Saltykov

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I signori di Golovev

Nella provincia russa la coriacea Arina Petrovna manda avanti i possedimenti dei Golovev, piccoli nobili decaduti: suo marito è un ubriacone buono a nulla, buono soltanto a rincorrere le cameriere, ma lei impone un ordine militare alla casa; dei suoi quattro figli si occupa poco e malvolentieri, e cerca, anzi, di liberarsi di loro: Stepan il babbeo deve vendere la casa che lei gli ha destinato per pagare i debiti contratti al gioco e poi elemosinare un pasto dagli ex contadini di sua madre; Anna era fuggita con un alfiere ed era morta in miseria, lasciando due orfane (Anninka e Ljubinka) che Arina si dovette accollare controvoglia, destinandole peraltro ai lavori più umili; Porfirij, detto Juduška (= Giuda), ora impiegato a Pietroburgo, è il più infido, adulatore perverso che sin dalla più tenera infanzia coltiva un'insana brama di denaro; Pavel, militare a Pietroburgo, è tetro e taciturno.

Stepan cerca infine asilo a casa, e Arina viene convinta da Porfirij a concedergli un cantuccio nella fattoria se firma un certo numero di carte con cui, di fatto, abdica; albergato al freddo ed al buio, Stepan finisce per ammalarsi e, una notte d'inverno, rischia di morire in preda al delirio: ormai pazzo, spira comunque poco dopo.

Negli anni seguenti, morto il marito, Arina prende la decisione di spartire i suoi possedimenti tra i due figli superstiti: prima alloggia da Porfirij, che, di buon grado, le lascia governare la sua parte; quando, però, imponendole di compilare appositi moduli, il figlio le mostra la propria ingratitudine e la propria avarizia, Arina va dall'altro figlio, ora solitario alcoolizzato senza ambizioni, che in breve cade malato. Arina cerca invano di fargli fare testamento in favore delle nipoti: Porfirij arriva al momento giusto per attendere la fine del fratello e prendere possesso della nuova proprietà. Arina sloggia umiliata e si rifugia nell'ultima casa che le è rimasta, ma le nipoti, stanche ed annoiate dalla vita di campagna, decidono di trasferirsi a Mosca, e, per evitare la solitudine, Arina ritorna da Porfirij, vedovo, che nel frattempo ha preso a convivere con la mansueta Evpraksejuška; i tre passano le serate in cordiale compagnia giocando a carte, ma Porfirij s'è dimostrato cinico e spietato, egoista ed irriguardoso nell'amministrare la proprietà: costringe al suicidio il primogenito Volodja, sposatosi contro la volontà paterna, per non volerlo assistere quando cadde in disgrazia, ed ora rifiuta di pagare un debito infamante all'altro figlio Petenka, condannandolo così alla Siberia. A questo punto Arina non sa trattenersi e lo maledice; di natura superstiziosa, Porfirij ha temuto "tutta la vita soltanto quello: la maledizione materna. Petenka morì durante la deportazione, preceduto di poco dalla nonna, la vecchia Arina."

Diventato un vecchio tedioso e torturatore, Porfirij rimane affascinato dalla nipote Anninka, l'attricetta di Mosca, che viene a sistemare le cose dell'eredità, e tenta in tutti i modi di convincerla a rimanere, ma la giovane è disgustata da quell'ipocrita depravato e dall'avvilente monotonia del mondo di provincia (tutti, tra l'altro, temono che nel suo mestiere non possa preservare la verginità).

Porfirij giunge al punto di rinnegare il figlio avuto da Evpraksejuška: nonostante tutti sappiano la verità, nessuno riesce ad impedirgli di spedire il neonato in un orfanotrofio; dopo questo atto, però, la solitudine piomba su di lui; per mostrargli disprezzo, lei si dà alla servitù, lo scredita presso di loro, e non lo serve più con le stesse attenzioni di una volta; Porfirij si riduce a parlare da solo, immagina di discutere con coloro che sono morti. A rompere la monotonia arriva, disperata, Anninka: convinta da Ljubinka a fare la mantenuta, è scesa sempre più in basso, e - dopo il suicidio della sorella - torna per morire nei posti in cui è nata; cerca un po' d'affetto nello zio che ha sempre detestato, ma che non è più in grado di connettere; nella sua mente si fa largo il rimorso, che una notte lo spinge a recarsi sulla tomba della madre per chiederle perdono. Lo ritrovano morto assiderato; Anninka è a letto con la febbre.

Un cameriere viene inviato ad avvertire la parente più vicina, che da tempo sta spiando le proprietà con avidità.


