- Dalla pagina su Kevin Martin, Techno Animal, God, Ice, Bug di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
In breve:
In Gran Bretagna, il sassofonista Kevin “The Bug” Martin lanciò una serie di progetti che esploravano l'improbabile connubio tra jazz, industrial, dub e punk-rock. Le tre lunghe jam di Possession (1992) e soprattutto gli incubi caotici di The Anatomy Of Addiction (1994), entrambi attribuiti a God, erano escursioni relativamente antiquate nell'esplorazione degli stati d'animo e nel flusso di coscienza nevrotico; ma Techno Animal, una collaborazione con il chitarrista dei Godflesh Justin Broadrick, scatenò la forza distruttiva di Ghosts (1990), un incontro tra Foetus, Karlheinz Stockhausen e Anthony Braxton e una delle opere più potenti del suo tempo; una visione che si abbinava al suono brutale e viscerale di Under The Skin (1993) e, in misura minore, di Bad Blood (1998), entrambi attribuiti a Ice.
Re-Entry (1995) dei Techno Animal, invece, si immerse nell'oscurità claustrofobica dell'ambient dub, evocando artisti del calibro di Jon Hassell, Bill Laswell e Brian Eno.
Tapping The Conversation (1997), una collaborazione tra Kevin Martin e Dave Cochrane attribuita a Bug, creò un ossessivo senso di paura attraverso una tortura psicofisica di estrema decostruzione hip-hop e dub.
Bio:
Kevin Martin è uno dei massimi intellettuali della musica rock degli anni '90.
Quasi tutti i suoi progetti hanno costituito pietre miliari nell'evoluzione
del genere.
Martin è uno dei personaggi più dotati fra quelli che stanno cercando
accanitamente una nuova via alla musica-trance, facendo leva su generi
apparentemente irriconciliabili come jazz, industriale, dub e punk-rock.
Martin (cantante e sassofonista tenore di Brixton) si affaccio` alle scene con un programma già ambizioso, anche se limitato alla fusione fra jazz e rock che fu dei gruppi di Canterbury. Passati i tempi del jazz-rock, l'ambizione di Martin era radicale: non si trattava di usare il jazz come una "spezie" per rendere più raffinata e suggestiva la canzone rock, ma come un'infrastruttura su cui depositare sonorità della musica rock. Il tutto realizzato con la foga dei punk.
I God sono un ensemble con due batterie, tre bassi, tre sassofoni e un chitarrista. L'EP Breach Birth (Situation Two, 1989) e l'album dal vivo Loco (Permis De Construire, 1991 - Pathological, 1991) avevano presentato una formazione forse troppo intellettuale, che in Surf Locomotive riusciva ad esprimere la propria eccentricità ma nella sterminata I'll See You In Hell (tredici minuti) diventava troppo cervellotica. Justin Broadrick (Godflesh, chitarra), Tim Hodginkson (ex Henry Cow, ex Work, ex Momes, alto sassofonista e clarinettista basso), Steve Blake (ex B-Shoops, sassofonista), John Edwards (B-Shoops, basso doppio), Dave Cochrane (ex Head Of David, basso), Gary Jeff (basso), Scott Kiehl (ex Slab, percussioni) e Lou Ciccotelli (ex Slab, batteria) compongono comunque una squadra di virtuosi e genioidi con pochi eguali.
Possession (Virgin, 1992) è più un manifesto programmatico
che una raccolta musicale. Vi figurano tre lunghe jam: Soul Fire (dieci
minuti) ha un incedere pesante sul quale si avvicendano le ruvide dissonanze
della chitarra, i sassofoni uno alla volta nella parte di strumento solista,
note casuali di pianoforte, e il canto, inizialmente riverberato come in "trip",
ma che presto diventa grido agonizzante;
Lord, I'm On My Way (altri dieci minuti) inizia con un conciliabolo di sax
petulanti, interrotti da uno stacco di chitarra heavymetal, interrotto a sua
volta da un ritorno a tutto volume del resto dell'"orchestra", con effetto
shock raddoppiato;
Love (sedici minuti) si trascina con un battito ipnotico e in un marasma di
rumori più diffusi alla ricerca della trance, toccando vertici drammatici
quando campiona in crescendo l'urlo di Martin nel baccano generale.
