Gun Club
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Fire Of Love, 9/10
Miami, 7.5/10
Death Party, 8/10 (EP)
Las Vegas Story, 7/10
Wildweed, 6/10
Flamingo, 6/10
Mother Juno, 6/10
Pastoral Hide And Seek, 5/10
Divinity, 5/10
Ramblin, 4/10
Lucky Jim, 5/10
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Texas-born vocalist and guitarist Jeffrey Lee Pierce formed Gun Club in Los Angeles, inspired by both the Cramps' "voodoobilly", Robert Johnson's Delta blues, Louisiana's swamp rhythms, Jim Morrison's dark and sensual dialectics, and California's hardcore scene. The breath-taking parade of Fire Of Love (1981) spun around demonic rock'n'roll rave-ups, hypnotic and amphetaminic blues-rock shuffles, and bleak country-rock ballads. The musical vocabulary of blues, country and rock music was employed to feed the spasmodic fever that consumed Pierce's mind, a fever that originated from obscure forces and inner ghosts. While raiding stereotypes and canons, Pierce and his gang secreted a magical balance of suspense and despair. Gun Club were more than the expression of nihilist anger: their music embodied a metaphysical quest for the meaning of life. As he didn't find it, the singer screamed and the band roared, venturing deeper and deeper into Pierce's nervous breakdown (which was really the breakdown of an entire generation). Miami (1982) was a morbid affair that removed most of the violence and focused on the emotional tension. It was a rural album, whereas its predecessor had been an urban album (despite its rural roots). Rather than a call of the wild, it was a psychoanalysis of an alienated state of mind. The first album was an earthquake that created new seismic faults: the second album was an exploration of those seismic faults. The orgiastic and macabre overtones of the first album permeated the EP Death Party (1983), but Las Vegas Story (1984), influenced by second guitarist Kid Congo Powers (Brian Tristan), veered towards a more pensive and atmospheric tone, the same tone that surfaced over and over again in Pierce's solo albums, which basically kept repeating the mantra of a man who was not at peace with himself. Pierce may have found what he was looking for when he died in 1996.
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Jeffrey Lee Pierce (nato a El Paso, Texas) e` forse la figura piu` carismatica del riflusso verso la tradizione seguito al punk-rock. I suoi Gun Club, formati a Los Angeles nel 1980, prendono lo spunto dal "voodoobilly" dei Cramps per addentrarsi nel mondo misterioso del profondo Sud, dal Delta di Robert Johnson alla giungla della Florida.

Pierce cantava nel modo cupo e suadente che era stato di Lou Reed e di Jim Morrison. Il chitarrista Ward Dotson accarezzava la slide come da manuale del blues. La sezione ritmica incalzava con cadenze da cerimoniali esoterici. Il repertorio era spartito fra rock and roll poderosi e demoniaci (modello New Orleans piuttosto che Chicago), blues-rock ipnotici e amfetaminici e ballate truci radicate nel clima rurale del Sud. I testi rigurgitavano di riferimenti al mondo impenetrabile della giungla, ai suoi riti occulti, alle leggende popolari.

Sull'album Fire Of Love (Ruby, 1981) il complesso trasfiguro` il blues in scorribande sataniche a velocita` supersonica, in danze selvagge a ritmo martellante, in orge dionisiache di riff scampanellanti. L'intero vocabolario sonoro del blues e` messo al servizio di una febbre convulsa che origina dalle forze oscure e dai fantasmi interiori che minano la mente di Pierce. Sex Beat, che a ritmo incalzante e con un riff di accordi in crescendo scoperchia le pulsioni e frustrazioni piu` oscene, e` il manifesto del loro thrash-blues porno-horror. For The Love Of Ivy e` un esercizio di suspense e di esplosioni hardcore trattenute, nel quale svettano le doti drammaturgiche di Pierce. Ghost On The Highway e` una ballata spericolata, che sodomizza la musica country con la violenza delle gang di strada. L'apice di foga ed emozione e` forse She`s Like Heroin, un'epilessi bestiale di punk-rock, una quadriglia scalmanata che la distorsione continuata della chitarra violenta senza pieta`, mentre l'urlo compostissimo di Pierce blatera al vento la sua disperazione erotica.
Sono composizioni sfrenate, sguaiate, smodate prolusioni di lascivia che giungono al limite del delirium tremens, ma cio` nondimeno capaci di toccare corde epiche nei toni malvagi del loro incedere. Il tema titanico di Pierce si distende soprattutto nel rock and roll ipnotico e martellante di Fire Spirit.
Sempre scolpiti in accelerazioni supersoniche, brani blues come Black Train (degno dei massimi blues "ferroviari" di tutti i tempi) e Goodbye Johnny calano il misticismo horror in un habitat primordiale. L'impeto furibondo dei loro perversi rituali alimenta l'immaginazione piu` turpe del punk: persi tanto l'anelito anarchico dei Sex Pistols quanto il dissacrante umorismo dei Cramps, gli impulsi epidermici del sesso e della morte li sospingono verso ancor piu` pagani eccessi.
Pierce canta di dannazioni sempre piu` atroci, in una tipica corsa mozzafiato all'auto-distruzione, non prima di aver affogato le sue libidini nell' auto-compiacimento dell'orrido, del putrido, dell'infernale. Pierce confessa la propria disperata impotenza, ma a tratti il suo lamento e` tanto furente da suonare eroico. Il sound e` furente e barocco, senza sbavature: ha assimilato e amalgamato tutto l'arsenale sonoro del Sud in una forma-canzone punk spettacolare e travolgente.
Le uniche ispirazioni evidenti sono costituite dalle cadenze "swamp" dei blues di Slim Harpo (Cool Drink Of Water) e dal country-punk dell'orrore di Chris Dejardins, non a caso produttore del disco e al quale si deve parte del merito (tutte le canzoni sono piu` veloci di come il complesso le esegue dal vivo).

