Schiller

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Schiller, Guglielmo Tell

 

Il Guglielmo Tell (Wilhelm Tell), nobile dramma della libertà, fu rappresentato a Weimar nel 1804 e pubblicato nello stesso anno.

Il dramma è ambientato nella Svizzera medioevale: i cantoni di Schwyz, Uri ed Underwalden stringono un patto contro l'Austria ed il suo tirannico oppressore Gessler. Wilhelm Tell, il miglior tiratore di balestra del luogo, è coinvolto nella vicenda quando, costretto, esita a salutare un cappello posto da Gessler sulla cima di un albero; per punirlo, il tiranno lo costringe a colpire una mela posta sul capo del figlio: Tell non fallisce, ma quando gli rivela che, nel caso avesse fallito il primo colpo, una seconda freccia sarebbe stata destinata a Gessler, viene imprigionato. Dopo essere riuscito a fuggire, attende il tiranno sulla riva del lago e lo uccide; la rivolta diventa generale, ed il liberatore Tell diventa in tal modo il simbolo d'una nuova nazione. All'interno della vicenda si snoda l'avventura amorosa di Berta, ricca ereditiera simpatizzante per i rivoltosi, e Ulrico di Rudenz, nipote del barone Werner: mentre il barone ama il popolo e lo protegge dalle angherie di Gessler, il nipote si schiera dalla parte dell'Austria convinto, in tal modo, di compiacere all'amata, ma quando Berta gli rivela il proprio modo di vedere le cose, Rudenz si schiera dalla parte della rivolta e sostituisce Werner quando questi muore; accanto alla rivolta dei contadini si sviluppa, inoltre, l'assassinio dell'imperatore da parte di Giovanni Parricida, che, inseguito dai vendicatori, si rifugia nell'umile casa di Tell e qui ottiene la compassione ed il consiglio di recarsi a Roma a chiedere perdono al Papa.

Miracolo della poesia, Schiller scrisse Tell e ne raffigurò l'ambiente alpino senza conoscere la Svizzera: troppo povero per viaggiare, occupato nei suoi lavori storici e con una famiglia numerosa da mantenere, si valse, per la descrizione dell'ambiente, di libri, cronache e racconti di viaggiatori ed amici, tra cui Goethe; eppure, il piccolo paese montano spicca vivissimo con i suoi picchi, ghiacciai e prati pieni di sole; in origine era Goethe che avrebbe voluto scrivere un poema su Tell, ma, messo da parte il progetto, ne parlò a Schiller, che si entusiasmò all'idea e cominciò a studiare le cronache e gli storici svizzeri.

Il Tell di Schiller è il dramma corale di un popolo attraverso i suoi numerosissimi personaggi, piuttosto che il dramma di un solo uomo, come la storia vorrebbe; Schiller riesce ad imporre in tutte le scene quel senso dell'amore della libertà che è, forse, il vero protagonista dell'opera.

Schiller, Trilogia del Wallenstein

 

Con il dramma La morte del Wallenstein (Wallensteins Tod) del 1799, Schiller, sotto l'influsso di Goethe e Shakespeare, operò l'evoluzione dell'eroe concepito idealisticamente al protagonista costruito realisticamente, senza per questo tuttavia rinunciare alla sua tipica idealizzazione poetica; la prima parte della trilogia, Il campo di Wallenstein (Wallensteins Lager) è del 1796, la seconda, I Piccolomini è del 1798.

Il campo di Wallenstein funge da prologo alla Trilogia, concepita dapprima come un tutto unico e poi divisa in tre parti. L'elemento principale che dà vita alla maestosa Trilogia è l'esercito, e, nel prologo, esso balza possentemente in luce, costituendo un quadro d'incomparabile vivacità e verità storica: il Campo di Wallenstein è un vivacissimo panorama soldatesco del Seicento, in cui sono presenti, velati sotto l'aspetto pittoresco, gli orrori e la crudeltà della Guerra dei Trent'Anni, che desolò la Germania.

