James Blake


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James Blake (2011) , 7/10
Overgrown (2013), 6.5/10
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English singer-songwriter James Blake debuted with a few experimental recordings of brainy stripped-down bedroom dubstep-soul fusion for heavily distorted vocals: the single Air and Lack Thereof (Hemlock, 2009), and the EPs The Bells Sketch (2010), CMYK (2010) and Klavierwerke (2010).

James Blake (Universal Republic, 2011) did more than simply fuse dubstep and soul: it invented a new style of singing that sounds like a skeletal, anemic remix of reggae and soul crooning, while at the same time also inventing a new form of arrangement, largely consisting in a slow murky palette of sounds cast inside a hollow desolate space. The lattice is surgically dissected and reassembled, deprived of energy by a mortal disease, the musical equivalent of a stillborn fetus.
Admittedly, not much happens in these songs. But that's precisely the point. Soul falsetto, shifting digital beats and synth effects pen the existential melancholy a` la Robert Wyatt of Unluck. That's a lively song by the standards of this album. The vocals only hints at a melody in pieces like The Wilhelm Scream, set in a disintegrating soundscape. He revels in both mutation and juxtaposition: the clipped and distorted vocal part of Lindisfarne I blossoms into the quasi-bossanova of Lindisfarne II; whereas To Care is about the eerie balance maintained between burbling electronica, warped vocals and skinny beats. One piece, I Mind goes even further, playing a magical trick: it sets in motion a transcendent nebula of muffled vocals and percussion that only for a few seconds lets out the simple ditty it contains. In a couple of places (the blues chant I Never Learnt To Share and the gospel chant Measurements) Blake performs a typical postmodernist operation of reinvention of a classic genre; but mostly his approach is so abstract that it does not relate easily to anything that came before him. The cover of Limit To Your Love feels out of context, since it is relatively conventional. The piano ballads Give Me My Month and Why Don't You Call Me introduce an artist who is much more interested in melody than the rest of this album and the previous EPs led one to believe.

A deluge of mediocre EPs, i.e. The Bells Sketch (2010), CMYK (2010), Klavierwerke (2010), Enough Thunder (2011) and Love What Happened Here (2011), greatly diminished his artistic import.

(Translation by/ Tradotto da Giulia Quaranta)

Il cantautore inglese James Blake ha debuttato con dei lavori Dub-step da camera, sofisticati e intelligenti, con distorsioni vocali molto forti: il singolo Air and Lack There of (Hemlock, 2009), e gli EP The bells Sketch (2010), CMYK (2010) e Klavierwerke (2010).

 

James Blake opera più che una semplice fusione tra dubstep e soul: è riuscito a inventare un nuovo modo di cantare, che suona come uno scheletrico, anemico remix del crooning tipico di raggae e soul, e allo stesso tempo ha inventato una nuova forma di arrangiamento, che in gran parte consiste in una tavolozza di suoni che procede lentamente e finisce col gettarsi all'interno di uno baratro desolato. Il reticolo sonoro viene chirurgicamente sezionato e poi ricomposto, privato di energia da un malessere mortale, l'equivalente musicale di un feto nato già morto. 

Ad essere sinceri non succede niente di che durante le canzoni. Ma è proprio questo il punto. Falsetto soul, altalenanti beats digitali ed effetti synth ne inquadrano la malinconia esistenziale à la Robert Wyatt di Unluck.

Lo standard delle canzoni facenti parte dell'album è vivace. La voce suggerisce appena la melodia in brani come The Wilhelm Scream, ambientata in un paesaggio sonoro disgregato. 

Blake gode sia in mutazione che in sovrapposizione: la parte vocale tagliata e distorta di Lindsfarne I fiorisce poi in Lindsfarne II; mentre To Care mantiene un equilibrio sovrannaturale tra elettronica gorgogliosa, voce distorta e ritmi asciutti.

Un pezzo riesce ad andare anche oltre, I mind, giocando una carta magica: cioè mettendo in moto una nebulosa trascendentale di voci smorzate e percussioni che solo per qualche secondo estranea dalla semplice canzoncina che contiene. 

