Dalla pagina sui Radiohead di Piero Scaruffi: testo originale di Piero Scaruffi e traduzioni di Cristiana Jeary, Simona Tidore, Stefano Pertile, Andrea Vascellari, e Francesco Romano Spanò.
Testo originale di Piero Scaruffi:

I Radiohead sono stati uno dei gruppi piu` chiacchierati (e sopravvalutati) degli anni '90. Partiti come semplice emuli del pop introverso degli Smiths, i Radiohead dimostrarono presto ambizioni piu` serie e pervennero a dischi che rinnovarono in maniera significativa il paradigma del rock melodico. Il loro limite e` sempre stato quello di essere piu` forma che contenuto, piu` "hype" che messaggio, piu` nulla che tutto.
Il complesso, formato a Oxford nel 1991, capitanato dal cantante Thom Yorke (laureato in letteratura a Exeter) e dai chitarristi Ed O'Brien e Jonny Greenwood, venne alla ribalta nel 1992 con Creep, una confessione di complesso d'inferiorita` alla Beck in uno scenario alienato dalle folate corrosive della chitarra, e con Anyone Can Play Guitar, brani che facevano seguito al primo singolo Drill e precedevano il successivo Pop Is Dead.

La sensazione destata da quelle canzoni venne consacrata dall'album Pablo Honey (Capitol, 1993), il cui stile si colloca in un limbo fra pastiche psichedelico (How Do You) e shoegaze (You), nenia intimista (Stop Whispering) e motivetto power-pop (Ripcord), spesso nel segno della tradizione e raramente nel segno della rivoluzione. Alla fine l'epica Anyway Can Play Guitar, degna dei Replacements, sembra piu` l'eccezione che la regola. Blow Out e` l'unica canzone che fa concorrenza a Creep.

Forti del successo di Creep, i Radiohead si ripresentano con un altro calderone di luoghi comuni del pop britannico degli ultimi dieci anni: The Bends (Capitol, 1995). Sfortunatamente, l'influenza degli Smiths si fa ancora sentire su gran parte dei brani, dalla delicata serenata di Black Star all'onirica pulsione del singolo My Iron Lung, semplicemente occultata da un narcissismo maniacale. Un tocco piu` pudibondo fa di Fake Plastic Trees la canzone piu` originale, mentre un maggior contenuto psichedelico fa di Planet Telex il brano piu` alla moda. Johnny Greenwood si sfoga su Just e su The Bends. Il problema e` che il disco vive all'ombra del primo hit, quel Creep che giustifica la sua esistenza e il cui riff aleggia come un fantasma su tutte le sue canzoni. Quello dei primi Radiohead e` gia` un sound di poca sostanza, ma di grande dettaglio sonoro. Ancora una volta, come spesso nella storia nel rock britannico, cio` che conta e` la forma, non il contenuto, e` il lavoro di produzione, non la composizione.

OK Computer (Capitol, 1997) fu un album ancor piu` vanesio dei due precedenti, nel segno di un pop futurista che non sa decidersi fra U2 (Climbing Up The Walls) e Devo (Fitter Happier), e che forse deve qualcosa al Jean-Michel Jarre di Les Granges Brulees (1973). L'iniziale Airbag e` tutto un programma di vacuita` (salmodia dilatata del cantante, raga in sottofondo della chitarra, cadenza solenne e sincopata), puntualmente mantenuto dalle varie Subterranean Homesick Alien e Lucky che affondano il disco nel segno di un melodismo languido e di un arrangiamento lussureggiante, ne` piu` ne` meno lo stile dei tardi Pink Floyd, con un pizzico del patetismo di David Bowie (il cupo requiem di Exit Music, in lento crescendo con coro di morti, o l'inno sofferto di Karma Police su una cadenza rubata a Harvest di Neil Young, il carillon folk di No Surprises). La ballata indolente di Let Down sfodera il momento meno autoindulgente, plagiando in maniera originale il folk-rock di Byrds e REM.
La mini-suite in tre movimenti di Paranoid Android concede i momenti di maggiore interesse, sulle tracce del progressive-rock barocco dei primi Genesis. Qui l'impasto di chitarre e ritmiche e` davvero atmosferico e sui generis.
Il disco fara` parlare per anni e sara` in testa a innumerevoli classifiche dei miglior dischi del decennio, diventando un punto di riferimento per le produzioni del decennio successivo.


Traduzione di Cristiana Jeary:

Il suono di Kid A (Capitol, 2000), come una carcassa tra I boschi, ha decomposto e assorbito grandi varieta' di nuovi odori. Tutti I suoni vengono elaborati e mixati, compresi quelli vocali. I radiohead si avvicinano il piu' possibile all'elettronica senza in effetti abbracciarla. La prima meta' del loro album e' la piu' eterea e piu' artificiale della loro carriera: il fragile salmo vocale di Everything In Its Right Place, il carillon di Kid A ( in realta' un remix di Radioland di Kraftwerk), I corni sostenuti da incubo di The National Anthem, l'orchestrazione new age di How To Disappear Completely sono considerate canzoni solo perche'si cantano. In realta' rappresentano strutture flessibili per arrangiamenti creativi; pezzi lunatici stile Pink Floyd, con sprazzi intellettuali vicini a Brian Eno, David Byrne, Robert Fripp etc; muzak per quelli che si sono persi la storia della musica rock.
La seconda meta' dell'album e' piu' personale, le liriche cominciano a svelare odio e rabbia e improvvisamente si avverte il lavoro piu' umano dei Radiohead. Tale sequenza, dalle chitarre distorte di Optimist alle languide cosmiche brezze di In Limbo ai ritmi futuristici e blues di Idioteque a Morning Bell, alle arpe celestiali e I sintetizzatori di Motion Picture Soundtrack, e' quasi un ascensione dal terreno al divino.
I Radiohead sono I luminari dell'artificiale. Le loro parabole coronano la lunga tradizione del rock britannico di mettere la forma prima del contenuto, di concentrarsi sul sound a spese della musica


