stile, rock medio: e basta. Forse Ligabue è l’unico, ortodosso, rocker al mondo: le note del rock sono quelle di Ligabue. Ma è anche per questo che Ligabue non "fa" ma ricopia e ripropone solo cose implicite per tutti, basi, essenzialità. Se uno prende il tronco di un albero e lo mostra non "fa" niente; se uno prende il tronco di un albero e ne ricava una sedia "fa", ed "è" un falegname. Coloro che "fanno" rock rientrano nella seconda categoria; la maggior parte di coloro che vendono qualcosa come rock, non fanno parte di nessuna delle due categorie; Ligabue della prima. Ora, questo potrebbe essere anche un grandissimo merito: sono tutti presi o a non far nulla (i più) o a partire da quell’essenziale (le note-base rock) per approdare ad "altro", di creativo, di variato, di unico. La funzione di Ligabue è questa: ricordarci qual è il rock base: a chi è all’Università sembrerà di assistere una lezione per la prima elementare, ad altri potrà servire: comunque, quando Ligabue sostiene il suo lavoro da una poetica sufficientemente consistente, non può non intenerire: anche i cattedratici si intenerirebbero (salvo, chiaramente, alla lunga annoiarsi e avere la giusta sensazione di perdere tempo) a riassistere a delle infantili lezioni. I milioni di fans che ha Ligabue, non sono dei cattedratici: semplicemente dei compagni che ammirano il primo della classe ma proprio e solo perché ne comprendono i motivi di grandezza (rispetto e limitatamente alla classe) dati dall’osservanza rigorosa di un codice tacitamente (perché "naturalmente", la naturalezza della società) condiviso. Non è tempo per noi è il brano, in forma di inno generazionale, più "concettuale"dell’album, che non descrive cose ma stati di cose (le cause): rocker di provincia, la gioventù che Ligabue ha avuto o crede di aver avuto e (ma qui sbaglia) pensa di mantenere: il tutto al tempo di uno spedito country / rock & roll tipo Creedence Clearwater Revival. Bar mario è uno dei migliori oli di Ligabue con una commozione tutta concreta; realismo compassionevole; epicità del quotidiano: innalzare gli attimi a immutabili condizioni, è ciò che causa la depersonalizzazione degli individui che Ligabue fa a vantaggio dei tipi. Peggio Sogni di r&r, insulso blues, testamento spirituale mal riuscito, quanto male riesce a Ligabue l’enucleazione di concetti affrancati dal racconto storico-epico situazionale. Rialza un po’ il tono Radio radianti, tagliante hard-rock, tuttavia fine a se stesso, che finisce per infondere malinconia più per la pochezza musico/lirica dell’insieme che per un eventuale sentimento qui da nulla sostenuto o suscitato. Freddo cane in questa palude è il blues sufficientemente ad effetto che introduce il più riuscito brano dell’album: Angelo della nebbia. Siamo nei fossi prealbari, con la nebbia autunnale, frasettimanale, mentre tutti gli altri sono a lavoro: strade di campagna al di là della periferia: su fette d’asfalto dal fondo ceduto/due lepri ogni tanto si fermano lì. E Ligabue fa il miracolo: riesce, letteralmente, a far respirare nebbie, umidità sui vestiti, tangibili malinconie. Questo brano, anche per la sua profondità di messaggio ardua da comprendere (ci vuole una buona dose di sensibilità) resterà ignorato e dimenticato da tutti (forse nessuno lo ha mai ascoltato a dovere). Figlio di un cane è una buona scorribanda finale stile Stiff Little Fingers; vi è tutto l’ottimismo di Ligabue, che riesce ad emergere, illuminandolo, da un mondo e da fatti negativo-deludenti. Si riesce a far commedia della tragedia senza ironia, ma con sola voglia di vivere: perché si ha uno stimolo e un’energia tanto innati quanto fine a se stessi e ingiustificati.

Lambrusco, coltelli, rose e popcorn (WEA, 1991)