Il jamming del gruppo è sempre concitato, convulso e caotico; ma raramente
i suoi eccessi sono giustificati dal fine.
Martin scopre la dote della sintesi in altre composizioni (composizioni, non
soltanto improvvisazioni): l'iniziale Pretty è costituita da un mantra di
accordi dissonanti di chitarra, di urla sguaiate e di sassofoni striduli,
tutti che si ripetono meccanicamente; all'inizio il testo di Fucked è
composto da una sola parola, ripetuta in uno bisbiglio come durante un
orgasmo, mentre il ritmo compie una metamorfosi da cadenza industriale
a frenesia tribale, da incubo psicanalitico a sarabanda infernale, con i
sassofoni che intonano girotondi eroici e il tripudio collettivo lascia
l'impressione di una moltitudine di clacson in un ingorgo stradale.
Martin, che canta usando soltanto grida inarticolate, rifà il verso al primo
Mike Gira; l'ensemble esegue del free-jazz assordante e caotico,
a malapena guidato dal testo.
Return To Hell parte già in quel caos di elettronica, percussioni, frasi
staccate di flauto, rombi abrasivi di basso e acuti lancinanti di sax, che
fa pensare a un'officina con migliaia di macchinari pesanti al lavoro.
Il trascinante ritmo di pianoforte e grancassa di Hate Meditation e
il surreale campionamento di campane, ancora una volta fatte pullulare fino
a creare il caos totale e mescolate a un motivo semplice del pianoforte,
di Black Jesus
sono forse gli effetti più suggestivi raggiunti dal lavoro di composizione
(nel senso letterale, non musicale, del termine) di Martin.
Gli Ice sono un altro ardito progetto di Martin, impegnati in un'improbabile
fusione di dub, jazz, funk e rock all'insegna di una ferocia punk e industriale.
Gli Ice sono il terzo progetto di Martin, dopo i God e i Techno Animal. La
squadra è più o meno la stessa, in particolare il fido chitarrista Justin
Broadrick (Godflesh) e il bassista Dave Cochrane, con l'aggiunta del
sassofonista svizzero Alex Buess.
La vera novità di Under The Skin (Pathological, 1993) è un sound brutale,
metallico, stordente, che si spinge ben oltre il dub convenzionale.
In Juggernaut Kiss Martin, Broadrick e Buess improvvisano cacofonie
"hendrixiane" su un magma sonoro di "dub" preparato elettronicamente tramite
campionamenti e programmazioni.
Ancor più devastante Survival Of The Fattest, con le urla assatanate di
un sosia di Mark Stewart, i sibili terrorizzati dei sassofoni, le distorsioni
di chitarra che sembrano versi di scimmia, il rullo africano dei tamburi.
In .357 Magnum la metronomia del dub è affidata a un riff di heavy metal
trattenuto e ripetuto, e ancora una volta l'effetto è di terrore e sfacelo.
La distorsione da sega elettrica e l'urlo bestiale di The Flood
Sono jam di una violenza spaventosa ed estenuante.
Quando gli strumenti si placano, subentra la tensione psicologica, che non è
meno terrificante. Martin costruisce suspence insostenibile e oscure
premonizioni con i riverberi onirici della chitarra e i colpi allucinogeni
della batteria in Out Of Focus, con un caos orrendo di percussioni in
Skyscraper, con un accumulo metodico di suoni sgradevoli e con un ciclo
continuo di "industriali" in Swimmer (tredici minuti).
Se talvolta l'ensemble sproloquia a vanvera, evidenziando i
difetti delle esibizioni dal vivo di Martin e compagni,
Stick Insect trova quel raro momento di ispirazione "totale" e riesce a
catalizzare tutti gli elementi del sound in un grandioso cataclisma musicale,
al limite del concerto di musica d'avanguardia per dissonanze e poco più.