Su Miami (Animal, 1982 - Sympathy, 2004), invece, le galoppate sataniche del gruppo vengono temperate da uno spirito piu` morboso che omicida. Il clima di horror soprannaturale prevale sulle pulsioni violente. Il codice genetico del country fa capolino dalla ferocia punk-rock. Il disco risulta piu` equilibrato, ma al tempo stesso perde qualcosa della forza dirompente dell'esordio.
A crescere e` soprattutto lui, Pierce. Il suo canto alla Jim Morrison e` ancor piu` urlato sulle note alte, quasi stridenti, e produce un effetto che e` un insieme di maestosita` e di disperazione. La carica di angoscia ne risulta accresciuta e si riversa a torrenti nelle faglie sismiche del loro blues. E' un tributo da metropolitano alienato ai solenni misteri della natura secolare e agli uomini che ne celebrano i riti (la solenne Carry Home, a ritmo voodoo con sfregi sinistri e sensuali di distorsioni e di slide). L'atmosfera si accende non appena Pierce intona l'epica nevrotica di Like Calling Up Thunder o urla disfatto negli spasimi depravati di Devil In The Woods o delira allucinato nel crescendo caracollante di Sleeping In Blood City, laddove cioe` il piu` selvaggio "blues-a-billy" di palude riprende il sopravvento. E allora si sollevano ventate di incubi, visioni tenebrose che reclamano tributi di anime e sangue. Quasi africano nel suo sinistro incedere da jungla, l'alto richiamo di Watermelon Man suggella il rituale piu` occulto, mentre la piu` canonica cadenza di palude, languidi accordi country e un coro di pirati pennellano la tesa Texas Serenade. Le loro lande misteriose incutono soltanto terrore, non invitano alla catarsi dopo la fuga dalla metropoli, ma anzi convogliano in elementi irrazionali (quali i rituali o le leggende) la paura accumulata nei labirinti desolati delle grandi citta`.
Pierce ha assimilato la drammaturgia sciamanica di Jim Morrison, soprattutto in Mother Earth, che si riallaccia alle ballate lugubri di Waiting For The Sun, e l'ha ulteriormente espansa con un repertorio tutto personale di urla "scivolate" fra una nota e l'altra.

Pierce e` al culmine del suo magnetismo messianico, ma il suo ego squilibrato gli costa il gruppo, che si sfalda. Una formazione completamente rifatta registra Death Party (Animal, 1983 - Sympathy, 2004). Perso per sempre il brio punk dell'esordio, Pierce ne recupera pero` almeno il piglio luciferino. Il mini-album contiene ballate granitiche e lineari, suonate all'insegna di un fatalismo piu` rassegnato. Se prima Pierce aveva inveito contro il mondo, e poi aveva fatto ricorso agli scongiuri, qui prende coscienza di un maleficio che non potra` mai essere infranto. Pierce completa la parabola da ribelle a pazzo a perdente.
In alcuni punti il disco lambisce di nuovo l'epos disperato di Sex Beat: The Lie erompe fulminea e incalzante con la foga del loro classico rock and roll di palude, al ritmo vertiginoso che fu dei tamburi voodoo, e l'attacco brutale di Come Back Jim, hoedown a perdifiato con schitarrare da blues ferroviario, conclude il disco con pari violenza e fervore cerimoniale. Altrove predominano i toni di Miami: la melodia corale di House On Highland Avenue, degna dei Jefferson piu` elegiaci e con i soliti sovratoni alla Doors e un piglio apocalittico alla Dylan, dipinge a toni truci un clima di sconfitta senza possibilita` di riscatto. Ma dove il tribalismo sfrenato trova la sua piu` compiuta espressione e` nel macabro rituale di Death Party, lungo delirio di perversioni maniacali e di freddo nichilismo in un'atmosfera orgiastica e demoniaca, cantato/urlato con voce alterata e dilaniato dalle dissonanze piu` feroci a un ritmo pulsante/stordente di palude che ne fa uno dei piu` grandi blues di tutti i tempi e una delle piu` truci danse macabre della storia della musica.
I brani evocano lo squallore morale degli slum metropolitani tramite il richiamo a rituali ancestrali del male. L'affresco di morte, menzogna e alienazione e` il piu` cupo dai tempi dei Doors.