Con quest’album che costituisce, insieme a quelle del ’93 e ‘95, la migliore realizzazione di Ligabue, si passa dalla atmosfera-nebbia a quella pioggia (il mosto del vino, è pur sempre liquido, e quindi riconducibile all’effetto-pioggia). Pioggia nella quale compare anche il sole, a fare effetto-languire. Nel contempo Ligabue tenta di affrancarsi dalle sonorità postume anni ’80 e di assumere i dettami del nuovo grunge. Salviamoci la pelle è un sostenuto rock’roll nelle forme e nelle tematiche (due ragazzi che scappano da casa e da genitori insensibili o ubriaconi): come ad ognuno di noi, per quanto si ordini di fare una tal cosa, non si può togliere l’inevitabilità di farla in quel modo intrinseco alla propria personalità, così Ligabue, veda quel che veda, canti quel che canti, non riuscirà (ed è il suo valore, anche se dato da una necessità naturale: il suo merito, amplificarla) a togliersi le proprie lenti che gli fanno (e fanno a noi quando ci guardiamo) apparire tutto nella prospettiva dei sogni di r&r, della provincia emiliana, dell’operaio colto di sensibilità profonde ma tutte materiali: sostanziale bontà, sostanziale sopportazione, rassicurare, incoraggiare, far compagnia, farsi forza raccontandosi storie e con la presenza, a volte un po’ scomoda, di quelle degli altri: la vita e il messaggio di Ligabue. Lambrusco & pop corn dopo la negazione, rappresentata dalla fuga, della prima canzone, prosegue con la ricostruzione, dicendoci cosa ci salva la pelle: i sogni, appunto. Camera con vista nel deserto è, pur se non una "storia" ma un "concetto-dimensione", la prima canzone di qualità che si trova nell’album: slide guitar, armonica, trasfigurare: oggi si direbbe Ben Harper, allora Ballata Litfiba (17 Re, 1986). Anime in plexiglass è un samba in progressione di ritmo e spensieratezza ottenuta dal sorpasso di tutti i dolori e cicatrici dell’animo: il tutto in un improbabile mondo futuristico all’emiliana: una goffa, ma poeticamente significativa, evasione da tutti i luoghi e le situazioni che ci sono familiari, mentre ci sono davanti per di più. Con queste facce qui ha un inizio ballata, un proseguo garage rock, ma, pur all’interno dell’album del quale non altera minimamente l’atmosfera, finisce per risultare ridondante. Oggi è un bene che le canzoni dei primi album di Ligabue, musicalmente (e non solo), lascino un effetto di così ingenua semplicità da sfiorare il ridicolo: e la colpa non è per il loro riprendere i ’70 dagli ’80, ma proprio perché sono così: musicalmente (e concettualmente) così semplici da non trovare altra giustificazione al di fuori dello spirito/ambiente poetico. Quando uscirono erano album già antiquati, solo, all’interno di un mercato come quello italiano, risultavano attuali: e la gente, che già allora avrebbe dovuto apprezzarli solo "poeticamente" li, ignorantemente, apprezzava per le qualità artistiche (inesistenti): passata la moda di certe sonorità, sono passati anche quegli album che invece, all’interno di una discorso di comprensione poetica (nel quale viene sacrificata, ma tanto è epifenomenica, la musica) rimangono inalterati e del medesimo valore. Sarà un bel souvenir commuove, per la semplicità della ballata di un ragazzo, oramai un po’ attempato, che sembra dire "io sono tutto; speriamo basti": chitarre acustiche alternate a scandire di batteria; finale languore e fusione di anima che, nel brutto, si scioglie: analgesico naufragare, in mare, mare di stomachevole malformazione non autocompiaciuta. Libera nos a malo! Grande!, inaspettato; sorpresa; a ciel sereno: fulmine, fulmine, fulmine. Guns’n roses, Lou Reed, Litfiba, Scorpions: e tutto perfettamente: e senza storia: e con coro introduttivo di monaci cistercensi. Con Ti chiamerò Sam si torna nella mediocrità di una composizione quasi-pop deteriore anni ’80: a parte l’impreziosire di archi e una frase a sorpresa ed eccezionalmente, per Ligabue, autodistruttiva: ho voglia di stare male. Urlando contro il cielo: l’altro capolavoro dell’album, l’ultima cosa che ci si potrebbe aspettare (dopo una sorpresa come Liberas nos a malo, uno, dice, ci si dovrebbe accontentare … ) … invece no: hard rock teso, sincopato (che peraltro riprende, pari pari, lo schema di Anarchy in the U.K.): ancora orfano di storia, ricco di armonia maledetta e caricante: una di quelle canzoni "al di sopra", un rito, innico; coro non da stadio ma da girone infernale: quelle cose che fanno sembrare inutili ponderati discorsi a difesa o critica degli altri brani. Solo di certi brani bisognerebbe parlare o vivere. Due canzoni così Ligabue non le scriverà mai più. Regalami il tuo sogno: una noia melensa world music l’esistenza della quale solo la, comunque evocativa, voce di Ligabue riesce, in qualche modo, a giustificare.

Sopravvissuti e sopravviventi (WEA, 1993)

