Dalla pagina di Smog di Piero Scaruffi: testo originale di Piero Scaruffi e traduzioni di Jacopo Fiorentino, Alessandro Isopo, Davide Ariasso, Tobia D’Onofrio, Giuseppe Bonafede, Stefano Iardella

Smog e' Bill Callahan, uno dei piu` significativi cantautori degli anni '90, una delle voci che hanno ri-definito il concetto di "solista" nell'era del "lo-fi" e del "post-rock".

Splendido architetto di atmosfere fataliste e oniriche, Smog e' anche un poeta che ripete testardamente lo stesso tema, quello di una vita che sfuma lentamente nel nulla, e che si immedesima a tal punto nella propria poesia da cullarsi nell'ebbrezza dell'inedia e del languore. Nella tradizione dei grandi cantastorie intimisti e minimali (Nick Drake, Daniel Johnston, My Dad Is Dead), Smog esprime soprattutto il profondo senso di angoscia di chi e' obbligato a vivere in un mondo che non ama.

Cantautore del 1966 nato nel New Hampshire ma cresciuto nel Maryland e in Inghilterra, callahan venne iniziato alla musica in Georgia e infine si stabili` in California (prima a San Francisco e ora a Sacramento).

Il suo canzoniere casuale ed episodico, rigorosamente "lo-fi", e' rimasto relegato per qualche anno su cassette autoprodotte (Macrame` Gunplay del 1988, Cow del 1989, A Table Setting del 1990, Tired Tape Machine del 1990)

Con le venti concise licenze musicali ultra-primitive di Sewn To The Sky (Disaster, 1990), Smog rinunciava di fatto all'armonia, lasciando che fossero le farraginose discordanze degli strumenti a far musica. Al di la` dei brevi intermezzi dell'assurdo, dove e` concesso praticamente di tutto (e che toccano vertici di spettacolare irrazionalita` nello strumentale Russian Winter), Smog arrangia le canzoni con le stecche piu` lancinanti, con i ritmi piu` fuori tempo, con il canto piu` spaesato. Kings Tongue sembra una White Light White Heat dei Velvet Underground rifatta dai Flying Lizard. Captain Beefheart sarebbe fiero del blues sgangherato di Hollow Out Cakes e Lost My Key. E qualche filastrocca praticamente senza suoni che si possano chiamare tali e` al limite del manicomio, come Fruit Bats e Puritan Work Ethic, nel reame che e` stato abitato da personaggi come Wild Man Fisher. Un'altra delle sue specialita` e` di costruire la canzone attorno a un ritmo insolito, lasciando poi che sia quello a concentrare l'attenzione: cosi` lo strimpellio asmatico di Polio Shimmy, cosi` le scordature cadenzate di Smog. Soltanto in un paio di casi Smog prova davvero a comunicare, e Peach Pit e A Jar Of Sand trasferiscono anche nelle parole la depressione del sound. La filosofia di fondo e` quella di un cuore solitario che non vuole accettare il mondo esterno, le sue regole di produzione e consumo e le sue regole di comunicazione.

Personaggio schivo e modesto, Smog si tiene in disparte dal mondo dello spettacolo. Dopo l'EP Floating (Drag City), con le succinte odi di Red Apples e Turb, registra (sempre da solo) l'album Forgotten Foundation (Drag City, 1992), forte di canzoni finalmente regolari come Burning Kingdom e Your Dress; ma anche del solito carnevale di folli melodie e ancor piu` folli accompagnamenti di sola chitarra (Filament), di sole percussioni (Evil Tyrant) o persino di nulla (Guitar Innovator, strillata a cappella in tono angosciato). Smog si rifugia nel medium tradizionale degli introversi, la ballata folk, prima con Head Of Stone II e Bad Ideas For Country Songs, e poi (soprattutto) con Bad Investment. Da quel formato Smog prende lo spunto per intonare con piglio grandioso ma tragicomico This Insane Cop, degna di David Peel.
Gli strumentali fanno storia a parte: l'esotico Barometric Pressure incrocia Jonathan Richman, Savage Republic e Holy Modal Rounders; Kiss Your Lips e` una mimetica variazione sul riff di You Really Got Me; Dead River prolunga il passo marziale di Neil Young; Do The Bed sconfina nel garage-rock psichedelico. Tutto sempre all'insegna del minimo di mezzi e del minimo di effetto. Alla fine il senso di tutto cio` e` condensato nell'inno alla noia esistenziale di I'm Smiling. L'essenza della sua musica e' anzi proprio l'autobiografismo piu' diretto e crudele, quello di High School Freak, in cui Smog sembrava godere a crocifiggersi.

