Pole


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CD 1 , 6.5/10
CD 2 , 6/10
3 , 5/10
Pole (2003), 5/10
Steingarten (2007) , 6/10
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Stefan Betke, aka Pole, is the Berlin sound engineer who has elevated the dub craft of hypnotic basslines and echoes to the status of art. Betke manipulates sounds and noises with his electronic filters.

CD 1 (Kiff, 1998) was his artistic manifesto. Modul exudes slow-motion aquatic dub waves drenched in static noise and sailed by jazzy bass lines. Fragen, on the other hand, is a fibrillating Latin-tinged dance on cheap electronic keyboards, and the static noises dances along with the rhythm. Kirschenessen changes rhythm again, turning to a polka-style beat. Obsessive cadences such as Fremd evoke the experiments of German prog-rock of the 1970s, but dilated and diluted in a formless jelly. Things get even spookier when Betke abandons the rhythm altogether and lets Lachen breath in empty space: this is a "concrete" concerto for unstable drones, creepy noises, metallic clangors, whispers, breezes, gas leaks. Paula seems to be just dissonance for the sake of dissonance until a reverbed accordion-like sound spreads into the soundscape.

CD 2 (Kiff, 1999) was a no less adventurous and atmospheric serving of digital dub.

On the other hand, 3 (Matador, 2000) was a little too icy.

R (Scape, 2001) compiles singles and remixes.

Betke simplified Pole's sound a lot on Pole (Mute, 2003), flirted with jazz and added a rapper. The album (which largely draws from the EPs 45/45 and 90/90) is rather a set of notes than a cohesive work. The hip-hop tracks (Slow Motion, Arena and Round Two, The Bell) have little to commend themselves: the fusion between dub and rap is too superficial. Saxophonist Thomas Haas weds Pole's glitch dub to jazz (Bushes, Green is Not Yellow), but it sounds like the saxophone is as cold as a laptop. The moody soundscape of Umbrella and the frantic twitching of Like Rain promise interesting developments but deliver very little. Thankfully, bassist August Engkilde rescues the album with his contribution to the closing Back Home.

Having found his new mission at the frontier of hip-hop, Pole repeated it on Steingarten (Scape, 2007). Despite the four years of hiatus, Betke simply offered more of the same in a slightly sleeker format. The production was the real breakthrough: the man who had co-invented minimally arranged dance music was now the master of a sophisticated form of arrangement. After the introduction of Warum by limping and whining androids, the looping dub-hop of Winkelstreben and Sylvenstein achieve a synthesis of sorts between the three cultures (dub, hip-hop, digital soundsculpting). The playful Achterbahn is a lighter version of this synthesis. And the techno-polka Duesseldorf beats them all in terms of sheer danceability. On the other hand, the mechanical patterns of Maedchen bring back the gloomy expressionist element that has always been lurking in the background of Betke's music.

The triple-disc 1 2 3 (Indigo, 2008) collects the albums of 1998-2000.

(Translation by/ Tradotto da Matteo Gentile)

Stefan Betke, alias Pole, è l'ingegnere del suono di Berlino che ha elevato il mestiere della dub, caratterizzata da di linee di basso ipnotiche ed echi, allo status di espressione artistica. Betke manipola suoni e rumori con i suoi filtri elettronici. CD 1 (Kiff, 1998) era il suo manifesto artistico. Modul trasuda acquatiche onde dub al rallentatore intrise di rumore statico e veleggiate da bassi jazz. Fragen , invece, è una danza vibrante dai toni latini su tastiere elettroniche economiche, e i rumori statici danzano insieme al ritmo. Kirschenessen cambia di nuovo il ritmo, trasformandosi in una polka. Cadenzati ossessivi come Fremd evocano gli esperimenti del prog rock tedesco degli anni '70, ma dilatati e diluiti in una gelatina informe. Le cose si fanno ancora più interessanti quando Betke abbandona del tutto il ritmo e lascia respirare Lachen nello spazio vuoto: questo è un concerto "concreto" con disorientanti sonorità drone, rumori inquietanti, clangori metallici, sussurri, brezze, fughe di gas. Paula sembra essere solo dissonanza per amore della dissonanza, fino a quando un riverbero simile a una fisarmonica si diffonde nel panorama sonoro. CD 2 (Kiff, 1999) è stato un progetto non meno avventuroso e atmosferico di dub digitale. D'altra parte, 3 (Matador, 2000) era un po' troppo glaciale. R (Scape, 2001) compila singoli e remix. Betke ha semplificato molto il suono di Pole in Pole (Mute, 2003), in cui ha flirtato con il jazz e ha aggiunto un rapper. L'album (che attinge in gran parte agli EP 45/45 e 90/90 ) è un insieme di note piuttosto che un lavoro coeso. Le tracce hip hop ( Slow Motion , Arena e Round Two, The Bell ) hanno poco per cui esser lodate: la fusione tra dub e rap è troppo superficiale. Il sassofonista Thomas Haas unisce il glitch dub di Pole al jazz ( Bushes , Green is Not Yellow ), ma sembra che il sassofono sia freddo come un laptop. Il paesaggio sonoro lunatico di Umbrella e le contrazioni frenetiche di Like Rain promettono sviluppi interessanti ma offrono molto poco. Per fortuna, il bassista August Engkilde salva l'album con il suo contributo alla chiusura di Back Home . Dopo aver trovato la sua nuova missione alla frontiera dell'hip hop, Pole la ripropose in Steingarten (Scape, 2007). Nonostante i quattro anni di pausa, Betke offrì semplicemente la stessa cosa in un formato leggermente più elegante. La produzione fu la vera svolta: l'uomo che aveva co-inventato la musica dance arrangiata in maniera minimal era ora il maestro di una sofisticata forma di arrangiamento. Dopo l'introduzione di Warum con androidi zoppicanti e melodrammatici, il dub hop in loop di Winkelstreben e Sylvenstein raggiunge una sorta di sintesi tra le tre culture (dub, hip hop e ingegneria del suono). La giocosa Achterbahn è una versione più leggera di questa sintesi. E la tecno-polka di Duesseldorf li batte tutti in termini di pura ballabilità. D'altra parte, i motivi meccanici di Maedchen riportano sulla scena il cupo elemento espressionista che è sempre stato in agguato sullo sfondo della musica di Betke. Il disco triplo 1 2 3 (Indigo, 2008) raccoglie gli album del 1998-2000.

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