È l’album "più artistico" (già dalla copertina quasi-notevole) di Ligabue che, prima di prendere definitivamente la strada del successo, si concede questa strada contro tutto e contro tutti, senza compromessi. Un album duro, sotto ogni punto di vista. Un album grunge, ma grunge anni ’80: attraversato da pianole ed atmosfere pop/hard rock melodico stile Savatage. A ciò va aggiunta la fedeltà di Ligabue verso la semplificazione del rock più hard di Neil Young (quell’hard del capolavoro Hey hey my my (into the black)). Il suono di Ligabue si ripulisce, ma non per far vedere una luce più chiara, bensì una perla nera più oscura delineata da quella scorata, angosciata malinconia e sconforto blues che caratterizza tutto questo (al di là dei volumi) tristissimo disco. Tristezza amplificata dall’anti-estetismo che qui raggiunge un effetto spazzatura. Realismo espressionistico, ma espressionismo nato all’interno di quello stesso realismo che tenta di deformare, un realismo fatto di semplici, grossolani pieni e vuoti d’anima. Qui (contrariamente agli altri lavori di Ligabue) è landa perenne: non un cenno ottimistico, non una speranza, non un’ autoindulgenza. Questo è l’effetto, al di là delle parole che Ligabue dice o non dice, al di là del (ma è oramai inutile ripeterlo: andrebbe ripetuto per tutta la musica rock italiana) nullo valore musicale. Sarà un album dimenticato da tutti, il più "artistico" album di Ligabue, che diventa, così, anche il meno commerciale: sfortunato, ostico per primo al commercio. Doveva essere un concept, con per tema meta-storico la metafora uomo-animale di zoo, e per tema storico il viaggio di iniziazione alla maggiore età di un ragazzo che è l’unico vagabondo-alternativo-rocker-disperato-nichilista del piccolo borgo: il mondo gli si sfa intorno, e lui lo guarda impassibile, come un dejà vu; gira per le strade e tutti stanno male, va in un locale e tutti stanno male. Si suiciderebbe, il protagonista .. se non fosse già morto, in mezzo a quella morte che è la vita. Il tono, poi: c’è, in questo disco, l’anima più oscura e profonda di Ligabue, un’anima che se anche racconta rozze e semplici storie, riesce, qui, trattando l’ignoranza con la forza della disperazione a trascendere in una dimensione esistenzialistica. Non sapendone niente, Ligabue ha provato, a suo modo (un modo non tanto in quanto modo ma in quanto di Ligabue, esageratamente trasformante e deformante, in senso soggettivo), a esprimere il concetto pirandelliano della maschera. Maschere di cittadina, non di città: sconosciuti conosciuti, confidenza dalla consapevolezza di essere in pochi: poi, quando arriva il "momento morte" ognuno da solo, ognuno abbandonato (quasi) come in una grande metropoli. Anche a Correggio (20.000 abitanti), nel loro piccolo, muoiono. Ammiccamento a quelli di città che se non fanno lo stesso di più no di certo. Ancora in piedi inizia blues e recitativo, poi partono scomparti chitarristici ben squadrati a dirigere un possente hard rock (siamo nel ’93, eppure, significativamente, a tutti i livelli, si dice: sopravvissuti ai ’60 ai ’70 e gli ’80 finiranno mai più?). A.A.A. qualcuno cercasi è uno spedito power-pop che predica sicurezza, infondendo invece (anche per una musicalità retrò, impacciata, anacronistica e quindi funerea) una mestizia fino alle midolla. Ho messo via è un sermone country sul passaggio infanzia-maturità: all’interno dell’album crea atmosfera e non stona: quando Ligabue (quasi unico brano estrapolato da questo disco) lo riproporrà dal vivo, farà un melenso, stonato, retorico figurone. Dove fermano i treni è puro grunge e neanche dei più leggeri: storia degradata, di stazione tra via vai di vivi-morti, siano questi gioventù o vecchi o prostitute o professori-maniaci (complessati dalla solitudine e dallo squallore quotidiano). Il brano più violento di Ligabue in assoluto, quasi metal. Brano di cui nessuno si ricorderà (anche perché non si addice, per nulla e per sua fortuna, ai lavori, soprattutto ultimi, di Ligabue) e nella dimenticanza completerà la sua maledizione. È il male: ora, quando Ligabue fa o narra il male, è comunque, grazie alla sua personalità e costituzione, un male-buono: qui (e in questo disco in generale) sembra che il bene, proprio non ce la faccia, nemmeno a consolarsi o anche solo a dimenticare il vero del mondo, cioè il male-essere. I duri hanno due cuori ammorbidisce i toni strumentali ma non quelli del soggetto: siamo, invece che in un freddo, appena brasato dal sole, mattino frasettimanale tra i capannoni della stazione quasi-provinciale, in un’ alba notturna e fitta di nebbia pungente, aumentata dallo scenario lungo-fiume: Veleno, il protagonista, di questa riuscitissima crono-story doveva spararsi con la pistola alla tempia, poi ha passato tutta la notte sul ponte senza farne di niente: torna a casa ed alla pianura padana non chiederà più sollievo o smembramento, né ai vecchi né al futuro: è tutto finito, non c’è più niente da dire: non si è sparato perché tanto tutto deve e dovrà sempre continuare così, nello squallore di una camera tappezzata di sdrucito e di voci confinati che invece di far compagnia (o con la compagnia stessa) spingono sempre più nel vacuo. La ballerina del carillon è l’apice della tristezza: quel lento che Ho messo via non è riuscito ad essere: unico night del paese, il professore, solo come un cane, la sera del suo compleanno, fa da controcanto ad una altrettanto sola e reificata, povera ballerina: sembrano in due nel locale: ed il professore (mediocre, è da scommetterci, anche nella sua professione: perdipiù ogni volta che Ligabue rende tipo un individuo se da una parte lo carica di epico, dall’altra, con il venir meno della personalità lo riduce al mediocre) non ha nemmeno la voglia di spendere qualche lira per una prostituta: più per un onore da mantenere, per una depressione a cui non si vuole aggiungere stimoli. Il buffo, il confortevole del lavoro e del gesto comune: è questo ciò che manca e fa anomalo questo album con il quale tuttavia Ligabue (pur al limite delle sue possibilità concettuali) dimostra di avere una personalità più profonda di quanto gli altri lavori possano far credere. Lo zoo è qui è preceduto da uno di quei rari (ma sorprendenti, per una relativa modernità) effetti sintetizzati che Ligabue antepone talora alle sue canzoni: poi parte in un rettangolare hard-rock, tuttavia toccante e pensieroso: Bruce Springsteen non Aerosmith. La tristezza di una gabbia da zoo, ancora più triste se vuota, cigolante e sparsa di foglie secche: suo sinonimo, il tendone del circo: e non la magia ma la melanconia e brutalità della vita zingara. Pianole alla Doors officiano una canzone dei Doors trasportata, attraverso gli anni ’80, all’epoca grunge. Piccola città eterna è una di quelle false ballate di Ligabue ad alto volume che ne fanno uno dei pochi e semplici, sinceri, rocker. È rivedere la luce dopo aver pianto molto: sembra tutto più vivace e nudo, ci si sente innanzitutto nudi: poi, quando solo una cappa di fumo ci rivestirà, invece di rimettersi a piangere si cammina fino a scomparire nella nebbia (da cui presto spunterà un bar: non più goliardia, ma desolata opacità da stoviglia). Walter il mago è uno degli dei dell’Olimpo di Ligabue, assieme a Mario, Veleno, Colera, Ramengo: ma nemmeno lui riesce a distogliere dall’atmosfera di languore e sconforto dominante e pervasiva: la sua storia deve piegarsi e infondersi in una melanconica e struggente stasi (vita post-alcolica: afflizione fine a se stessa). Pane al pane, se pur non riuscita nei risultati (ma che cosa si pretende?: e poi è un album, almeno dichiaratamente, anti-estetico: volutamente brutto), è una sorpresa in un voodoobilly manieristico e volutamente esasperato di ridondanza alla Nick Cave. Quando tocca a te (questa volta Nick Cave ballad-marziale) potrebbe fungere da pace dopo la tempesta, ma per una formale mediocre inconsistenza, passa inosservata, lasciando (anzi esacerbando) gli stati d’animo afflitti di tutto il disco: finisce per essere il culmine della disperazione e, negli effetti, della non-redenzione; basta lo specifico tono usato da Ligabue, al di là del testo o di tutto, per infondere e trasmettere questo stato. Ad altri livelli il fenomeno-voce-Tim Buckley (e di ogni cantante non cantautore): importa come, non cosa dice. Volendo, la sostanza di Ligabue (in particolare di questo) se non si vuole trovare in quella che dovrebbe essere la sostanza (musiche e testi) è possibile averla nel suo unico (pur in vari toni-stati: unico per la evocazione che da) timbro di voce. Sopravvissuti e sopravviventi: tema: apparentemente un riempitivo, finisce per essere una riuscitissima colonna sonora alla Sergio Leone: flicorno, archi, kazoo: un gemito, di , finalmente, pace (ma in excelsis dei).