Naturalmente nel giro di pochi anni Smog viene affiancato ai vari Royal Trux, Pavement, Sebadoh e Beat Happening che battono le classifiche del "lo-fi" pop. Ma l'unica sua vera controparte e` semmai Daniel Johnston. Le sue turpi storie private non hanno eguali in fatto di introversione.

Smog abbandona invece quel filone e da` avvio alla sua stagione maggiore con Julius Caesar (Drag City, 1993). Affiancato da Kim Osterwalder al violoncello, Callahan riscopre l'armonia e l'orchestrazione, anche se lo fa a modo suo. Il country & western di 37 Push-Ups, la marcia per banda paesana di When You Walk e la serenata psichedelica di What Kind Of Angel vengono trasfigurate in romanze tanto spettrali quanto tragiche, fino ai vertici barocchi di Your Wedding (chitarra spagnoleggiante e violoncello minimalista) e Stick In The Mud (ben cinque minuti di pacato contrappunto classicheggiante). Chosen One corona la progressione verso la canzone. Il genio armonico di Smog si ritrova comunque nell'anemica e abulica Strawberry Rash, che sembra riprendere le note di Heroin dei Velvet Underground, rallentarle, macinarle, affogarle in un umore funereo e annoiato. I Am A Star Wars, con il riff di Honky Tonk Woman dei Rolling Stones, centellina la verve che Smog ha sempre nascosto dietro il suo tetro umore. La sofisticazione del metodo consente a Smog Stalled On The Tracks, lied espressionista contrappuntato da rumori pulsanti, e culmine forse della malinconia esistenziale di Callahan. Il disco conserva il carattere enigmatico dei precedenti. Si capisce che Smog non e` felice, ma non si capisce cosa stia cercando di comunicare. E` quanto meno ermetico il significato di sonata per violoncello come One Less Star, peraltro intrisa di pathos, o, per ritornare al demente solismo delle origini, di Connections. Sono "soltanto" tredici questa volta i brani, e non e` soltanto il formato che sta cambiando.

Preceduto dal singolo A Hit, con la splendida Wine-Stained Lips, il mini-album Burning Kingdom (Drag City, 1994), il suo primo disco a essere suonato da un vero complesso di musica rock e a vantare arrangiamenti professionali, perfeziona ulteriormente la tecnica "drammaturgica" di Smog. Preparato da una lunga introduzione di distorsioni snervanti, My Shell crea attraverso una trance da raga il senso di incubo. Smog riesuma le atmosfere arcaiche/esotiche di Nico in Drunk On The Stars. L'inquietante escursione di My Family (anche singolo di successo) si serve di una cadenza sinistramente cerimoniale. E con Desert Smog sprofonda in una solitudine che sfiora la claustrofobia.