Da Under The Skin riparte il secondo vero disco dei God, il monumentale The Anatomy Of Addiction (Big Cat, 1994), pieno di buone intenzioni, ma, come molto rock progressivo degli anni '70, spesso pretenzioso, ridondante e logorroico. Della partita sono quasi tutti quelli della volta precedente più Russell Smith (chitarra) e Tom Prentice (viola). Il disco si apre con la musica industriale di On All Fours e un piglio omicida alla Foetus, ma presto i fiati prendono il controllo della situazione, sommergendo le sincopi cadaveriche e le stecche metalliche di Tunnel con nuvole di droni alieni e miagolando caoticamente sul rap-metal di White Pimp Cut Up. Il disco conserva comunque sonorità aspre e violente: i dieci minuti di tribalismi d'oltre tomba di Bloodstream sono bombardati a tappeto dalle dissonanze di tutti gli strumenti; i nove di Driving The Demons Out (il sabba in cui culmina il cerimoniale) rigurgitano di riff spaventosi della chitarra. Sono comunque inezie al cospetto di Detox (diciotto minuti), un'immersione totale nei deliri di improvvisazione dell'ensemble, con tutti gli strumenti scatenati a dire (urlare) la loro. Un paio di tributi indiretti all'anima nera di Jimi Hendrix (le distorsioni catastrofiche di Lazarus e i fendenti apocalittici di Gold Teeth) e uno a Captain Beefheart (il Voodoo Head Blues cantato in un registro licantropo, scandito da tonfi tellurici e pullulante di uno sciame di fiati petulanti) suggellano questo esercizio di eccessi volgari. Il succo dell'operazione sta più nel jamming collettivo, sempre al massimo della cacofonia.
Techno Animal è il progetto di Kevin Martin
(God) e Justin Broadrick (Godflesh).
Ghosts (Pathological, 1990) è un
esperimento di campionamenti
che ha poco in comune con la carriera dei due. La
breve overture di Burn
è una sorta di presentazione: loop di
percussioni grindcore e rumori
metallici. Un riff cingolato e battiti funerei
conducono alla "danse macabre"
di undici minuti Walk Then Crawl. Un sudario di
rumori campionati viene steso
sul potente battito poliritmico, lasciandosi dietro
una stridente scia di
dissonanze.
I brani percussivi tradiscono il background
"industriale" dei due.
Battiti violenti e sincopati propellono White
Dog.
Touch Cop (undici minuti) aggiunge qualcosa di
simile alle sezioni di
fiato di Albert Ayler e alle grottesche cacofonie di
VonLmo.
A volte la loro musica sembra un incrocio fra una
versione accelerata e
multi-stratificata delle partiture degli Swans e
un'imitazione deviante
delle composizioni di Stockhausen.
Freak Fucker lascia fluttuare reperti dei
discorsi di Hitler in
nuvole di polveri elettroniche.
Un assolo braxtoniano di sax si moltiplica e scompone
per dar vita alle
pulsazioni oniriche di The Dream Forger,
secondo una prassi
riconducibile a tecniche minimaliste ed ambientali.
God Vs Flesh è un agglomerato informe di
suoni liquidi che si
espande in una sinistra scia di droni mentre lambisce
mantra tibetani e
affreschi eniani.
Spineless esplora una terza via, dopo quella
percussiva-industriale
e quella rumoristico-ambientale, ovvero selvaggi
tornado di campionamenti
alla deriva nello spazio.
La portata delle sperimentazioni attuate è
imponente.
I risultati non sono meno devastanti della musica dei
Godflesh.
La sigla Techno Animal è stata rispolverata nel 1995 per il doppio Re-Entry (Virgin).
La prima parte raccoglie sei lunghi dub a metà strada fra la trance ambientale
e la claustrofobia industriale.
L'impronta di Jon Hassell è fortissima sulla soffice ed esotica
Flight Of The Hermaphrodite, un estenuante cerimoniale percussivo
solcato dai richiami ebbri della tromba. Nello scenario primitivo di
Mastodon Americanus il ruolo della tromba viene preso da un nugolo di
rumori intermittenti che muta lentamente in un comico balletto di robot,
quello di City Heathen Dub. Il panorama cambia radicalmente con
Narco Agent, immerso nella alla violenta e nella nevrosi urbane e condotto
sul filo di minimalismi percussivi in lenta trasformazione e in lento crescendo
di complessità. Il clou e tour de force dell'opera dovrebbero essere i
venti minuti di dissolvenze dub di Demodex Invasion, che accumulano disturbi
fino a regredire a una lancinante dissonanza.