A che ora è la fine del mondo? (WEA, 1994)

Passato il primo impatto dopo l’inebriamento da successo, terminati tre anni di concerti sold out, fatto un disco acerbamente intimistico e per pochi (per se stesso, in definitiva; come una sorta di esilio autoimposto o di ritorno, dopo la dipartita imposta dalla vita da star, a quelle origini che i primi due dischi ricordavano) come Sopravvissuti e Sopravviventi, in rotta completa con la sua band di supporto, i Clandestino, Ligabue, tira le somme di tutto ciò, si ferma, piglia fiato e lo fa con un mini-album costituito da canzoni di provenienza disparata, autoprodotto, e termine di quell’ondata "artistica" (almeno nell’atteggiamento) o pseudo tale, che lo aveva investito nell’album precedente. Le "otto schegge", come lui stesso le definisce, vantano un arrangiamento e un suono sconosciuto al Ligabue precedente: chiaro, pulito, lampante, potente: anche lui è passato dagli anni ’80 ai ’90, dal nero post-mortem al nero ante-vitam. Gli intenti artistici e conceptistici di questa raccolta, checché ne dica l’autore, sono manifestati dal booklet (a cura di Gigi Cavalli Cocchi, oltre che batterista dei Clandestino, grafico-vignettista-disegnatore-programmatore) che racconta la storia umoristica di Gino, ennesimo personaggio/tipo stigmatizzato dalla mente di Ligabue e questa volta rappresentate, tra sorriso di compagnia e compassione di trista solitudine, l’emiliano medio, sposato, operaio, sempre a casa alla televisione e a ingrassare, fumatore, ricco di disvalori capaci però di azzerare i presunti valori altrui. In quanto tipologo, Ligabue è un classico; e il suo classicismo vuol far ridere per via della comica atmosfera intrinseca al reale stesso, quando questo è visto con gli occhi dei tipi da Ligabue inquadrati, e vuol far piangere per lo sconforto e lo sgomento che, di tanto in tanto, e sempre latentemente, emerge dalla presa di coscienza del misero non sense di tutto ciò, che pur è comunque legittimo mantenere poiché, per quanto altro ci sia, non ci potrà mai essere un meglio (dato il non sense da cui si parte). A che ora è la fine del mondo? È la irresistibile cover di It’s the end of the world as you know it (and I feel fine) dei R.E.M.: riuscitissima (diverrà una costante nel repertorio live di Ligabue), segna un reciso stacco dal Ligabue passato, sia musicalmente (dal rock ’80 a quello ’70 senza più intermediazione dei primi: ’90 dunque) sia tematicamente (non più storie, ma concetti): il testo ne fa L’avvelenata di Ligabue. Gringo ’94 è una nostalgica situation architettata (immaginosamente provata) da Ligabue a metà anni ’80 e lasciata in un cassetto. La polvere che le viene tolta da sopra rimane solo e volutamente (per l’effetto melanconico e rollingostonianamente fusione-col-mondo-in-sbiadire) nei contenuti, perché la forma è fresca come quella che risulterebbe dall’ascolto di uno stesso brano prima in un vecchio vinile (= i brani dei due album precedente) e poi in una rimasterizzazione in cd (=questa canzone e tutto questo nuovo album). Cerca nel cuore è un’acustica ballata d’amore e morte che lascia come lascia un ammasso di giocattoli riposti in un solaio e che ti stanno lì a guardare, mentre, nel volerli prendere tutti non ne prendi nessuno, lasciandoli (e lasciandoti) nell’annichilimento della polvere. Fuori tempo è un pezzo da live ritmato e trascinante: il tono: il tono è quello di tutto questo piccolo miracolo d’equilibri rispettati: dolciastra disperazione, sconforto del sospeso, rarefazione permanete eppur così pesante e gravitante. Al di là della banalità delle parole e della musica: Ligabue (grazie anche alla sua voce, ma soprattutto alle sue spalle, al suo carattere che lo fa personaggio a cui prestare attenzione, mentre lui presta attenzione al mondo che racconterà) riesce in questo, e non è giusto chiedergli altro, anche perché non è poco. L’han detto anche gli Stones è suonato dai Negrita, mediocre gruppo aretino nel ’94 sconosciuto ma, anche per merito dell’egida di Ligabue, prossimo alla popolarità. Il titolo sembrerebbe non lasciar dubbi sulle influenze tecniche: in realtà, anche se questo è l’album più Rolling Stones di Ligabue, questi continua col suo rock-base alla Springsteen e con questo, casomai, a rileggere, di volta in volta, ciò che gli si presenta. Male non farà è una tipica ballata orecchiabile e strascicata propria di Ligabue: sostenuta, ancora una volta, in pratica, dalla sua sola voce; tratta di Lui e di Lei che devono fondersi col mondo e in questo fondersi cercano di distinguersi e riconoscersi almeno tra di sé (per darsi la mano e fare dell’amore). Gringo ’91 è una versione della precedente un po’ più alla Urlando contro il cielo, cioè da live: nella storia del Gringo, improbabile sceriffo dell’west americano (cioè: un emiliano sulla cinquantina, che insieme all’adolescenza è l’età che più interessa a Ligabue, dal bar calato con degli speroni su di un cavallo e per quanto si sforzi, non in grado di non vedere tutta quell’America Emilia) che cerca di fare della propria mediocrità arte di vivere, come Mario, del bar: e tutto continua ad essere nel paese. Non può non avere una qualche grandezza (se quantifica una stupidità non importa) uno come Ligabue, che riesce a far atmosfera da bar, paese, amicizia, storie, adolescenza, anche su Marte: per di più tirando a dimostrare la consapevolezza dei propri limiti comunque, a loro volta, tirati all’assoluto. Urlando contro il cielo, non importa se retorico, è un live perfettamente riuscito, registrato (nel ’91) in presa diretta: una inaspettata corsa finale verso l’aldilà quando le sette tracce precedenti a stento, nel loro essere struggenti d’opaco vivere (impotenza, immobile o scatenata non conta, quando è il risultato ad essere tale), avevano potuto provare l’esistenza di un aldiquà o mondo reale (e non confinato all’onirico/sordo/ubriaco/fetale) che dir si voglia. Il tutto sa di pioggia o di nuvolo, comunque non di sole: sembra il fremito prima del temporale che s’incupisce, incupisce, senza giungere mai al risultato, ed allora gli conviene naufragare nella dimensione di un ineffabile (e per primo è il proprio io ad esserlo) trasognato, o meglio dormito senza sogni, se non un remoto, pur fisso e costante in compagnia, baluginare.