Wild Love (Drag City, 1995) percorre lo stesso ombroso sentiero, con il passo pacato della maturita'. Le storie di Smog penetrano a fondo nell'animo dell'ascoltatore, imbevute di tristezza e solitudine, perche' sono avvolte in involucri sonori che le isolano dalla mondanita' del rock. Il suo pop da camera e' ormai un'arte a se stante: la portante di Bathysphere (uno dei suoi capolavori) e' un intreccio di minimalismo orchestrale e di solfeggi lunari, sulla quale corrono nervose figure di chitarra alla Television e il cantante imbastisce una litania alla Cure; il lungo, doloroso excursus di Prince Alone In The Studio si appoggia a un accorto contrappunto sinfonico, come se i primi King Crimson stessero eseguendo musiche di Nick Drake.
Alcune miniature hanno ridotto al minimo la parte vocale, come se a cantare fosse un moribondo, e accentuato al massimo la parte strumentale. Echi in lontananza, lugubri accordi degli strumenti ad arco e tintinni di campanelli tengono in vita Wild Love per poco piu' di un minuto. Il carillon dissonante di Sweet Smog Children, la marcia solenne di The Emperor fanno in effetti pensare a un discepolo (ascetico) di Brian Eno. La filastrocca di Goldfish Bowl rivela addirittura l'influenza di Michael Nyman negli schemi incalzanti dell'orchestra.
La melodia e la strumentazione rock riprendono il sopravvento soltanto nell'incubo delicato di It's Rough e nella dolente ballata di Be Hit.
Smog non sbaglia un brano, non spreca un secondo. Jim O'Rourke si presta gentilmente al violoncello, ma e' lui, Callahan, a decidere le sorti del disco, alternandosi a chitarra e tastiere.

L'EP Kicking A Couple Around (Drag City, 1996) e` invece un tributo al proprio passato, un ritorno in sordina al sound spartano, solitario e acustico del principio. Back In School, I Break Horses e The Orange Glow sperimentano un nuovo stile di recitazione, bisbigliato con lentezza narcotica su pochi e timidi accordi di chitarra, una sorta di esasperazione del tenue intimismo del primo Leonard Cohen. Your New Friend e` piu` un colloquio affettuoso in camera da letto che una canzone.

The Doctor Came At Dawn (Drag City, 1996), di nuovo interamente suonato da solo, delude invece le aspettative, sa di avanzi e di musica occasionale. Smog, forse distratto dal successo di Beck, perde tempo con ballate per voce e chitarra come Somewhere In The Night, Everything You Touch e Whistling Teapot. Prova persino a comporre una canzone normale, Four Hearts In A Can. Lo redimono la trance classicheggiante di You Moved In, cullata in rintocchi sparuti di pianoforte e in nuvole di languidi violini, la stasi allucinata di Spread Your Bloody Wings e la solenne meditazione alla Leonard Cohen di All Your Woman Things. Il genio viene a galla anche nel finale a cappella di Hangman Blues, forse il blues piu` lento e dimesso di tutti i tempi.

Red Apple Falls (Drag City, 1997) e` il disco di un classico, cosciente di aver creato uno stile e di avere ancora spazio per "viverlo" fino alla fine.
The Morning Paper potrebbe essere la colonna sonora di un documentario del quotidiano borghese, recitata con il tono di Donovan su una cadenza di chitarra e fra i solfeggi di un corno francese. Nel vuoto assoluto si svolge la tragedia interiore di Red Apples, mesta romanza pianistica appesa a un drone fievolissimo. La voce di Callahan agonizza in un sogno dai colori evanescenti, senz'aria, forse sottoterra. Callahan al suo piu` funereo non ha eguali al mondo. I Was A Stranger comincia con un tema melodico al pianoforte che e` degno di una sonata giovanile di Beethoven, poi si distende in un tema hawaiano (insolitamente vivace) della chitarra.
Soltanto il Cohen piu` filosofico, immerso in storie di fallimento e fatalismo, puo` lambire le vette emotive di Blood Red Bird e Red Apple Falls, e viene persino in mente il country-rock esistenziale di Gram Parsons (debitamente rallentato e piallato) per Inspirational. Callahan si permette persino di imitare il tono disincantato e il boogie leggero di Lou Reed in Ex-Con (fra le righe duettano il corno francese e il piano Hammond).
Callahan e` un geniale musicista che si trattiene di continuo dall'elaborare arrangiamenti complessi e che ha inventato uno stile classico di composizione e lo ha fatto (sta facendo) con fredda determinazione.
Questo album costituisce un po' la sutura fra i due stili attorno ai quali e` finora oscillata la sua arte, quello spartano di Kicking e quello barocco (per i suoi standard) di Wild Love.