In quanto a realismo l'apice viene raggiunto anzi da Las Vegas Story (Animal, 1984 - Sympathy, 2004), che all'altra chitarra presenta di nuovo Kid Congo Powers (Brian Tristan), gia` membro fondatore poi trasferito ai Cramps al posto di Gregory. Con questo disco la forma della novella psicanalitica raggiunge la perfezione, in termini di svolgimento drammmatico, se non di propulsione. Il ritmo si e` fatto piu` lento, meditato e minaccioso, subdolo e angoscioso. Le sette canzoni di Pierce profumano sempre di tradizioni arcaiche nei ritmi e nei testi, e la sua voce si avventa fredda e invasata sui versi come una forza del destino, si avvinghia alle proprie storie con cinismo e passione liberando i fantasmi che lo assillano, ma l'uomo e` piu` che mai succube dei fantasmi interiori che ne ossessionano la psiche. Le confessioni autobiografiche creano un clima opprimente di claustrofobia, come nel grido lacerante di Give Up The Sun, una "danse macabre" alla Death Party e personale inno alla fine, oppure di paranoia, come in Walking With The Beast, su un tema simbolico frequente nel blues, quello della "bestia" alter ego. Dove la "bestia interiore" di Pierce trionfa e` ancora nelle storie incalzanti con un elemento di mistero, come The Stranger In Our Town, in cui il ritmo di palude sposa le inflessioni piu` amare del suo canto angosciato. Il rumorismo di Powers, fatto di feedback e torsioni abominevoli, aggiunge un pizzico di demonismo, esemplare nella disperazione di Moonlight Motel, l'unica degna dei climi infuocati del primo disco. Ma, non essendo Pierce uomo da saghe sociali, il disco segna l'inizio della sua parabola discendente.

Wildweed (Statik, 1985 - Sympathy, 2005), il primo disco solista di Pierce, riduce l'impeto ritmico del sound e da` piu` spazio al suo universo epico e disperato. Nonostante un arrangiamento da discoteca (soprattutto il battito pressoche' metronomico di tutti i brani), l'album e` un'altra potente raccolta di ballate dolenti, di meditazioni di un loser nel vuoto esistenziale della societa` moderna: Love And Desperation, la sua sigla, e` un lamento cantato nei toni veementi tipici del suo blues e contrappuntato da effetti horror di sottofondo, ma condotto anche da un ipnotico chitarrismo funky che la trasforma in "ballabile" d'atmosfera alla dark punk; un sincopato piu` "duro" propelle Love Circus, mentre From Temptation To You e Midnight Promise, avvolte in sofisticati intrecci chitarristici e deliqui pianistici, svolgono gli stessi temi nello stile "acido" dei Television. Le distorsioni e le urla da "fondo scala" di Sensitivity, il boogie maschio e dinamitardo di Sex Killer, il power-blues swingante di Hey Juana e soprattutto Wildweed, una delle sue galoppate epiche, meglio rappresentano l'universo morale del suo ego demoniaco. Pierce si avvicina alla canzone nevrotica di Tom Verlaine e talvolta sembra proporsi come un John Fogerty in versione tragica e amelodica.

Forte di uno stile ancor piu` ballabile, l'EP Flamingo (Statik, 1986) si permette di sperimentare armonie piu` convolute in Get Away e addirittura dissonanze, elettronica, free jazz in Flamingo.

Jeffrey Lee Pierce, cantante, chitarrista e anima dei Gun Club, reduce da due dischi solisti tutt'altro che perfetti, entra allora in una fase turbolenta della sua vita. Gli eccessi di alcool e droga lo hanno malridotto, i compagni lo hanno abbandonato (forse scettici sulle sue possibilita` di riprendersi) e l'unica consolazione e` la nuova ragazza, Romi Mori, una giapponese incontrata a Londra. Per due anni si affida a programmi di riabilitazione, finche' esce vittorioso dalla sua battaglia contro l'eroina.