Buon compleanno Elvis (WEA, 1995)

Dopo un album e un mini-album relativamente (alle possibilità dell’autore) sperimentali, Ligabue, tornando agli stilemi dei primi due lavori, si appresta a fare il definitivo passo verso l’Olimpo dei cantanti più ricchi e popolari d’Italia: e lo fa con quello che possiamo considerare il suo ultimo atto di "creatività" dopo il quale non saprà più affrancarsi da una noiosa e insignificante (oltre che retoricamente antipatica) stupidità. Buon compleanno Elvis è un album del medesimo spessore di Lambrusco, coltelli, rose e popcorn: l’unica differenza sta che quest’ultimo suona rock medio anni ’70 (Iggy Pop, Springsteen, Bowie, Reed) con il filtro degli ’80 (Police, Pogues, Stiff Little Fingers), il primo quel medesimo rock senza filtri (= rock anni ’90: PJ Harvey). Ogni 59 italiani ce n’è uno che possiede Buon compleanno Elvis. E questo è un album nero, nero perla; notturno estivo in campagna; Rane a rubiera blues; freddo asmatico per la schiena e la gola, punti dall’aria immobile all’uscita dell’osteria-pub del borgo. Non storie, ma riassunti di storie: la morale; perché siamo alla fine. Sono 6 anni che Ligabue non vive più ciò che racconta, l’aridità (smemoramento che, se negato, dà inautenticità) bussa alle spalle: per ora tuttavia, rende solo più commovente l’addio ad un mondo violentato (con lo svelare del raccontare proprio degli album precedenti). A titolo di cronaca, i Clan Destino (e il produttore Angelo Carrara) sono stati sostituiti con un reparto nuovo, unito ed affiatato che subito si è fatto amico e gruppo attorno a Ligabue: Rigo Rigetti, basso, Capitan Fede Poggipollini (ex Litfiba del periodo El DiabloTerremoto), chitarrista scenico e di facciata, Mel Previte, il vero chitarrista, Robby Sanchez Pellati, batteria, Fabrizio Barbacci produttore. Due chitarre Ligabue non ne aveva mai avute e, assieme ad una sezione ritmica onnipresente, queste offrono un suono più pieno, avvolgente e di ampio respiro, a tratti tendente (quasi) al sinfonico, dove possono mostrasi gli arrangiamenti prima quasi inesistenti. Tuttavia, più si professionalizzerà, più tale professionalizzarsi risulterà per Ligabue un cadere in un fine a se stesso, sintomo dell’aver esaurito l’unica cosa che aveva: la spontaneità del raccontare situazioni e stati vissuti a mezzo di una voce anch’essa vissuta e per questo pura da matrigne bambagie (tra il vecchio e il nuovo Ligabue correrà la stessa differenza che corre tra una canzone eseguita dal vivo ed una in play back). Vivo morto o x inizia spedito, fusione metallica di Rolling Stones e Stiff Little Fingers; concettualmente, è il vangelo di Ligabue riguardo alla condizione (quella di cui crede di fare ancora parte) di ogni nuovo "venuto" da inserire nel meccanismo alienante della società. Una banalità, a raccontarla; ma cantata da Ligabue sa di castagne al fuoco. Seduto in riva al fosso ne sa ancor di più; questa volta, grazie al suo ballabile, dal calore del fuoco ci si sperde nell’aria aperta di qualche parte di campagna emiliana; in un notturno nel quale ogni stella potrebbe essere, per sua chiarezza, contata. Il suono anni ’60-’70 risulta perfettamente contemporaneo in bocca è Ligabue. È uno dei pezzi portanti (chiaramente sottovalutato) del disco. Buon compleanno, Elvis è un power-rock stile Libera nos a malo, della quale tuttavia non vuole sostituire lo spirito catartico-universale né copiare l’atmosfera; solo il tono ed il ritmo le sono paragonabili; tono e ritmo completamente assimilati ed aggiogati da Ligabue che ancora una volta sembra dire: non fare proprie le mie canzoni, non immedesimartici, sono un’atmosfera e afflato, da vedere con la distanza con cui si guarda un quadro, ed altro non è da farci. La forza della banda è un forsennato ritmo sincopato: il batterista mena, le chitarre gorgheggiano per conto loro. La canzone non lascia traccia, ma, all’interno dell’album, contribuisce all’atmosfera da spesa del sabato sera (fatta con un personaggio di nome Ligabue che sa rendere tutto Ligabue) emergente dall’insieme. Hai un momento, Dio? È un blasonato credo di Ligabue; ballata esistenziale/sociale che alla lunga risulta noiosa; v’è l’antipatico perbenismo di Ligabue che vorrebbe (e, di fatto riesce) contagiare di altrettanta meschinità intere platee; è il perbenismo del ribelle, la retorica dei valori del ribelle, del ragazzo: una buffonata, ma una buffonata a cui credono