Knock Knock (Drag City, 1999) costituisce, per un personaggio schivo e modesto come Callahan (nel frattempo trasferitosi a Chicago), un passo rivoluzionario. La musica di Smog e` quasi irriconoscibile, non fosse per il suo canto e i suoi testi. Da un lato la cura nell'orchestrazione, dall'altro la varieta` stilistica contribuiscono a trasformare le sue canzoni spettrali in forbite composizioni da camera. Tant'e` che Let's Move To The Country riprende la litania di Oh Superman (Laurie Anderson) con tanto di sezione d'archi a ripetere un pattern minimalista. Non potrebbe essere piu` lontano dal suo stile abituale.
Smog ha composto un disco pieno di sorprese. La storia di No Dancing e` "raccontata" nel tono decadente di David Bowie su un riff di hard-rock, ma il ritornello e` cantato in coro da un gruppo di bambini e accompagnato da una banda marciante con tanto di grancassa. Il ritmo sincopato da palude e il feedback di chitarra di Held costituiscono la scenografia ideale per un melodramma di Nick Cave, anche se la recitazione e` quella fredda e fatalista di Lou Reed.
I momenti introversi rimangono comunque il cuore della vicenda. In River Guard (sei minuti) la sua sommessa meditazione al ritmo dei rintocchi di un pianoforte leggermente stonato ricorda il giovane Neil Young in uno dei suoi momenti piu` depressi o Tom Waits in uno dei suoi momenti piu` lucidi. Teenage Spaceship resuscita il tenue melisma e le atmosfere funeree di Nick Drake. Sweet Treat sprofonda nel vuoto esistenziale, due cimiteri sotto Chris Isaak. Il disco palpita non appena Callahan decide di chiudersi in se`. E` questo il suo vero ego, o perlomeno quello in cui riesce a esprimersi meglio.
Purtroppo Knock Knock e` anche il suo disco piu` rock. I brani piu` ritmati sono proprio i piu` deboli. Non funziona Cold Blooded Old Times e ancor meno la prolissa Hit The Ground Running (sette minuti), entrambi all'insegna del boogie leggero di Lou Reed. Questi e altri brani nettamente inferiori alla media impediscono al disco di mietere gli allori che meriterebbe per l'audacia degli arrangiamenti.


(Translation by/ Tradotto da Jacopo Fiorentino)

In Dongs Of Sevotion (Drag City, 2000) Smog sembra avvicinarsi a quei suoni pi— commmerciali che aveva sempre cercato di evitare, sebbene sia ancora molto lontano dall'assomigliare a Michael Jackson o a David Bowie. Callahan canta il proprio testamento, Dress Sexy At My Funeral nel tono di Lou Reed, sopra un boogie poco differente da quelli dei Velvet Underground. Il tema di questa e di altre canzoni e' la morte, come in Permanent Smile, un grottesco inno marziale che suona come un'auto elegia (con un ossessivo risuonare di chitarra che richiama le ripetizioni minimaliste). Un'altra hit, Bloodflow, e' caratterizzata da un ritmo effervescente che trasforma il piu' sciocco testo della sua carriera in una danza tribale (qualcosa di simile a Tusk) dei Fleetwood Mac's).
John McEntyre e Jeff Parker dei Tortoise, che lo hanno aiutato, possono essere i responsabili dei testi piu' duri e meno rigorosi del solito: Smog racconta la litania di Justice Aversion mentre le percussioni elettroniche emettono un motivo diradato, e una chitarra psichedelica geme in sottofondo; Smog pronuncia le parole di The Hard Road contro il sottofondo dei riff di una sconnessa chitarra Kinks-iana; Cold Discovery esplora una serie ripetuta di note del piano nello sterile sottofondo di una chitarra spettrale.
La vera voce di Callahan's puo' essere ritrovata nei sotterranei, diradati arrangiamenti, e nei sommessi e lacrimosi lamenti di Easily Led, Nineteen e Devotion, piuttosto che nel lungo e complesso (otto minuti) melodramma di Distance.
Quest'album Š ancora intenso come e' capace di essere Smog.

