- Dalla pagina su Scissor Girls e Azita di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
Le Scissor Girls furono un collettivo di Chicago che ruotava attorno alla tastierista iraniana/americana Azita
Youssefi (St. Louis, 1971) e alla batterista Heather Melowicz.
Debuttarono con l'album From The Scissor Girls To The Imaginary Layer on Skeletons (1994).
We People Space With Phantoms (Atavistic,
1996) imbastì misture schizofreniche di punk, funk,
elettronica d’avanguardia e sessioni improvvisate. I pezzi più lunghi ed
impegnati, In Two Acts e Anti-FUT, richiamavono alla memoria i
God Is My Co-pilot, i Sonic Youth degli esordi, John Zorn e Faust.
La band si sciolse ufficialmente nell'ottobre del 1996 nonostante avessere iniziato a lavorare alla registrazione del terzo album.
Here Is The Is Not (Atavistic, 1997) è una compilation contenente due vecchi singoli (le fantasie d’animazione altamente volatili di The Mighty I Am) nonché l’EP da 10” So That You Can Start To See What che include quello che è invariabilmente il loro capolavoro, la suite Weird 09 (27 minuti).
La tastierista delle Scissor Girls, Azita Youssefi all’epoca aveva già portato a termine la registrazione degli esperimenti elettronici solisti di Music For Scattered Brains (SG, 1996 – Atavistic, 1997) sotto lo pseudonimo di AZ.
I Lake of Dracula di Heather Melowicz, un’altra
band “no wave” di Chicago, nacque nel 1996.
Lake of
Dracula (Skin Graft, 1997) fu un selvaggio esperimento
che univa ritmi dance a sonorità droming che evolvevano in improvvisazioni
prog-rock.
Azita al basso con
due chitarristi formò i Bride of No No che pubblicarono BONN Appetit (Atavistic,
2000) e il postumo II (Atavistic, 2003), con un sound che si avvicinava al rock’n’roll
intellettuale di Patti Smith (Gypsy’s Song, Wait a Min).
Dei Bride of No No
facevano parte le due chitarriste dei Metalux, formazione free-form di acid-rock
elettronico, che pubblicò Fluorescent Towers (2002), Waiting for
Armadillo (2004) e Victim of Space (5 Rue Christine, 2005), oltre a una collaborazione con John Weise, Exoteric (Load, 2006).
Il secondo album solista di Azita, Enantiodromia (Drag City, 2003) fu soprattutto una dimostrazione del suo modo originale e creativo di usare la voce, che risentiva qua e là dei Live Skull di Thalia Zadek e di Lydia Lunch. Better End in Time fissò i parametri per tutte e otto le canzoni, a cavallo tra quelle cantautrici degli anni ’70 che utilizzavano rispettivamente le sonorità del pianoforte e del pianoforte da cabaret. Si confessò nelle parti vocali di Ooh Ooh Johnny cercando degli ambiti più ampi di quanto in realtà fosse in grado di gestire. Pianoforte marziale intensificato in On the Road e la tromba che dialoga con i cori sonnolenti della blues You’re not Very. I limiti della voce di Azita e lo splendore del suo piano si stagliano nei sette minuti della strumentale Departure of the Boats: mentre le figure allo strumento sono semplici, ed il dinamismo piuttosto infantile, l’atmosfera che essi sono in grado di creare è una mistura assorta di Satie e Skryabin. Perfino il breve e più abbordabile pezzo, anch’esso strumentale, Show Theme, è di gran lunga più interessante delle altre canzoni.
Il terzo album di
Azita, Life On The Fly (Drag City, 2004), ha segnato una svolta notevole
sia per Azita cantante che per Azita pianista, davvero poco riconoscibile sin
dal principio, piuttosto difficile. La sua voce in particolare diventa
strumento fluido, eloquente, melismatico che risente delle torch ballad e degli
intrattenimenti da piano bar. Wasn’t
in the Bargain vanta una melodia alquanto arzigogolata ma magnificamente
intarsiata da figure sincopate di piano jazz e dal solidissimo ritmo di John
McEntyre (la chitarra di Jeff Parker sembra quasi stridula in assoli talvolta
inopportuni). Questo la linea guida di gran parte dell’album: quartetto
elettrico di piano, chitarra, basso (Matt Lux) e batteria accompagnati ed
arricchiti dall’esperienza emozionale della cantante. Life On The Fly è
di gran lunga più ballabile ed energizzante, percossa com’è da corde di organo
in fibrillazione. In Just Joker Blues la chitarra di Parker viene
sostituita dalla cornetta di Rob Mazurek che intona un gioioso scanzonato
motivetto alla Rip Rig & Panic. Miss Tony unisce Mazurek e Parker in
un allegro delirio messo in scena da un piano bolgie (che ricorda gli Stones in
Let’s Spend The Night Together), chitarra southern-rock e corni alla
Chicago. Le ballate blues In The Vicinity (con alcuni dei più intriganti
intermezzi musicali) e Things Without Names (che fanno eco ai motivetti
di Broadway) sono un’altra faccia di una collezione già di per sé
caleidoscopica.