molti. Rane a rubiera blues è un lodevole intermezzo che prepara embrionalmente, come un gemito garbato ed ancestrale, "la canzone", una di quelle che nascono già eterne, frutto di lampo fortuito e geniale, per aver sfruttato il quale, però, si ha almeno il merito di essere stati al posto giusto e al momento giusto. Certe notti ha un primo minuto e mezzo che scioglierebbe l’Antartico; è la prima "canzone" di Ligabue a non essere hard; seduce a divenire stupidi con lei, se questo lei chiede e se questo lei è (ci vediamo da Mario prima o poi); vanta un testo, pur all’interno del realismo spicciolo, almeno non-insignificativo (c’è la notte che ti tiene tra le sue tette un po’ mamma e un po’ porca com’è). La voce di Ligabue (caldo/roca causa di una faringite mal curata) si pone su piani superiori, divenendo assoluta nel coinvolgere e nel far dimenticare qualsiasi cosa si stia facendo. Dannatamente sirenica. Come ogni capolavoro le varie radio-tele-disco-contrabbando-filo-diffusioni con l’aggiunta di orecchi e petti più o meno bestiali, sono incapaci di afferrarla, infangarla, violentarla svilendola. Viva! È una dedica hard rock alla propria donna, che gira su se stessa senza molto senso. I ragazzi sono in giro inizia con una di quelle voci fuori campo che, dato l’essere di Ligabue, sorprendono: è un possente e ossessivo progredire di batteria (e frase del titolo ripetuta) attorno ad uno spazio che di volta in volta si forma per lasciare un momento riflessivo: dal prevalere della corsa all’arrestarsi per il fiatone. Solo il finale coretto autocompiaciuto è fuori luogo. Quella che non sei è un degno lourediano, commovente fino all’osso, una Certe notti riferita, anziché al proprio io ed al mondo, ad una sola ragazza/donna; l’io (ed è un unicum) non compare, è solo angelo custode. Il testo è una iniziazione alla vita speculare a Vivo o morto o x ma al femminile: quindi ingenuamente retorico. Ma l’effetto dello strascico canoro di Ligabue e di un tono dark/desolato post Neil Young (a proposito dell’ingenuamente retorico ..). Non dovete badare al cantante è un sospirato lamento (tra il Nick Cave di Loom of the land e un mediocre cantautore di piazza) con uno dei temi a mezzo dei quali Ligabue più spesso mostra una certa depressione: la consapevolezza del limite del rock e del proprio all’interno di questo (consapevolezza continuamente rinnegata, per la storia del tipo-operaio-medio-pragmatico-autoironico-Gino e della serie: questo che facciamo noi è poco, ma quello che fate voi, se è di meglio, non è certo di più). Un figlio di nome Elvis a parte il brucia la candela dai due lati ribadisce, in una mediocre cadenza, solo una delle colonne strumentisticamente portanti dell’album: le pianole stile Doors. Il cielo è vuoto o il cielo è pieno è uno scorato power-pop che dichiara l’unico sostegno vitale nell’autoironia storica (causata cioè dal vedere e raccontare storie di personaggi-tipi: quello che fa e che è Ligabue). Se Quella che non sei ci si era molto avvicinata, Leggero è un’altra "Canzone": potremmo prenderla come il testamento spirituale di Ligabue, l’ultima storia che ci ha raccontato prima di morire (nell’idiozia del proprio essere insensatamente fritto e rifritto). Solo chitarra acustica e voce (la cosa più difficile cioè): capaci di sorreggere quella che si configura programmaticamente (vedi il testo che, fra l’altro, merita una lettura, dove compaiono da Mario a Walter il mago ai "ragazzi", da Key a Elvis a "l’odore dei fossi") la summa di tutte le storie di Ligabue. Il "leggero" è a partire dalla digestione di tutto il mondo, il risultato dell’impresa titanica di Ligabue di ridurre e far comprendere tutto ai propri occhi, quell’impresa che, per Ligabue, ciascuno dovrebbe tentare, essendo l’unica garanzia, nella sopravvivenza sociale, per poter avere un significato ed un io: dipingere il mondo con il proprio colore, farlo respirare con il proprio respiro. Questo sono gli album di Ligabue che nelle sue 200 lire di filosofia non si stanca di ripetere "essere ribelli significa, faticosamente, affannosamente, cercare, ogni giorno, di essere se stessi" (detto da qualsiasi altro è da sputarci sopra, detto dalla faringite di Ligabue è un invito a subirne il fascino e comunica fascino solo chi, in qualche cosa, è convinto e credente). Poi entra il resto del gruppo: e si capisce che al funerale (quello di un proprio pezzo di anima) si va in compagnia.