In una coppia di brani (l'incanto Blues di I never Leart to Share e l'incanto Gospel di Measurementes), Blake mette in atto la tipica rivisitazione post-modernista di un genere classico; ma il suo approccio è così astratto che non è facile relazionarsi con tutto ciò che è venuto prima di lui.

La cover di Limit to your Love sembra quasi fuori contesto, perché in fin dei conti è relativamente convenzionale. Le ballate al piano Give Me My Month e Why Don't You Call Me introducono un artista che è molto più interessante nelle melodie che nel resto dell'album e nei precedenti EP di quanto voglia far credere. 

 

Un diluvio di EP mediocri quali The bells Sketch (2010), CMYK (2010), Klavierwerke (2010), Enough Thunder (2011) e Love What Happened Here (2011) ne sminuiscono l'importanza artistica.

James Blake abandoned the persona of the dubstep producer for the persona of the melodramatic singer on Overgrown (Atlas, 2013), a collection of skeletal soul-pop ballads for which the word "atmospheric" does not adequately represent the multifaceted nuances of the interpretation. He opens Overgrown in a tone that is, at the same time, fluid and oneiric, casual and transcendent, apathetic and tragic. And that psychological ambiguity remains the common denominator of all the songs. The sense of desolation is particularly strong in I Am Sold, set in motion by an agonizing croon and scattered piano notes, and not redeemed by the languid syncopated beat and the tiny periodic dissonances that come next. The single Retrograde is a melismatic gospel drenched in a dizzying electronic arrangement, a method akin to Robert Wyatt's, and still the melody, that could be anthemic and touching, is restrained to the point that the main refrain is barely whispered at the end. His gliding vocal style is wed to a ticking clock in Life Round Here for maximum estrangement. Blake plunges into a black hole of introversion in the piano elegy DLM, and ends the album on a bit too somnolent and purring tone with Our Love Comes Back. A bit more energetic is Digital Lion, that weds the resigned quiet of ambient music with the looping turbulence of industrial music: it would be a chill-out intermezzo on someone else's album, but here it feels like a hysterical detour. (Translation by / Tradotto da Gabriele Lazzari)

La parola "evocativo" non basterebbe a descrivere in maniera adeguata tutte le sfumature e sfaccettature di Overgrown (Atlas, 2013). In questa raccolta di scheletriche ballate soul-pop James Blake abbandona i panni del produttore dubstep per vestire quelli del cantante melodrammatico ed apre Overgrown con un tono che è allo stesso tempo fluido ed onirico, disinvolto e trascendentale, apatico e tragico: questa ambiguità psicologica è il comune denominatore di tutte le canzoni del disco. I Am Sold, grazie ad un canto straziante e a poche note di pianoforte, riesce a comunicare un forte senso di desolazione, che verrà poi mantenuto dal languido beat sincopato e dalle piccole dissonanze che vi seguiranno. Il singolo Retrograde è un melismatico gospel immerso in un vertiginoso arrangiamento elettronico, un approccio simile a quello di Robert Wyatt; ciò nonostante la melodia, che potrebbe facilmente tramutarsi in un toccante inno, viene frenata a tal punto che nel finale il ritornello diventa un semplice sussurro. In Life Round Here la duttile voce di Blake si incastra con le lancette di un orologio, spiazzando così l'ascoltatore, mentre nell'elegia al pianoforte DLM Blake si addentra in un buco nero di introspezione, per poi chiudere il disco con la delicata e fin troppo sonnolenta Our Love Comes Back. Digital Lion è invece più energica, grazie al suo incrocio fra la calma dimessa della musica ambient ed i turbolenti loop dell'industrial: su qualsiasi altro album si tratterebbe di un intermezzo chill-out, mentre qui sembra quasi una divagazione isterica.

(Copyright © 2010 Piero Scaruffi | Legal restrictions - Termini d'uso )
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