Cesare Pavese


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Pavese, La luna e i falò

 

Il ricordo è svolto dal protagonista attraverso l'amico Nuto: i due rappresentano il negativo ed il positivo della vita, l'uno bastardo, ambizioso, legato ad affetti effimeri, teso soltanto alla soddisfazione del suo senso di rivincita mediante il denaro, l'altro responsabile, intelligente, sano nei divertimenti, la musica, come nel lavoro; per mezzo di questi due filtri il ricordo ne esce del tutto imparziale e la nostalgia non ne altera i contenuti. Al ricordo si sovrappongono le impressioni, i giudizi a posteriori: il senso di freddezza e solitudine provato in America (scena del deserto, p. 58), pur tra decine di donne, troppo facili però per essere dei sentimenti con cui dare uno scopo ad una vita, ed il senso di calda umanità, pur tra tanti stenti e tanti disagi, del suo mondo contadino, ancora legato alle superstizioni della luna e dei falò (anche Nuto ci crede); ed al ricordo si sovrappone anche la storia attuale di Cinto, ragazzo storpio in cui il protagonista si identifica, il cui padre, in un accesso d'ira, sterminerà la famiglia e si ucciderà, lasciandolo orfano, apologo significativo di come il sacrificio, la sofferenza, la disgrazia di un tempo si siano trasformati in pazzia, di come in fondo l'umanità, pur troppo spesso minata dagli stenti sia destinata a diventare la disperata solitudine dell'America.

Il ricordo è centrato sulle tre figlie del Sor Matteo, tutte corteggiatissime e tutte vittime di un orrendo destino: Silvia dopo un aborto, Irene battuta dal marito, Santina giustiziata dai partigiani; il romanzo si chiude con la morte di quest'ultima, prostituta ufficiale e spia dei fascisti, falciata da una raffica di mitra e poi bruciata; è come la conclusione di un ciclo, aperto dai falò per i riti di fertilità e chiuso dal rogo di un corpo: in entrambi i casi il fuoco è simbolo della distruzione del passato e dell'inizio di un futuro migliore, ma è cambiata la forma, perché è cambiato il mondo, e adesso bruciate un po' di erba non serve a niente, un po' come in America (p. 98), che uno per sentirsi vivo ha bisogno di violentare qualcun altro.


Pavese, Il diavolo sulle colline

 

Sono soprattutto le situazioni a formare il romanzo: la città di notte, piena di luci e di silenzio, simbolo di come l'uomo si può sentire solo ed incompreso in mezzo a migliaia di simili altrettanto soli ed incompresi; le passeggiate e la vita notturna degli amici, un modo squallido di drogarsi e di fingere di vivere, simboli di un esistere vano in mezzo a gente inutile, senza uno scopo o qualcuno con cui poter riempire la propria vita. La collina, il senso del primitivo e dell'ignoto, unici valori ancora validi per quelle anime sazie di consuetudini; l'ambiente dei ricchi di Poli, in cui la sete di piacere ed il bisogno di avere tante vite diverse e false mascherano la debolezza psichica di chi ha trovato il proprio mondo già costruito e non deve fare più nulla e provocano l'alienazione dai sentimenti verso gli altri e da quelli universali (religione); la morte di Rosalba e la tisi di Poli sono le logiche conclusioni di vite senza scopo e senza altri.

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