Curzio Malaparte

La pelle
Malaparte è ufficiale di collegamento fra l’esercito americano e quello italiano a Napoli durante i giorni della Liberazione. Con il suo amico, colonnello Jack Hamilton, discute le qualità straordinarie del popolo napoletano, popolo di vinti che non dimostra alcuna vergogna ma è anzi prontissimo ad approfittare della situazione. Il reportage di Malaparte è espressionista: i soldati italiani indossano le uniformi dei militari americani morti ancora intrise di sangue, bambine e bambini sono venduti per pochi dollari agli angoli delle strade, le donne arrivano da tutto il Sud per prostituirsi ai liberatori, i ragazzini dei paesi avevano combattuto i tedeschi con ferocia piantando loro chiodi nella testa e cose simili, una vergine è esibita a pagamento, i morti sono portati via sui carri dei netturbini spesso quando sono ormai in stato di decomposizione. Malaparte è l’osservatore rassegnato, miserabile e vigliacco di quello spettacolo di miseria e virtù che è Napoli. Si rende conto che gli Italiani sono più miserabili e vigliacchi adesso di quando combattevano senza armi contro i nazisti, e, indirettamente, dà colpa di ciò agli Americani corruttori. Si compiace, voyeur, dello spettacolo dei vinti; è affascinato dalla loro umiliazione, dalla loro degradazione. Malaparte indulge nell’effettismo dannunziano. Il culmine lo tocca quando gli Americani entrano a Roma fra il tripudio della folla: un uomo scivola sotto i cingoli di un carro armato; Malaparte descrive con efferata minuzia la macchia di pelle e sangue sull’asfalto, e poi i tentativi di "scrostarla" via. Ogni pagina è intrisa dell’umiliazione del vinto, che non ha più il diritto ad alcuna dignità, che non si aspetta più alcun rispetto. Gli orrori della guerra (violenza, miseria) si accumulano all’infinito. Ma il cristianesimo di Malaparte si riconosce con i vinti, non con i ricchi, felici, liberi vincitori. If English is your first language and you could translate this text, please contact me.
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