Il progetto lascia il tempo che trova quando questi brani chilometrici si
riducono a semplici studi sulle ritmiche artificiali, come in
The Mighty Atom Smasher, e in generale non aggiunge molto ai numerosi
esperimenti di ballabile post-techno in circolazione.
La seconda parte comprende sei suite ambientali e cosmiche. L'atmosfera di
mistero di Evil spirits, per rintocchi periodici e sciame elettronico in
lento crescendo, il quarto d'ora di musica subliminale di Catatonia,
le allucinazioni funeree e marziali di Needle Park sono soltanto gli
assaggini prima della monumentale (venti minuti) Cape Canaveral, che,
affancatasi finalmente dal ritmo, recupera le suspence più inquietanti della
musica cosmica di Klaus Schulze e compone un solenne poema elettronico dei
vuoti siderali. Ancor più ardite sono le turbolenze pianistiche di Red Sea,
come un Ravel in versione minimalista e ambientale, a indicare una strada che
potrebbe essere davvero sperimentale. Poco a poco Techno Animal si è liberato
dalle pastoie dei ritmi sintetici che prima di tutto stanno passando di moda
e poi non hanno portato a nulla di particolarmente creativo.
L'EP Babylon Seeker (Rising High, 1996) propone alcuni remix di questi brani in chiave hip-hop, e un po' di materiale inedito, ma sostanzialmente tenta di speculare senza molta fantasia sulla moda dub-ambientale. L'altro EP Unmanned (Chrome 1, 1996) continua in quella direzione, con appena un piglio più dub, ma con un assortimento di oscillatori, delay, reverb, feedback e rumore bianco da far impallidire gli sperimentatori più audaci.
L'EP Radio Hades (Position Chrome, 1998), che raccoglie materiale precedentemente pubblicato in edizione limitata, segnala il continuo interesse di Martin per gli esperimenti dei Techno Animal. Ugualmente minaccioso, maestoso e innovativo, l'EP adotta un formato di tracce più brevi e caotiche: non sinfonie, ma sonate. The Myth è un doppiaggio psichedelico extragalattico di voci distorte. Idee simili, con sfumature dub, vengono esplorate in Return Of The Venom e Bass Concussion. Intercranial è una parata di androidi con sonorità alla Chrome, con fuochi d'artificio di synth e percussioni impegnative. La tossicità aumenta le dosi di sintetizzatori cinguettanti e tamburi martellanti. Interplanetary War Chant è un tipico studio dei Techno Animal su voci (campionate) e percussioni (in loop). L'estrema saturazione del suono raggiunge il suo apice con Phantom Tribe, un incubo di beat e distorsioni. Questa nuova versione dei Techno Animal ha imparato da Brian Eno: la sua musica è strutturata in vignette elettroniche alla Before And After Science (1977), per l'era post-industriale.
Martin è anche attivo con Sonic Boom (Spectrum) e
Kevin Shields (My Bloody Valentine) negli
Experimental Audio Research.
Dulcis in fundo, Martin è anche un disegnatore grafico che si cela sotto
lo pseudonimo Pathological Puppy.
Esce anche il secondo album degli Ice, Bad Blood (Morpheus, 1998), a cui collabora Blixa Bargeld.
I Techno Animal (ovvero Martin e Broadrick) si impegnano anche in un paio di collaborazioni di prestigio: The Curse of the Golden Vampire (DHR, 1998) con Alec Empire e Symbiotics (Mille Plateaux, 1999) con i Porter Ricks.
Versus Reality (City Slang, 1998) amplifica l'idea, elaborando cinque temi forniti da Porter Ricks (Demonoid), Alex Empire, UI, Tortoise e Spectre.
Kevin Martin (sotto lo pseudonimo di K Mart) e Justin Broadrick (JK Flesh) dei Godflesh erano attivi anche come Sidewinder: il loro Colonized (Virgin, 1996) è stato il più frenetico dei loro lavori.
Kevin Martin e Dave Cochrane sono i Bug, un progetto parallelo (originariamente un test per il sistema audio degli Ice) che divenne dannatamente serio quando DJ Vadim aiutò ad assemblare Tapping The Conversation (WordSound, 1997). L'album vuole essere un omaggio al capolavoro di Francis Ford Coppola e ne ricrea l'atmosfera paranoica con una tortura psicofisica di suoni hip hop e dub estremi.