I Piccolomini inquadrano la situazione al campo: geniale stratega e condottiero, dopo aver armato con le proprie forze un esercito per l'Imperatore, vinti gli svedesi, liberate dai luterani terre e paesi d'Austria e Germania, una volta caduto in disgrazia presso gli Asburgo, poi richiamato e quasi implorato a riprendere il comando, Wallenstein si sente ormai così potente da ambire addirittura ad una corona, quella di Boemia, e trattare alla pari con re e principi; nutre in segreto oscure velleità di una pace generale, che liberi l'Europa e l'umanità dagli orrori di una guerra di cui egli conosce tutta l'irrazionalità; cospira, perciò, contro l'Austria ed il proprio signore, e si mette in contatto con gli svedesi per muovere contro gli imperiali, di cui è condottiero supremo. Ma tutto ciò è più allo stato di velleità che di precisa volontà, e solo l'intervento di personaggi ambigui ed assetati di potere come il conte Terzky, Illo e la contessa Terzky rendono l'ambizione tradimento; ma ferrea è la determinazione di Ottavio Piccolomini d'aiutare l'Imperatore a liberarsi dell'uomo potente diventato un nemico pericoloso: mentre Ottavio riceve da Vienna l'autorizzazione a deporre ed esautorare Wallenstein, il figlio Massimiliano, fedelissimo e miglior amico del condottiero, accompagna nell'accampamento la moglie e la figlia di questi, e non può fare a meno d'innamorarsi della giovane e bella Tecla. Venuti a conoscenza delle decisioni viennesi, i seguaci di Wallenstein lo convincono a passare all'azione: durante il banchetto il conte Terzky s'incarica di ottenere l'adesione scritta alla rivolta, e la ottiene, mediante un trucco meschino, da parte di tutti i condottieri al seguito di Wallenstein; solo Massimiliano, tutto preso dal suo amore con Tecla, non firma, e, poco dopo, il padre gli rivela l'alleanza segreta dell'ambizioso duca di Friedland con il nemico svedese: Massimiliano non crede né che il suo protettore abbia potuto macchiarsi di tradimento, né che il padre abbai potuto tramare alle spalle del suo comandante.

Ne La morte di Wallenstein Ottavio riesce a staccare gran parte dell'esercito dal comandante supremo; i fidi di Wallenstein sono ora soltanto due: Illo ed il conte Terzky; mentre Massimiliano si trova nella drammatica situazione di dover tradire o rinunciare per sempre all'amata, e mentre Buttler finge di seguire l'ardito piano, covando nell'animo una truce vendetta. Alla fine Massimiliano parte, ma la sua disperazione lo porta presto alla morte sul campo di battaglia; Tecla fugge. Buttler organizza un complotto per uccidere il duca, e, dopo aver passato per le armi anche gli ultimi fedeli della rivolta, compie il misfatto proprio mentre le armate comandate da Ottavio Piccolomini entrano vincitrici.

Alle ultime soglie della tragedia, mentre Tecla è scomparsa e la duchessa, dopo aver saputo degli ultimi tragici avvenimenti, lotta contro la morte, la contessa Terzky (principale artefice, col marito, della ribellione di Wallenstein, e partecipe delle ambizioni d'agguantare una corona regale) rivela ad Ottavio d'aver ingerito il veleno per non sopravvivere all'onta della casa ed alla vendetta imperiale; l'ipocrita Ottavio assicura che non vi sarà vendetta, che l'Imperatore è placato e che l'infelice Tecla non subirà le conseguenze della tragedia; ma, dopo aver pregato Ottavio d'intercedere presso l'Imperatore affinché i loro resti riposino presso le tombe dei loro avi, la contessa, sentendo avvicinarsi la morte, s'allontana. Rimasto solo, Ottavio riceve la lettera in cui è contenuto il premio del suo tradimento: il titolo di principe.