Smog ha partecipato alle supersession di Tramps Traitors and Little Devils (Drag City, 2001) con Edith Frost e Neil Hagerty.


(Translation by/ Tradotto da Alessandro Isopo)

La ricerca delle radici (musicali e personali) di Smog sembra interrompersi con Rain On Lens (Drag City, 2001). Dopo essere tornato ad un suono rarefatto, emotivo ed intensamente personale su Dongs, Smog si inoltra nelle lande del post-rock e, supportato da Rick Rizzo degli Eleventh Dream Day e dal chitarrista degli U.S.Maples Pat Samson, decide di rivestire le sue canzoni di una tensione cerebrale, glaciale e claustrofobica (il massimo in Dirty Pants). L'inizio, Rain On Lens, è teso e drammatico quanto The End dei Doors, ma davvero poco di quello che segue riesce ad eguagliare il passo da incubo del capolavoro morrisoniano . L'impressione è che le ambizioni di Smog non riescano a materializzarsi nelle canzoni che propone. Con la ragguardevole eccezione della toccante Live As If Someone Is Always Watching You,l'album sembra solo una vuota e monotona recitazione, una litania senza volto dopo l'altra(Natural Decline e Keep Some Steady Friends Around). Il primo Smog componeva capolavori oscuri ed inquietanti. L'ultimo Smog è semplicemente soporifero.


(Translation by/ Tradotto da Davide Ariasso)

Supper (Drag City, 2003) è una raccolta eccentrica e quasi schizofrenica, che spazia dall’elegia country a tempo di valzer di Feather by feather al boogie loureediano Butterflies Drowned in Wine (con i tamburi tribali di Jim White). Alla terza canzone, l’abborracciato, sporco, rovente e lento blues rollingstoniano di Morality, Callahan-Smog ha ormai trascinato l’ascoltatore dentro il suo universo morale, quasi senza l’ausilio delle liriche (che non sono di certo le sue migliori). E’ la musica da sola a creare lo stile, il ritmo e l’umore complessivo del disco.

La sequenza delle canzoni intensifica questo aspetto dell’album, con brani che diventano sempre più solenni e rarefatti e liriche che abbandonano i cliché di Smog per scavare in oscuri enigmi metafisici. Ambition tesse il suo racconto noir/lounge su accordi carichi di tensione ed ansia. Vessel in Vain ritorna ad umori vecchio stile richiamando il primo Leonard Cohen, impresa raddoppiata dai sette minuti di Truth Serum, che riportano alla memoria le fragranze di Astral Weeks di Van Morrison. Driving è come una preghiera tibetana cantata su libere improvvisazioni.

Sembra che Smog sia entrato in una nuova fase della sua carriera e della sua vita. La voce che si sente nella conclusiva A Guiding Light, l’apice filosofico di questo viaggio (in cui Callahan dichiara di trovare la sua luce guida "cercando di confutare/tutte le dichiarazioni che ho fatto"), è la voce di un uomo che, affacciato alla soglia della sua casa, guarda tranquillo il solito posto con occhi nuovi. Smog ha portato a compimento un’intrigante sintesi dei linguaggi coniati nel corso di decenni da legioni di cantanti-cantautori. In questo processo la sua arte ha perso un po’ di ciò che la rendeva così personale (in particolar modo la profondità emotiva), ma ci ha anche guadagnato immensamente, diventando espressione universale di un suono e di una voce del proprio tempo.