Anche la title-track dell'EP Low Rider (Fat Cat, 1998) e Bass Pressure sono dominate dai bassi.
Pressure (Rephlex, 2003), il secondo full-length di Kevin Martin con il soprannome di The Bug, offre una dance-hall frenetica e surreale con un cast assortito di toasters. Come al solito, Martin capovolge un genere iniettandovi dosi di violenza viscerale nella sua formula originale.
Il singolo Dead Man's Curse (Matador, 2001) dei Techno Animal è un sinistro esperimento con l'hip hop, e un'anteprima dell'album The Brotherhood Of The Bomb (Matador, 2001), metà del quale è arricchito da una manciata di rapper professionisti (ma la metà soltanto strumentale risulta comunque migliore), cioè difficilmente correlata allo spettrale ambient dub del suo predecessore.
Non importa quanto forte e rumoroso diventi, l'apertura Cruise Mode 101 non può nascondere la sua natura fondamentale di rap privo di ispirazione, un problema che si verifica più e più volte in tutto l'album. La rumorosa terra desolata e la distorsione psichedelica di DC-10 creano forse il miglior saggio dell'hip-hop apocalittico che hanno in mente.
Le tracce strumentali sono molto più interessanti: Hypertension fornisce una miscela straziante di jazz, dub e musica industriale; Robosapien dipinge una vignetta futuristica segnata da riff heavy metal; Freefall e Sub Species sono rumori più o meno astratti dal ritmo costante; Monoscopic diluisce e dilata la musica dub; Blood Money è un incubo oscuro e caotico.
L'ensemble non ha dedicato abbastanza tempo ad affinare le idee per questo album e probabilmente ha fatto affidamento un po' troppo sul talento dei leader nel comporre spaventosi collage sonori. Ci vuole anche la musica.
Razor X Production è l'ennesimo progetto di Kevin Martin, una collaborazione con Rootsman dedicata alla rivisitazione dei classici ragga e dancehall in un contesto punk-industrial. I loro singoli furono raccolti nel doppio disco Killing Sound (Rephlex, 2006).
Come al solito, London Zoo (Ninja Tune, 2008) dei Bug ha impiegato un cast di cantanti. Gli arrangiamenti digitali massicci, stridenti e claustrofobici di questo album sono stati percepiti dal pubblico del 2008 come una forma estrema di dubstep (un genere che aveva sostanzialmente inventato con il primo album dei Bug). I Bug erano, tuttavia, più appropriatamente gli eredi morali del tagliente combo dance-punk di Mark Stewart, i Pop Group.
La martellante iper-dancehall Angry e il dub industriale Jah War (originariamente registrato nel 2006) scommettono pesantemente su un elemento propulsivo primordiale, ma la maggior parte dei brani ha una visione tangente del ritmo, a partire dal party rap post-Tamla ricco di bassi Murder We fino alla swingante Too Much Pain, che è più una ballata. Il criptico esorcismo Skeng è un punto culminante per il modo in cui integra un passo post-doppiaggio con uno schema di mitragliatrice. I tragici sei minuti di Poison Dart (un singolo del 2007) avvolgono la trafila ipnotica di Warrior Queen in un velo di riverberi stravaganti e linee di basso panzer.
I ritmi creativi di Martin trasfigurano le tradizioni africane, brasiliane e giamaicane. Di fronte a paesaggi beat mai incontrati prima, i rapper sono costretti a reinventarsi in un linguaggio (musicale) estraneo a tutti i linguaggi preesistenti.
C'è un altro album all'interno dell'album. Il manifesto politico Fuckaz, che si basa più sulla dissonanza elettronica che sui beat, la sparsa e noir bossanova You And Me e l'inquietante strumentale Freak Freak abbandonano l'atteggiamento "in your face" per un approccio più sottile.
Martin concepisce un album come una zona di guerra. Tuttavia, questo non è così irritante e ostile come i suoi più grandi progetti. Per gli standard di Martin, questo album è lirico e romantico.
Il produttore Martin e il poeta Roger Robinson, nato a Trinidad, hanno lanciato i King Midas Sound, il cui Waiting For You (2009) presentava il letargico dubstep di Cool Out.
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