Impossible Nothing


(Copyright © 2012 Piero Scaruffi | Terms of Use )

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Texas' mysterious Impossible Nothing painstakingly constructed the monumental four-hour tour de force of Phonemenomicon (2016), consisting of 26 ten-minute collages (each one lasts exactly 10:00). Why 26? Because each piece is titled after a letter of the alphabet.
A alone contains more ideas than the average three-minute song, lined up to compose a cinematic score with sections that are sentimental and sections that are pure fun. B plunders hip-hop music to create a hypnotic syncopated industrial clockwork. C begins like a lame sample of a lame funk-soul song but soon becomes a harrowing psychodrama... except for returning to a funk-soul party. D deconstructs jazz with a dizzying multitude of colliding fragments. E toys with a pounding Afro-funk shuffle but quickly delves into constantly mutating machine music and towards the end blends in a powerful punch of riff and drumming. F dissolves reggae steps into a molasses of warped electronica that at the end is hijacked by a jazz jam. G targets what sounds like the soundtrack of a thriller, but then takes a detour into a surreal exotic chant, only to end with a more magniloquent cinematic theme. H is another tribute to euphoric soul music of the 1960s with a great break/solo of distorted keyboards at the seven-minute mark. A similar breathtaking solo opens I.
J first disintegrates funk-jazz of the 1960s, then shoots a hysterical techno missile, then sets in motion cold machine music, then rediscovers humanity in a soaring synth drone and sounds of the beach.
M concocts a romantic trumpet melody over mechanical polyrhythms that turns into a funk orgy and a videogame sonata. A female shouter has to duel with a rapper, an accordion and a big band in N, one of the virtuoso pieces littered with all sorts of incidents.
K is pure dancefloor, while S ends in a frenzied state of panic. By the standards of this operation, P is ambient music: the source cannot be identified and all we hear is a hypnotic sequence of beats and chords; a very captivating pieces of instrumental dance music, that towards the end morphs into a sort of xylophone melody. Musique concrete artist Pierre Henry should have done this.
Slavic-gypsy music and dubstep are the ingredients of O. R intones a spastic reggae dancehall beat and a petulant keyboard launches into an anthemic melody played at triple speed. Three more minutes and the piece is invaded by alien noise so that, when the petulant keyboard resumes, it feels like UFO music. T is an even more creative take on reggae rhythm as played by an army of sentient industrial machines. W dishes out some Hendrix-ian chaos mixed with vocal harmonies of the ancient past and ends in a festive beach party. X paints another surrealistic exotic panorama, this one with Indian and klezmer overtones. Z sounds like a synth-pop take on Los Del Rio's dance craze Macarena by electronic funk-jazz guru Herbie Hancock, slowly contaminated by a horn fanfare and by an ecstatic hippy chant. Whenever the artist injects humor or satire, the project evokes the Residents, but clearly a lot more science went into these four hours of superhuman cut and paste.
(Copyright © 2016 Piero Scaruffi | Terms of use )
(Translation by/ Tradotto da Alessandro Rusignuolo)

Il misterioso texano Impossible Nothing ha faticosamente realizzato il monumentale tour de force di quattro ore dal nome Phonemenomicon (2016), composto da 26 collage di dieci minuti (ognuno dura esattamente 10 minuti). Perché 26? Perché ogni pezzo prende il titolo di una una lettera dell'alfabeto.

"A" solamente contiene più idee rispetto a un brano medio di tre minuti, assimilabile alla composizione di una colonna sonora cinematografica con sezioni che sono sentimentali e sezioni che sono puramente giocose.

"B" saccheggia dalla musica hip-hop per creare un ipnotico orologio industriale sincopato.

"C" inizia come un assurdo campione di una canzone funk-soul zoppicante ma diventa presto uno straziante psicodramma... per tornare poi a una festa funk-soul.

"D" decostruisce il jazz con una moltitudine vertiginosa di frammenti collidenti.

"E" gioca con un martellante shuffle afro-funk, ma si immerge rapidamente in una continua e mutante musica meccanica fondendosi verso la fine in un potente pugno di riff e tambureggiamenti.

"F" dissolve passi reggae in una melassa di elettronica deformata che alla fine viene dirottata in una jam jazz.

"G" punta a suonare come la colonna sonora di un thriller, ma poi fa una deviazione verso un canto esotico surreale, solo per finire con un tema cinematografico più magniloquente.

"H" è un altro tributo alla musica soul euforica degli anni '60 con una grande pausa/assolo di tastiere distorte al settimo minuto.

Un assolo mozzafiato simile apre "I".

"J" disintegra prima il funk-jazz degli anni '60, poi lancia un missile techno isterico, quindi mette in moto la musica a macchine fredde e infine riscopre l'umanità in un drone sintetico e suoni da spiaggia.

"M" crea una romantica melodia di tromba su poliritmi meccanici che si trasforma in un'orgia funk e una sonata da videogiochi.

Una donna che grida deve duellare con un rapper, una fisarmonica e una grande band in "N", uno dei pezzi virtuosi disseminati di tutti i tipi di incidenti.

"K" è pura musica da pista da ballo, mentre "S" termina in uno stato di panico frenetico.

Secondo gli standard di questa opera, "P" è musica ambient: la sorgente non può essere identificata e tutto ciò che ascoltiamo è una sequenza ipnotica di beat e accordi; lacerti molto accattivanti di musica dance strumentale, che verso la fine si trasforma in una sorta di melodia prodotta da uno xilofono. L'artista concreto Pierre Henry avrebbe dovuto fare questi esperimenti.

La musica slava-zingara e il dubstep sono gli ingredienti di "O".

"R" intona un battito di danza reggae spastico e una tastiera petulante si lancia in un inno suonato a tripla velocità. Ancora tre minuti e il pezzo è invaso da rumori alieni così che, quando riprende la tastiera impertinente, sembra musica prodotta da UFO.

"T" è una versione ancora più creativa del ritmo reggae, come un esercito di senzienti macchine industriali. Suscita un caos hendrixiano mescolato con armonie vocali di un antico passato e finisce in una festoso party in spiaggia.

"X" dipinge un altro panorama esotico surreale, questo però con sfumature indiane e klezmer.

"Z" suona come un synth-pop alla moda dance dei Los Del Rio, Macarena, del guru elettronico del funk-jazz Herbie Hancock, lentamente contaminato da una fanfara di corno e da un canto hippy estatico.

Ogni volta che l'artista inietta umorismo o satira, il progetto evoca i The Residents, ma evidentemente molta più scienza è entrata in queste quattro ore di taglia e incolla superumana.