I signori di Golovev

Nella provincia russa la coriacea Arina Petrovna manda avanti i possedimenti dei Golovev, piccoli nobili decaduti: suo marito è un ubriacone buono a nulla, buono soltanto a rincorrere le cameriere, ma lei impone un ordine militare alla casa; dei suoi quattro figli si occupa poco e malvolentieri, e cerca, anzi, di liberarsi di loro: Stepan il babbeo deve vendere la casa che lei gli ha destinato per pagare i debiti contratti al gioco e poi elemosinare un pasto dagli ex contadini di sua madre; Anna era fuggita con un alfiere ed era morta in miseria, lasciando due orfane (Anninka e Ljubinka) che Arina si dovette accollare controvoglia, destinandole peraltro ai lavori più umili; Porfirij, detto Juduška (= Giuda), ora impiegato a Pietroburgo, è il più infido, adulatore perverso che sin dalla più tenera infanzia coltiva un'insana brama di denaro; Pavel, militare a Pietroburgo, è tetro e taciturno.

Stepan cerca infine asilo a casa, e Arina viene convinta da Porfirij a concedergli un cantuccio nella fattoria se firma un certo numero di carte con cui, di fatto, abdica; albergato al freddo ed al buio, Stepan finisce per ammalarsi e, una notte d'inverno, rischia di morire in preda al delirio: ormai pazzo, spira comunque poco dopo.

Negli anni seguenti, morto il marito, Arina prende la decisione di spartire i suoi possedimenti tra i due figli superstiti: prima alloggia da Porfirij, che, di buon grado, le lascia governare la sua parte; quando, però, imponendole di compilare appositi moduli, il figlio le mostra la propria ingratitudine e la propria avarizia, Arina va dall'altro figlio, ora solitario alcoolizzato senza ambizioni, che in breve cade malato. Arina cerca invano di fargli fare testamento in favore delle nipoti: Porfirij arriva al momento giusto per attendere la fine del fratello e prendere possesso della nuova proprietà. Arina sloggia umiliata e si rifugia nell'ultima casa che le è rimasta, ma le nipoti, stanche ed annoiate dalla vita di campagna, decidono di trasferirsi a Mosca, e, per evitare la solitudine, Arina ritorna da Porfirij, vedovo, che nel frattempo ha preso a convivere con la mansueta Evpraksejuška; i tre passano le serate in cordiale compagnia giocando a carte, ma Porfirij s'è dimostrato cinico e spietato, egoista ed irriguardoso nell'amministrare la proprietà: costringe al suicidio il primogenito Volodja, sposatosi contro la volontà paterna, per non volerlo assistere quando cadde in disgrazia, ed ora rifiuta di pagare un debito infamante all'altro figlio Petenka, condannandolo così alla Siberia. A questo punto Arina non sa trattenersi e lo maledice; di natura superstiziosa, Porfirij ha temuto "tutta la vita soltanto quello: la maledizione materna. Petenka morì durante la deportazione, preceduto di poco dalla nonna, la vecchia Arina."

Diventato un vecchio tedioso e torturatore, Porfirij rimane affascinato dalla nipote Anninka, l'attricetta di Mosca, che viene a sistemare le cose dell'eredità, e tenta in tutti i modi di convincerla a rimanere, ma la giovane è disgustata da quell'ipocrita depravato e dall'avvilente monotonia del mondo di provincia (tutti, tra l'altro, temono che nel suo mestiere non possa preservare la verginità).

Porfirij giunge al punto di rinnegare il figlio avuto da Evpraksejuška: nonostante tutti sappiano la verità, nessuno riesce ad impedirgli di spedire il neonato in un orfanotrofio; dopo questo atto, però, la solitudine piomba su di lui; per mostrargli disprezzo, lei si dà alla servitù, lo scredita presso di loro, e non lo serve più con le stesse attenzioni di una volta; Porfirij si riduce a parlare da solo, immagina di discutere con coloro che sono morti. A rompere la monotonia arriva, disperata, Anninka: convinta da Ljubinka a fare la mantenuta, è scesa sempre più in basso, e - dopo il suicidio della sorella - torna per morire nei posti in cui è nata; cerca un po' d'affetto nello zio che ha sempre detestato, ma che non è più in grado di connettere; nella sua mente si fa largo il rimorso, che una notte lo spinge a recarsi sulla tomba della madre per chiederle perdono. Lo ritrovano morto assiderato; Anninka è a letto con la febbre.

Un cameriere viene inviato ad avvertire la parente più vicina, che da tempo sta spiando le proprietà con avidità.

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