Una delle tracce
più lunghe, Another Kind of Trade, è meditabonda, parca auto-elegia
caratterizzata dall’uso del piano proteso verso un tono calmo, discreto,
rassegnato che al contempo si nutre della modestia e dell’enfasi degli
impressionisti jazz, come Dollar Brand o Kalaparusha.
L’ambigua
Beatlesiana Yours For Today chiude l’album con note più ambiziose ma la
fine è quanto mai fuorviante: Azita è eccellente compositrice ed arrangiatrice
che è capace di catturare idee difficili in strutture semplici.
Come vocalist, la
sua grammatica è uno strano ibrido che ammicca allo stile austero ed erudito di
Robin Holcomb, a quello profondo e introverso di Annette Peacock, a quello
esplosivo e giovanile di Neneh Cherry e al periodo filosofico-Mingusiano di
Joni Mitchell.
L’elemento più
incredibile dell’album, specialmente, considerando gli esordi, è il livello
piuttosto alto di grazia melodica.
L’EP Detail From The Mountain Side (Drag City, 2006) documenta una partitura per opera teatrale.
How Will You (Drag City, 2009) corona la sua progressione artistica con una serie
di dolcissime cantilene al pianoforte che mostrano maturità vocale (senza
nessuna necessaria teatralità), grandi doti tecniche (con repertorio
virtualmente infinito di sfumature melodiche) nonché varie capacità
cantautorali alla Jane Siberry.
La solenne I’m
Happy con dei crescendo psichedelici da brivido evoca gli spettri di Patti
Smith e Nico.
Dall’altro lato, il
romantico prolungato fraseggio di How Will You? è scandito dalle
ondulazioni temporali stile music hall che terminano in toni più amari.
Esempio lampante di
“meno è mrglio”, Azita riduce gli arrangiamenti a semplice strumming sul
piano per esalare la spirale melodica di Away, creando quindi un momento
temporale al contempo statico e tenero.
Altro virata e Laughter
Again avanza a fatica a ritmo di sincope verso un ritornello che si libra
nell’aria con una chitarra elettrica blues.
Azita mostra le sue
doti jazz nell’oscillante Things Gone Wrong prima di avventurarsi nel
segmento più dissociato della sua performance: i sette minuti di Come
William, congiunzione di note al piano sognanti, ripetizioni e lamenti,
cantilene psichedeliche e galattici glissando di chitarra.
Quella chiamata Lullbye
(come se le altre non lo fossero) è sussurrata in vocali dilatate a tempo di
marcia alla Grace Slick prima di prendere velocità e mutarsi in un dirompente
flamenco.
Rievocando lo stile
Patti Smith dell’inizio, la lunga You Really Knew How To Turn It On
impiega sogno e forza avvolti in un rarefatto atmosferico di chitarra e piano.
La più vicina Scylla
and Charybdis è la più spartana ed arcaica, sostanzialmente uno straziante
jodel di chitarra acustica.
La parte narrativa
e filosofica della sua musica hanno raggiunto un punto d’incontro,
manifestandosi in strutture musicali elegantemente classiche e pulite.
Disturbing the Air (Drag City, 2011) di Azita è una raccolta di lieder per pianoforte spartani e spogli che, inevitabilmente, si concentrano sui testi piuttosto che sulla musica. Per lo più le figure del pianoforte sono semplici e ripetitive. Anche il canto è relativamente semplice e disadorno, probabilmente per comunicare il più direttamente possibile. Lo standard è rappresentato dalle toccanti Then Our Romance e Stars or Fish, con solo un tocco di archi in Parrots, e voci leggermente più teatrali in I Was Indebted (probabilmente il pezzo forte dell'album). L'album si chiude con due delle composizioni più sentite: la pensosa e sognante Should I Be? e l'ultraterrena Keep Hymn. Tuttavia, il fatto di suonare il pianoforte in modo semplicistico è un peso per l'intera faccenda, che distrae (piuttosto che aumentare) dalle confessioni altamente personali. Sono notevolmente assenti le deviazioni dallo standard, i momenti di follia artistica, le deviazioni eccentriche. Questo per lei è il modo più diretto possibile.
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