Schiller cominciò a pensare a questa trilogia quando scrisse la sua Storia della Guerra dei Trent'anni (1792): Schiller vide subito che era difficile far poesia affrontando un tema così vasto ed anche arido; dopo qualche esitazione, scelse il verso in luogo della prosa, ma ciò non valse ad infondere alla materia il patetico calore di don Carlos o la passione femminile e, allo stesso tempo, le sottili trame politiche della Maria Stuarda; Wallenstein rimaneva un immane blocco secentesco, arido e barocco, ma pieno di maestà e, nel Campo, di chiassosa umanità soldatesca. Schiller riuscì a fondere l'ambizione di Wallenstein, il suo titanismo, il suo pazzesco ascendere e la caduta, anche se la Trilogia manca, soprattutto nella seconda parte, di forza drammatica: il carattere stesso del protagonista, più che titanico, appare in balìa del fato.

Avvertendo la staticità dell'azione e la freddezza della ragion di Stato rappresentata da Ottavio, Schiller intesse nel dramma politico una storia d'amore e di nobile fedeltà, animata dagli immaginari personaggi di Tecla e Massimiliano; nelle intenzioni di Schiller, Massimiliano è il perfetto contrario del padre: romantico, generoso, altruista, fedele e devoto sino alla morte non solo a Wallenstein, ma anche alla fede giurata che lo stringe all'Asburgo, tanto che si può dire che egli cerca la morte in battaglia. Ben più vivo il dramma del padre: Ottavio è tutt'altro che privo d'umanità, ma deve servire soprattutto lo Stato, e vede anche lontano nel futuro; alla fine, quando legge la nomina regale, alza infatti gli occhi al cielo e scarica in un gesto tutta l'ipocrisia accumulata nella vicenda; così, con un tratto tipicamente schilleriano, cioè l'assoluzione in extremis di un perfido personaggio, il poeta corona la sua lunga fatica e mostra che, al di sopra delle facoltà dello storico, stanno pur sempre quelle dell'artista.

In mezzo a tutti questi personaggi, che dovrebbero essere minori ma finiscono per diventare i veri protagonisti del dramma, la figura ambigua ed oscura di Wallenstein si erge nella sua maestosità, e si attornia di particolari quasi irrazionali: la fede nell'oroscopo e nei presentimenti, che guidano tutta la vicenda finale. Il dramma del padre non riesce ad emergere e finisce per essere schiacciato dal dramma politico, il vero centro della vicenda; sullo sfondo della guerra disastrosa, la figura di Wallenstein campeggia titanica, circondata dal coro dei personaggi minori, che, in un crescendo altamente drammatico, accompagna lo sfrenarsi della sua insaziabile ambizione, il suo folle ascendere, la sua apocalittica caduta.

Schiller, I masnadieri

 

I Masnadieri (Die Rauber), ispirato allo Sturm und Drang, fu composto da Schiller ancora studente sotto l'influsso di Shakespeare, Rousseau, Ossian e Plutarco; se le idee di Rousseau ed il disperato eroismo degli eroi plutarchiani nutrirono il veemente dramma nel suo ordito ideologico, la trama derivò da un racconto di Schubert sulla Gazzetta Sveva.

Scritti tra il 1775 ed il 1781, rappresentati nel 1782, uscirono in un'edizione audace e provocatoria in cui si vede un leone in atto di spiccare un salto e la scritta "In tyrannos"; per quanto al dramma sono legate molte tumultuose vicende del giovane Schiller, dalla proibizione di scrivere opere letterarie all'arresto del 1782, sino alla fuga da Mannheim.