Su e giù da un palco (WEA, 1997)

Questo doppio live che arriva dopo due anni consecutivi in cui Buon compleanno Elvis è stato ai vertici delle classifiche italiane e Ligabue è finalmente e definitivamente entrato a far parte dell’immaginario casalingo della rosa più o meno sanremese dei "cantanti leggeri" italiani (assieme, per capirsi, ad Albano, Modugno o Morandi), è soltanto superfluo. Ed è superfluo perché le canzoni di Ligabue sono già "live" su disco. A parte questo ha un merito ed un difetto: il merito che è stato diffuso senza sovraincisioni di sorta (è un "vero live"); il difetto che è costituito non da il rendiconto di un’unica serata bensì da un collage di diverse (con prevalenza delle apparizioni a San Siro, alle quali Ligabue è così rozzamente e squallidamente legato): ciò lo defrauda di immediatezza e sentimento, e priva l’ascoltatore di un’adeguata e continua partecipazione rievocativa all’evento irripetibile e conclusosi per sempre del concerto. Se Ligabue avesse un sentimento artistico si sarebbe accorto di dover smettere qui la sua avventura. Ma siccome non ce lo ha, non avere per non avere ha continuato e continuerà chissà quanto (chissà quando morirà?).

Radiofreccia soundtracks (WEA 1998).

Se per quanto riguarda il linguaggio rock, Ligabue ha raschiato il barile delle sue possibilità espressive, non si può dire altrettanto della sua buona e sincera volontà. Armato di questa e di spalle quadrate scende nella bega di girare un film che è pari pari il corrispondente cinematografico dei sentimenti espressi tramite storie (di una autobiografia sognata e mitizzata) negli album fin qui fatti. Ed il film ha il medesimo valore, all’interno del suo campo, degli album di Ligabue nel panorama rock. È l’ultimo atto di pura, naif poesia, da parte di Ligabue, per il quale, cambiare linguaggio espressivo è come ripartire da zero nel raccontare ciò che gli sta a cuore (come raccontarlo per la prima volta, con la partecipazione e la premura che ne consegue): il borgo, la linea d’ombra (la tragicità e profondità dell’esistenza adolescenziale riverberata nell’esistenza tout court), il sogno. Il film Radiofreccia ha una colonna sonora/sottofondo metà classici rock anni ’70, metà esperimenti di Ligabue. Radiofreccia è la toccante e sola, distorta chitarra di Ligabue, del quale offre, in mano e in mostra, il cuore: uno strumentale morriconiano che non ha niente da invidiare a nessuno (al referente suddetto per primo). Ho perso le parole è una "classica" canzone; ciò che si deve intendere quando si dice "rock". Inoltre profuma di infanzia e adolescenza (fino a sfiorare le 200 lire di filosofia: "ho perso le parole o forse sono loro che han perso me"): ed il tragico è quello che possono vedere e sentire gli occhi di un bambino; Ligabue, tra Reed e Springsteen, supera entrambi approdando al finale-sentimento-totale del Neil Young di Rust never sleeps (Sedan delivery). Boris è l’ottimo inserimento di un dialogo dal film. Welcome home, Freccia la seconda parte del cuore di Ligabue che continua nel suo tocco di struggimento e commiserazione: di sé, del paese, di tutti (tutti paese). Bordocampo strumentale blues-western autoironico. Freccia il mongolo "Credo" del protagonista del film (e di Ligabue). Metti in circolo il tuo amore un tentativo di blues cantato e mal riuscito. Da Marzia lo strumentale di troppo (il violino di troppo), sempre sul tema iniziale. Bruno il monologo del migliore amico di Freccia (altro pezzetto del "Credo" di Ligabue). Prima pagina del libro d’oro è uno di quei rarissimi sprizzi di (relativa) avanguardia che, proprio perché Ligabue è il più lontano da questi, quando li concede e quando li riescono come in questo caso, lasciano sorpresi. Parte strumentale, sulle distorsioni del tema, si inserisce la voce irriconoscibile (anch’essa distorta, ma da un mixer) di Ligabue, si avvia alla fine con una grancassa di batteria alla Birthday Party. Mezzanotte di fuoco, Boris segna il territorio, Pesce-siluro i corollari strumentali al tema, nei quali, come nel quale, Ligabue stupisce per una inusitata raffinatezza ed eleganza. Siamo in onda potrebbe essere una canzone di Sopravvissuti e sopravviventi istupidita ed immelensita con la banalità del Ligabue post-Buon compleanno Elvis. Rimane la voce: e con quella, finché ce l’avrà e finché ci sarà qualcuno ad aver voglia di ascoltarla, il "ragazzo di Correggio" toccherà. Il dialogo Boris precede, il veramente gran finale di Can’t help falling love il brano con cui Elvis concludeva i suoi concerti, col quale, nel film, si celebra il funerale del protagonista (e di riflesso, Ligabue, si immagina il suo, come si è immaginato una sua possibile vita da Freccia o autodistruttiva): suonato dalla banda del comune di Correggio, al termine dei 32 minuti della colonna sonora, sembra dire non esserci altro spazio che per le lagrime, che devono essere tanto più calde quanto più l’ascoltatore è vivo (per contrasto con la morte, senza redenzione e solo con compassione dei più sensibili, soggetto della poesia-storia di Ligabue).