Nel 1987 Pierce e` cosi pronto a riprendere l'avventura dei Gun Club. Mother Juno (Red Rhino, 1987) si rivela un altro lavoro di classe da parte di uno dei piu` grandi e suggestivi interpreti moderni del blues. Se Breaking Hands cerca forse con troppa insistenza il successo delle classifiche (arrangiata come un brano dei tardi Doors), il country-punk Bill Bailey, il lungo e lento blues Yellow Eyes, l'urlo disperato di Hearts, la velenosa quadriglia di My Cousin Kim proseguono il suo viaggio allucinato attraverso il deserto morale della societa` moderna, e Thunderhead fa persino rivivere le atmosfere indemoniate di Fire Of Love. Il suo crooning ha conservato l'efficacia perversa di un registro gelidamente psicotico, l'ideale per raccontare storie da thriller; e il quartetto (con Kid Congo Powers alla chitarra, Mori al basso e l'inglese Nick Sanderson alla batteria) e` certamente piu` professionale di quello originale.

Ma Pierce doveva ancora scacciare un altro demone: l'alcool. Forme acute di ulcera e di epatite lo tengono ancora lontano dalle scene. Ci vogliono cosi` tre anni perche' Pierce e compagni registrino il seguito: Pastoral Hide And Seek (Fire, 1990). Il disco e` il terzo della carriera di Pierce a deludere le attese, a non incendiare con quel fuoco primordiale che e` il vero timbro della sua musica. Pierce si adagia invece in ballate malinconiche come Emily's Changed.

E altrettanto "minore" risulta il successivo Divinity (New Rose, 1991), con la ballata jazzata Sorrow Knows e il grintoso hardrock di Black Hole, per quanto arrangiato in maniera surreale da Pierce e Powers. Pierce, d'altronde, sta vivendo da esule, in giro per il mondo, senza una casa, paranoico nei confronti di Los Angeles, dove non osa rimettere piede per paura di ricadere nelle grinfie dell'eroina. Pierce parte per l'Estremo Oriente, e vi ritornera` altre due volte in quegli anni.

Nel 1992 le sue condizioni di salute sembrano permettergli un ritorno in grande stile. L'album Ramblin (Triple X, 1992), a suo nome, e` pero` semplicemente un omaggio al blues, anche se a svettare sono due brani originali: Strange In My Heart e soprattutto Go Tell The Mountain, uno dei suoi capolavori. Il blues sembra avere una funzione catartica sulla sua mente, gli e` necessario come una medicina.

Lucky Jim (Triple X, 1993), a nome Gun Club, ma senza Congo Powers, e` un ancor piu` triste e rassegnato lamento di solitudine e incomprensione (indicativi la title-track, l'Idiot Waltz e l'Anger Blues), che non bastano il soul Cry To Me e l'"hendrixiana" Ride a redimere. Anche Powers lo ha lasciato, per formare i Congo Norvell, e adesso Pierce ha preso in mano la chitarra solista, ripartendo da B.B. King, come un anziano analfabeta che finalmente decida di terminare le elementari. Romi Mori al basso e Nick Sanderson alla batteria costituiscono la sua sezione ritmica preferita, ma anche loro, svogliati e prevedibili, sembrano la copia sbiadita di quelli di un tempo. E Bart Van Poppel all'organo Hammond fa, francamente, un po' poco per meritarsi il titolo di quarto membro del complesso.

Pierce aveva progressivamente perduto la capacita' di scrivere e suonare buona musica e si era adagiato in un umore di auto-compatimento, che era poi una forma di auto-idolatrazione.

Mori` di emorragia cerebrale il 31 marzo 1996. L'album che aveva in programma avrebbe segnato la sua conversione all'hip hop.

Pierce, texano di El Paso corrotto da Los Angeles, maledetto dal blues, si e` prima perso e poi spento nelle strade di quell'America cinica e maledetta che aveva cantato con tanta struggente amarezza.

La malvagia incantevole miscela di culture blues, rockabilly, rurale e punk, avvolta nei tormentati messaggi criptici di Pierce, segna un importante punto di passaggio dal veemente disgusto dei primi punk a una piu` matura depressione esistenziale, soprattutto perche' procede nell'esplorazione dei punti di contatto fra il ritualismo metropolitano e il tribalismo primitivo, uno dei temi chiave degli anni Ottanta. I capolavori dei Gun Club, siano ancora reminescenti delle epilessi hardcore (Sex Beat, She`s Like Heroin, Ghost On The Highway, Fire Spirit, Thunder, Lie, Come Back Jim, Moonlight Hotel) o siano blues epici (Black Train, House On Highland Avenue, Carry Home, Devil In The Woods) o ancora danse macabre (Death Party, Give Up The Sun, Watermelon Man), delimitano chiaramente un'epoca dall'altra.

I Gun Club demonizzano il blues cosi` come i Cramps avevano demonizzato il rockabilly. Allo spirito goliardico dei Cramps si contrappone pero` il cupo e tragico spleen di Pierce, che fa sul serio cio` che Interior fa per finta. Il Faust del punk ha davvero venduto l'anima al demonio.

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