Dopo aver abbandonato la casa paterna, Carl Moor è oggetto d'una perfida persecuzione morale da parte del fratello Franz, che trama contro di lui finché riesce ad estorcere all'anziano genitore la promessa di diseredare il primogenito. Carlo, che vorrebbe tornare pentito, si ribella e, in preda al furore, s'allea con una banda di briganti di cui viene nominato capo; Franz tenta anche di conquistare Amalia, l'amata di Carlo, ma, consapevole della sua perfidia, ella gli resiste; allora Franz decide, anche per sbarazzarsi definitivamente del vecchio, di far credere ai due che Carlo sia morto in battaglia: il vecchio Moor sviene e, creduto morto, viene deposto nella bara; al suo risveglio Franz ordina che egli sia rinchiuso in una torre e s'instaura nel castello da padrone, cercando di far sua Amalia prima con l'affettuosità e poi con la violenza. Nel frattempo, ignaro di quanto sta succedendo al castello, Carlo capeggia tutte le azioni di brigantaggio dei suoi masnadieri, ma si distingue da essi per la generosità verso i poveri e l'odio verso gli sfruttatori e gli oppressori; decide infine di tornare, e si presenta al castello come ospite straniero. Franz non tarda a rendersi conto della vera identità dell'ospite, e trama contro la sua vita, ma Carlo scopre il luogo in cui è rinchiuso il vecchio padre e, salvatolo e messo al corrente degli avvenimenti, decide di uccidere il fratello con le proprie mani, e, a tal fine, invia degli uomini fidati a rapirlo. Ma, preso dai rimorsi, Franz si strangola prima che gli uomini inviati dal fratello possano catturarlo; Carlo Moor apprende con sollievo della morte del fratello, che gli evita di commettere un fratricidio. Amalia riconosce l'amato ed invoca il suo amore, ma, ligio al suo giuramento verso i masnadieri, la respinge: confessa al vecchio e ad Amalia d'essere il capo dei malfattori, condannando così a morte il vecchio di crepacuore, e, davanti alle suppliche di Amalia che gli chiede d'ucciderla, egli la colpisce; decide, infine, di costituirsi e di lasciare che la giustizia uccida anche lui, e, al fine di nobilitare questo gesto, si consegna nelle mani di un contadino padre di undici figli, che potrà così intascare la taglia.

Dramma della ribellione alle leggi, della malvagità umana e dell'eroismo senza scampo, addolcito però dal disperato amore per la terra natia, I masnadieri sono interamente dominati dalla gigantesca figura di Carlo Moor, il masnadiero anelante la libertà, sempre in lotta contro il dispotismo e l'immoralità, e, al tempo stesso, incline ai più delicati sentimenti d'amore e d'amicizia, modello ideale dell'eroe romantico.

Motivi di fondo della tragedia sono il culto del genio tipico dello Sturm und Drang, la condanna illuministica di una società corrotta, la devozione pietistica e le conoscenze medico- psicologiche.

Nonostante la cruda violenza del linguaggio e l'eccessiva lunghezza delle scene, piene di verbosa dialettica anticonformista e di lunghissimi monologhi dei due distinti eroi, Carlo e Franz Moor, l'uno tutta plutarchiana nobiltà ed energia, l'altro tutta invidia e bassezza, quest'opera ha un significato cosmico ben delineato: Schiller illustra, attraverso un dramma familiare, la minaccia che incombe sull'ordine cosmico, e mostra come, alla fine, la minaccia venga sventata con la morte di tutti e quattro i personaggi principali, a modo loro tutti assolti: Amalia ha amato un malviventi, ma l'amore assolve tutto; il vecchio padre ha ingiustamente maledetto il figlio caduto in sventura, ma v'è stato istigato da quel perfido intrigo, Carlo ha ucciso, derubato e violentato, ma lo assolvono e la disperazione per la maledizione per la maledizione paterna e le azioni paterna e le azioni caritatevoli verso i poveri e gli oppressi; infine Franz, anima perfida e maligna, disposto a commettere parricidio e, all'occorrenza, anche un fratricidio, pur di avere per sé gli averi del padre e la donna del fratello, si pente nell'attimo estremo, ed espia, con il suicidio, i suoi orribili peccati (tema tipico di Schiller).

