Raine Marie Rilke

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Rilke, Elegien
(Poesia sapienziale)

1. bellezza degli angeli inarrivabile; felicità degli amanti; una fusione ("si nascondono l'un l'altro la loro sorte"); bisogna liberarsi dell'amore, perché "in nessun luogo si può restare"; la morte non è nulla di strano, anche se è strano, "non può dar significato al futuro numero", alla vita, anche se amare significa dover ricominciare da capo (sotto un'altra forma), a cercare l'eternità, ma morte e vita sono manifestazioni d'una stessa realtà, trascinate entrambe nell'eterna corrente" del tempo;

2. contrasto fra la bellezza eterna degli angeli e la fuggevolezza degli umani, per i quali "sentire è svanire". Tutte le cose rimangono, ignorando la tragedia umana, "tutto cospira a tacere di noi". Anche l'amore è una falsa eternità, che subito rivela la sua intima debolezza. E non vale sperare un rimedio all'umana pochezza, non possono continuare ad illudersi che esiste Dio;

3. l'amore, la brama del bello, è un sentimento cosmico che deriva dal fascino delle stelle e da altri istinti ancestrali. L'amore devoto della donna, amante e madre, è un'illusione, se crede che egli sia stato conquistato soltanto dall'amore. In realtà lei rappresenta secoli di procreazioni, passato e futuro, e, quindi, il destino stesso, ed è questo che l'ha conquistato. Nell'amata l'uomo ama il proprio destino.

4. Contrasto fra l'armonia della natura e l'angosciata solitudine umana. Tutto è incerto per l'uomo: nell'impossibilità di percepire la vera essenza del mondo, e, perciò, di partecipare all'armonia universale, tutto è fatica e dolore; l'uomo è una "marionetta", neppure una maschera (che, sotto l'apparenza, implicherebbe un contenuto). Rilke vuole vedere uno spettacolo di marionette che ha inizio quando un angelo muove i loro fili (mette, cioè, in moto il "cuore", che è la scena su cui si svolge la rappresentazione). L'angelo" è il sentimento, l'emozione, l'astrazione della vita quotidiana; allora ciò che l'uomo tende a dividere ritrova, come tutto in natura, la sua unità, come quando, bambini, si godeva la vita senza coscienza del futuro, e la vita era, anche nelle sue manifestazioni più intime, pura emozione: ma anche se, in tal modo, si ridiventa bambini, la morte è ... la morte d'un bambino, e non ci sono parole per descrivere l'assurdità d'un bambino che muore.

Rilke propone la morale del "cuore" (marionetta animata dall'angelo), ma si rende conto che permane un angoscioso assurdo.

5. Paragona l'umanità ad acrobati che, sul tappeto dell'universo, s'esibiscono nei loro numeri, rotolando nei lazzi. Cosa li spinge a vagare in eterno? Il loro riso forzato spreca il dono della gioia fino alla nausea, sprecano in esteriorità i sentimenti più intimi e più profondi, senza compiere quei gesti che, invece, sarebbero davvero importanti, ridono anche se negli occhi hanno le lacrime.

Li osserva uno per uno (1-72) e si domanda dove cominciarono, dove compirono i primi goffi esercizi, luogo metafisico dove il nulla tramuta in qualcosa (ci fosse una piazza dove s'esibiscono due amanti, che in questo mondo non si soddisfano mai!): allora gli innumerevoli taciti spettatori morti getterebbero loro le monete segrete conservate apposta per quell'evento, le monete della felicità che non saranno mai fuori corso.

6. A differenza della Natura, l'uomo prima s'esalta nel fiorire e maturare, poi si sente tradito dal "frutto finale": soltanto gli eroi evitano questa fine.

7. Il tempo del compianto è finito: non bisogna più gridare, bisogna trovare la forza d'andare oltre; se quel grido fosse puro come quello dell'uccello sarebbe un suono in armonia con il resto della natura, e chi emette il grido capirebbe e gioirebbe di ciò che lo circonda. Quel grido puro richiamerebbe alla memoria le ragazze amate, anche quelle morte precocemente: non importa se vissero poco, importa l'intensità con cui vissero quei momenti. "Essere qui è splendido", nonostante il dolore che ci fa gridare; è tutto ciò che conta nell'intimo. Fuori il mondo cambia, l'energia elettrica e le macchine prendono il sopravvento, ma nell'intimo l'uomo deve custodire e proteggere il senso della Natura. "Noi": il poeta è orgoglioso d'appartenere alla razza che eresse monumenti d'arte, e, titanicamente, lancia il suo urlo quasi di sfida alla perfezione dell'Angelo, pur sapendola inafferrabile.

8. Soltanto l'uomo non è puro; tutti gli animali vivono in armonia con la natura, mentre, fin da piccolo, l'uomo è ossessionato dalla paura della morte, e, perciò, perde subito la purezza, diventa incapace di percepire l'essenza della vita.

Nel momento dell'estasi suprema neppure gli amanti riescono ad andare oltre; gli uomini vivono sempre avendo davanti a sé il proprio futuro, tentando di cambiarne l'ordine ed il nostro vivere si riduce, in pratica, a dir sempre addio.

9. L'uomo sciupa la sua esistenza a struggersi per il proprio destino, a godere in fretta ciò che presto perderà; così non si è certo più felici: vogliamo godere freneticamente ed ansiosamente quest'essere "terreni" che non si ripeterà mai più.

Qual è lo scopo del nostro vivere se ciò che vediamo, ciò di cui siamo spettatori, non potremo portarlo nell'aldilà con noi? "Dire" le cose in modo che perdano il loro carattere transitorio, "dire" nel senso di lodare, di rendersi conto del proprio meraviglioso esistere, cordai o vasai, uomini che creano e passano la mano ai figli (il nostro è il tempo del dicibile): queste cose diventano infinite, indipendentemente dal fatto che lo dica la nostra natura; la stessa morte diventa parte e stimolo di questa raggiunta eternità: allora l'uomo esiste senza passato e senza futuro.

10. Il poeta spera di poter gioire pienamente, abbandonando la vita di tormentose congetture. Allora gli parranno felici persino le notti trascorse insonni nel dolore, saprà apprezzare anche gli episodi che lo fecero soffrire; poi il poeta si volge a criticare, biasimare, la "Leid-Stadt", la città-tormento, luna park di falsità in pompa magna che ha centro nella chiesa, mercato di false eternità e che espone il manifesto "non morì mai", grottesche mistificazioni della consolazione, fiera delle illusioni. Ci sono poi le Lamentazioni, che vivono nel paese dei morti: in passato gli uomini erano capaci di vivere in armonia con il dolore della vita, ne capivano il senso, lo facevano fecondo. Una Lamentazione vaga con un giovane morto a cui illustra le costellazioni del dolore (simbolismi), su tutte quella delle madri, simbolo del dolore primigenio; la tappa successiva nell'itinerario è la fonte della gioia, che sgorga al centro del paese del dolore: la forza positiva che va trae origine dal dolore stesso e che aiuta a vincerlo, a piegarlo. La morale della parabola dei morti è che la felicità non è "salire", ma "cadere".

Elegia = itinerario morale dal compianto universale alla gioia dell'intimo, dalla paura del dolore alla sua esorcizzazione attraverso il "dire" la vita quotidiana e tramandarla ai posteri.


Duino Elegies: First Elegy
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