Miss mondo (WEA, 1999)

Dopo ben quattro anni dall’ultimo album, Ligabue non si è commercializzato, ma ha semplicemente cessato di avere alcunché da dire: impacciato e forzato, si ripresenta come un vecchio signorotto che reclama lo ius primae noctis non per il proprio piacere, ma solo perché deve farlo per far rispettare la propria credibilità (salvo poi sortire l’effetto opposto). L’album è concepito come un insieme slegato di "classici" a se stanti. A se stanti sono a se stanti, peccato che per la maggior parte siano classici del brutto e stupido. Il mixaggio è perfetto, lo studio di registrazione miliardario, rispetto ai primi album il suono è letteralmente un altro. È però un suono che non ha nulla da comunicare, per di più, tecnicamente, arenato nel rock medio anni settanta di Jackson Browne. Si viene e si va è un power pop non sgradevole, ben sostenuto, ma tutto concluso nel titolo. Uno dei tanti è una ballata promettente nell’inizio dove la voce di Ligabue raggiunge uno dei suoi apici di intensità strascicata, poi però si perde di inconsistenza. Se fosse cosciente potrebbe essere il merito dell’album: il canto dell’inconsistenza come denuncia del nulla universale; ma interpretarlo così sarebbe come far parlare un muto. Almeno credo pur dal testo eccessivamente autocompiaciuto e a dir poco pletorico, come tappeto sonoro, è una ballata perfetta: una di quelle "eterne" che sembra di aver sempre sentito: solo, essendo l’ultima, in ordine cronologico, della storia delle "eterne" appare un plagio. E è un blues autocelebrativo accattivante in alti picchi di melodicità (vedi il ritornello: altro "pseudo-eterno-classico") ma nel complesso, tra il testo ed il resto (la preparazione al ritornello), è una tristezza risultante non dal messaggio ma dall’esistenza stessa del brano. L’inserimento del saxofono strugge, ma di diarrea. Baby, è un mondo super attacca Pink Floyd (Money) procede con un tono che esemplifica il principale (e fallimentare) tentativo di Ligabue in questo album: affrancarsi dalla dimensione da paese per approdare ad un universale: il testo ironizza (con una incapacità che fa, per il tema trattato, rimpiangere A che ora è la fine del mondo?) sulle blasfemie del progresso. Chitarre alla Black Sabbath testimoniano l’innegabile crescita nella competenza musicale di Ligabue (che si avvale, incredibilmente, per lui, anche di chitarre distorte alla Velvet Underground): ma è una crescita da scuola che nulla di buono apporta in fase compositiva, lasciando, casomai, quasi sempre il dubbio del plagio (plagio che giustificherebbe l’aria da "classico", nel senso di "dejà vu", di ognuno di questi brani). Una vita da mediano è una ballata alla Springsteen di Nebraska con iniezioni del Bowie di Rebel rebel: Ligabue finisce per perdere anche la sua dote principale: la simpatia della modestia, che proprio quando è ostentata si trasforma in ineliminabile antipatia. Da adesso in poi tenta con riverberi di armonie su armonie tipo Battisti (il Tim Buckley italiano) di scusarsi per un testo ed un tema squisitamente palloso: la nascita del figlio (ogni volta che ad un cantante nasce un figlio è una disgrazia: per l’ascoltatore, che deve sorbirsi la melensa canzone di turno). L’odore del sesso è un rockettino che nella sua piccola vita sfodera abilmente e ad hoc tutti i trucchi del rock anni ’70: è una esemplare palestra rock. Aggiunge a ciò anche una grande orecchiabilità: ma quando manca la personalità (l’afflato esistenziale, la "vita" da comunicare) manca tutto e la canzoncina (che potrebbe essere buona per Carmen Consoli di Mediamente isterica) non lascia traccia duratura. Finalmente qualcosa di degno: Key è stata qui: il tema della tossicodipendenza (legato magari a quello del sesso-amore incofessato) è il modo con cui meglio Ligabue riesce a comunicare il suo sentimento del tragico. La canzone, di impianto prima acustico poi corale (Who, Tommy) potrebbe (per la tristezza, questa volta risultante non legata alla bruttezza del brano) stare su Sopravvissuti e sopravviventi. Sulla mia strada è un insulso e sciocco rifacimento di Urlando contro il cielo (con aggiunta del pow-pow di Hey hey, my my di Neil Young): Ligabue, giunto alla frutta, è nel suo patetismo di ben pensante rock, infettivamente antipatico. Forse mi trovo è un country-blues codato da pianole a cui una certa originalità ed effetto (nei limiti di Ligabue) va riconosciuto. Ma alla fine risulta un altro tassello di queste plastificate perfezioni. Miss mondo ’99 fa rimpiangere (unica, assieme a Key è stata qui) i bei tempi e riporta, con l’Iggy Pop di Lust for life, al monitor del Bar Mario (contiene anche la frase di Cobain: "facci almeno divertire un po’"). La porta dei sogni è quel che di peggio si possa immaginare (anche dopo aver ascoltato Bob Dylan o lo Springsteen di Nebraska).

Fuori come va? (WEA, 2002).

L’ultimo (per ora) capitolo di Ligabue prende il peggio del penultimo e lo involgarisce ulteriormente: è un concentrato brutte ed inascoltabili canzoni (come delle sirene hanno uno straordinario potere di rimbecillimento): Tutti vogliono viaggiare in prima, sulla scia di Una vita da mediano, si merita la palma della bruttezza rispetto a questa; Ti sento fa anche peggio, stimolando manie persecutorie nei suoi confronti (per tacere quell’abominevole); Questa è la mia vita è massimo massimo un po’ meno brutta e stupida di Tutti vogliono viaggiare in prima; Eri bellissima, se non altro è degna, e sembra l’altra faccia (quella buona, ovvero quella che narra un amore consumato all’insegna della pace e del bene, e non quella maledetta e inafferrata) di Key è stata qui, l’altra donna (quella scelta o dalla quale si è stati scelti): al ritmo di power-pop efficacemente melodico (il ritornello coinvolge, il riferimento a Lei che "era bellissima" quando faceva progetti con le altre bambine, anche; la constatazione che quei progetti dovevano necessariamente essere violentati, pure). Libera uscita (sigillo della peggior parte del secondo, inutile film di Ligabue Da zero a dieci) è puro sterco (un misto di La porta dei sogni e Sulla mia strada: il peggio del peggio).

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