In questo contesto s'inseriscono i masnadieri, libertini senza fede né averi, che preferiscono rischiare la forca piuttosto che condurre un'esistenza onesta, e servono per fare da contrasto con l'animo nobile del loro condottiero, loro assassini impietosi che attorniano l'insanabile dramma del giovane diseredato.

Schiller, La congiura del Fiesco

 

La congiura del Fiesco (Die Verschworung des Fiesco zu Genua) ebbe vita travagliata, e cadde in quel periodo (1783) in cui Schiller fuggiva, si nascondeva, faceva debiti, cercava rifugio presso gli amici.

La vicenda si svolge nella Genova di Andrea Doria, che, ottantenne, si prepara a cedere lo scettro del potere al nipote Giannettino, tutt'altro che amato dai nobili genovesi. Fiesco, conte di Lavagna, lo odia per motivi d'ambizione; Borgognino e Verrina vogliono la sua morte per vendicarsi dell'atto di violenza da lui commesso ai danni della verginità di Berta, rispettivamente fidanzata e figlia dei due; gli altri influenti nobili della città vogliono la sua caduta per antichi rancori.

Fiesco trama per insediarsi al posto di Giannettino, e, perciò, oltre ad approntare un vero e proprio esercito di rivoltosi, si pone a capo della congiura ordita da Verrina e gli altri: servendosi del moro che lo avrebbe dovuto uccidere su commissione, Fiesco viene a conoscenza del progetto di Giannettino di far assassinare nottetempo i dodici nobili più influenti della città; egli lo previene scatenando la rivolta: Giannettino viene ucciso da Borgognino, che può così sposare Berta, e Fiesco viene acclamato duca dalla folla. Leonora, moglie disperata di Fiesco, si precipita in strada avvolgendosi nel mantello che è stato di Giannettino: quando Fiesco la incontra la scambia per il dittatore e, quindi, la trafigge; accortosi del fatale errore, lo interpreta come un volere del fato e decide d'insediarsi a sua volta come dittatore di Genova; Verrina, che, nel frattempo, ha capito le intenzioni di Fiesco, lo getta in acqua e s'allea, infine, con Andrea Doria.

Tipico dramma dello Sturm und Drang, La congiura del Fiesco appartiene ed apre la serie di quei grandiosi affreschi storici nei quali nature titaniche si battono per due ideali sempre vagheggiati dagli uomini, la potenza e la libertà. La Genova del Cinquecento, sconvolta dalle fazioni e dalla passione di parte e pur sempre splendida di nobiltà e fierezza, fa qui da sfondo alla convulsa vicenda del protagonista, fatalmente sospinto al suo atroce destino in un'atmosfera carica di allucinazioni.

Il tema della tragedia era stato suggerito a Schiller, prima come dramma repubblicano, poi come quadro dell'ambizione che agisce e precipita, da Rousseau. Nel dramma vi sono delle ingenuità ed intemperanze giovanili, ma forse solo nella lingua e nelle figure di donna (Leonora e Berta): i caratteri virili, ambiziosi o striscianti, complessi o rozzi, la sete di potere, gli intrighi machiavellici, le ferree necessità della Storia, tutto ciò è già splendidamente delineato.

Schiller mutò la storia della fine della congiura per non tradire l'aspettativa del pubblico e la natura del dramma, che vuole soluzioni drammatiche, e non del caso: storicamente, Fiesco cadde accidentalmente in acqua mentre, durante un episodio della congiura, passava da una nave all'altra, e non poté salvarsi perché gravato della corazza e del mantello; con un magnifico colpo di scena, Schiller lo fa invece precipitare in acqua da Verrina, ferreo ed implacabile fanatico repubblicano, che preferisce sopprimerlo piuttosto che vedere anche lui venir meno, in veste di duca, agli ideali repubblicani di Genova; con un altro colpo di scena, profondamente umano, Verrina dichiara poi agli altri congiurati accorsi: "Io passo ai Doria".

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