(Translation by/ Tradotto da Tobia D’Onofrio)

Non più intimo e riservato come un tempo (anzi, ormai sotto gli occhi di tutti e quasi estroverso), Bill "Smog" Callahan si sposta a sud per registrare A River Ain’t Too Much Love (Drag City, 2005), che vede Joanna Newsom al piano, Connie Lovatt al basso e Jim White dei Dirty Three alla batteria. Tutto questo ha senso, dal momento che la sua arte è diventata molto simile (come campo d’azione, più che come sound) alla musica country: confessionale, ma lamentosa nei confronti del mondo; malinconica, ma dalla natura fondamentalmente ottimista; narrativa più che contemplativa; disarmonica, ma confezionata in un format facilmente riconoscibile. Bisogna dare credito al fatto che qualsiasi cantante country non riuscirebbe a scrivere testi così interessanti, neanche in sogno; e bisogna riconoscere il grande talento nel ricercare accorti e deliziosi arrangiamenti. Forse Callahan ha deciso di riunirsi ai suoi concittadini dopo aver vissuto la sua giovinezza in snobistico isolamento. Dopo tutto, questo è un album di musica americana, che mette insieme l’immaginario americano e la musica roots. Rientrano perfettamente in questa categoria The Well, Drinking At The Dam, I Feel Like The Mother Of The World, mentre gli umili e sofisticati arrangiamenti di Rock Bottom Riser ci ricordano da dove Bill è partito.

Qualunque sia la giustificazione logica, Smog ha scritto il suo album honky-tonk ed è pronto per essere accettato dalla massa.

Adesso che è diventato un vecchio e consumato divoratore d’angoscia, Callahan suona molto meno seducente rispetto a quando ne era un giovane e goffo produttore. Woke On A Whaleheart (Drag City, 2007) procede sulle orme del primo sound degli Smog, ma allo stesso tempo sembra indeciso fra la produzione psycho di Neil Hagerty ed il funk/soul degli anni Sessanta. Sycamore, The Wheel e soprattutto Diamond Dancer sembrano un incrocio fra il vecchio Smog introverso e qualcun altro (estroverso). La maestosa canzone d’amore From The Rivers To The Ocean e A Man Needs A Woman For A Man To Be A Man aprono e chiudono un ciclo di canzoni scritte da un osservatore piuttosto superficiale. Se la carriera di Smog/Callahan è stata una lunga e tortuosa forma di catarsi, allora quest’album segna il punto in cui la catarsi è completa e Smog è semplicemente diventato un arrangiatore e cantautore pop tradizionale.


(Translation by/ Tradotto da Giuseppe Bonafede)

Sometimes I Wish We Were An Eagle (Drag City, 2009),il secondo album pubblicato con il suo vero nome , continua la trasformazione in grigio cantante pop-blues con chitarra acuta e discreti arrangiamenti d'arco; una sorta di seria controparte della gloriosa follia di Tom Waits. La sua calma reverenziale e la sua voce monotona prova in vano a modulare una melodia in Jim Cain. La  voce potrebbe uccidere balene se non fosse per gli arrangiamenti solo occasionalmente creativi;e quindi sono le sue note staccate di piano ,il corno oscuro e gli archi propulsivi che fanno di  Eid Ma Clack Shaw  un'esperienza magica, da qualche parte tra  Eleanor Rigby dei Beatles e i Morphine.La sequenza di corni mediorientali, violoncello straziante e ascendenti violini portano The Wind and the Dove in una direzione in cui la melodia da sola non può arrivare. Rococo Zephyr è una ninnananna folk abbandonata a neoclassiche armonie d'arco su ritmi sonnolenti e rilassati.Il ritmo trotterellante è la principale attrazione di Thoughts are Prey to Some Beast come un vortice di strumenti che si alternano evocando gli epos di Stan Ridgway  sopratutto quando romba in un finale tuonante. Callahan intona un sermone alla Cat Stevens nei dieci minuti di Faith/Void in cui ripete il mantra "It's time to put god away" immerso in violini solenni.

Gli arrangiamenti in altre parole sono più che uno sfondo;conducono la parte narrativa della canzone più di quanto non faccia il testo , ed è per la maggior parte loro il merito del lato emotivo dell'album. I testi ,dal canto loro,spesso dipingono un autoritratto ossessivo e quasi goffo che non si accorda del tutto alla musica. Too Many Birds  potrebbe puntare al futuro:Semplice e leggera musica pop da supermercato.


(Translation by/ Tradotto da Stefano Iardella)

Rough Travel For A Rare Thing (2010) è un album dal vivo eseguito nello stile di una band da bar.

Apocalypse (2011), ancora una volta attribuito a Bill Callahan, è la naturale continuazione di Some I Wish We Were An Eagle. Il suono opulento (secondo i suoi standard) guida l'ascoltatore attraverso il pezzo di ispirazione Western Dover, la pomposa America e soprattutto le riflessive e toccanti Riding For the Feeling e One Fine Morning.

Dream River (Drag City, 2013) abbina lo statico baritono di mezza età di Callahan con sciocchi arrangiamenti dalle sfumature latine. L'accostamento funziona solo in pochi casi, come quando Javelin Unlanding sembra irridere le colonne sonore spaghetti-western degli anni '60, o nelle atmosfere jazz di Ride My Arrow (peccato che Callahan non abbia le capacità vocali per sostenere ciò che con Van Morrison o Tim Buckley si sarebbe trasformato in un'epica jam latin-jazz). Il senso di desolazione e di lotta interiore che questa musica vuole evocare viene trasmesso in tutta la sua terribile potenza solo da Summer Painter, grazie ad un flauto extraterrestre e ad una linea di basso pulsante. Small Plane adatta la struttura del looping del Canon di Pachelbel a uno dei suoi racconti memorabili. Le altre canzoni, invece, tendono a perdere slancio perché la loro musica è semplicemente troppo evanescente. Callahan non è mai stato un grande paroliere e non è migliorato molto. Quando la musica viene minimizzata, egli rimane un bardo molto minore che canta di argomenti banali.

Have Fun With God (2014) è un remix dub di Dream River.

Shepherd in a Sheepskin Vest (2019), l'album tentacolare di 20 canzoni di Bill Callahan, è un lavoro calmo e distaccato, e anche uno dei suoi "più facili". Ora che ha 53 anni e nel privato si è sistemato con una moglie e un figlio, Callahan suona in modo disarmantemente "domestico", dove anche i suoni della sua vita familiare diventano parte della musica. Callahan offre il suo punto di vista sulla vita nelle consuete ambientazioni spartane ma prestando maggiore attenzione agli accompagnamenti, un livello di attenzione che rende più vivaci brani come Writing, Tugboats and Tumbleweeds e Watch Me Get Married (ma a volte con l'arrangiamento esagera, come in The Ballad of The Hulk, che utilizza una drum-machine). L'album inizia nel tipico stile degli Smog, con la sua voce ringhiante e non musicale a metà strada tra Nick Drake e Leonard Cohen che introduce Shepherd's Welcome, e poi si abbandona a brani semplici e sinceri come la serenata What Comes After certainty e l'agonizzante Circles. Ma il maestoso honky-tonk di Black Dog on the Beach e il valzer blues di Son of the Sea mostrano che il centro di massa si è spostato, e questo ora è più spostato verso i Gordon Lightfoot che verso Leonard Cohen. Il problema è che l'album supera i dieci minuti di benvenuto, e oltre a ciò è difficile scegliere canzoni per cui ne valga la pena. Uno stile folk più tradizionale emerge in 747, con alcuni dei suoi versi più filosofici ("C'era sangue quando sei nato e il sangue ti è stato asciugato dagli occhi/ Questa deve essere la luce che hai visto che ti ha fatto urlare/ E questa deve essere la luce che hai visto prima che i nostri occhi potessero mascherare il vero significato/ E questa deve essere la luce che hai visto proprio mentre te ne andavi") e in Call Me Anything ("Non sono mai stato quello che dicevo di essere/ Ma non è come se avessi mentito/ Ciò che ero, tutto ciò che ero/ Era lo sforzo di descrivere/ Lo sforzo di descrivere"). Il punto più basso è una cover della tradizionale Lonesome Valley.


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