Traduzione di Simona Tidore:

Ora che tutti ammettono che Kid A e' stato, al massimo, mediocre (dopo che quasi tutti lo avevano acclamato come capolavoro), arriva il nuovo "capolavoro" di quello che e` ormai uno dei complessi piu' sopravvalutati dai tempi degli Smiths: Amnesiac (Capitol, 2001). Il problema e' che c'e' sempre ben poco da scrivere sulle canzoni dei Radiohead. Torna in mente la delirante frenesia che aleggiava a suo tempo attorno ai "capolavori" di Bowie, come Heroes, confezionati ad hoc (dal piu' grande comunicatore del rock di sempre) per provocare un'eccitazione intellettuale (per disorientare) e celare cosi' la reale inconsistenza di quella musica. Qualcosa del genere accade con gli album dei Radiohead. Ogni raccolta e' interessante e intrigante, ma soltanto per il gusto di essere interessante ed intrigante. Se la band ha una sua personalita', non e' chiaro di che tipo essa sia. Ma i critici assegnano loro il massimo dei voti - anche prima di aver ascoltato l'album.
Amnesiac, registrato nelle stesse sedute che hanno prodotto Kid A, e' un album disorientante come lo e' stato Heroes nel percorso di Bowie.
I Radiohead hanno iniziato come innovatori del piu' stantio degli stili, il Brit-pop, ma, album dopo album, hanno poi scoperto una passione per le sperimentazioni sonore. In un certo senso, hanno percorso la strada opposta a quella dei Pink Floyd: i Pink Floyd avevano cominciato con la musica sperimentale e la loro ricerca del "suono" li aveva condotti verso canzoni melodiche sapientemente sofisticate. I Radiohead avevano cominciato con le canzoni e si avviano verso lo stadio della sperimentazione pura.
E poi i Radiohead all'inizio erano una sorta di combo "viscerale", capaci di estrarre la massima carica emotiva dalla forma piu' semplice (in qualche modo, l'equivalente british dei Nirvana). Stanno raggiungendo un punto in cui fanno l'esatto contrario: riducono al minimo il contenuto emozionale di strutture estremamente complesse. Innanzitutto, stanno di fatto nascondendo le chitarre, sostituendo il loro contributo emotivo con una serie di spirali semi-meccaniche, strumenti deformati e rumori digitali alla Autechre. Inoltre, la voce da baritono di Yorke si ripiega in un registro disumano ed e' spesso incagliata nel mezzo di arrangiamenti ostili, risultando sempre piu' come uno psicopatico alienato. ("ostile" come nelle fragorose percussioni e ronzanti ondes martenot di Packt Like Sardines in a Crushd Tin Box, come negli ossessionanti effetti vocali e il beat industriale di Pull/Pulk Revolving Doors). Le composizioni di Amnesiac non sono canzoni: sono panorami.
Come va di moda nel 2001, i Radiohead mostrano improvvisamente un vivo interesse per ritmi irregolari e suoni alieni: Spinning Plates potrebbe ispirare un intero album.
Detto cio', i momenti piu' orecchiabili sono probabilmente la sonata pop Pyramid Song (con un pianoforte che evoca Satie e delicati archi) e You and Whose Army, e forse Life in a Glasshouse (provvista di una sezione di trombe degna delle orchestre funebri ambulanti di New Orleans).
In confronto a tale uragano di super-produzione, le rock songs regolari (Dollars and Cents, e soprattutto I Might Be Wrong) suonano un po' insignificanti. Il canto di Yorke e` cosi` depresso, dilatato e criptico che, accoppiato a chitarra e ritmo malinconici, finisce per evocare lo spettro di Tim Buckley in Knives Out.
Queste canzoni provengono dalle medesime sedute di registrazione da cui vengono i pezzi dell'album precedente, ma i musicisti che le hanno mixate e ordinate sono semplicemente piu' a proprio agio. Per molti aspetti, Amnesiac non rappresenta la progressione logica di Kid A, ma piuttosto la stessa cosa rifatta con mano piu` sicura. Ho una teoria: Kid A e' stato un tentativo esitante. La band era intimorita da cio' che stava consegnando all'album. Ma alla fine e' piaciuto sia ai critici che al pubblico, e allora ecco dell'altro, e con un po' piu' di coraggio. Kid A e Amnesiac sono lo stesso disco. Kid A e' un po' piu' frammentario ed incerto, piu' incline al compromesso. Amnesiac e' cio' che Kid A avrebbe dovuto essere. Se i Radiohead ri-registreranno mai le canzoni di Kid A, il risultato, credo, mi darebbe ragione.

In Hail To The Thief (Capitol, 2003) il gruppo piu' sopravvalutato degli anni 90 sembra aver esaurito quell'ispirazione che aveva benedetto Amnesiac. Un po' di brani tornano al rock'n'roll (There There, 2+2=5), altri aspirano a richiamare le masse (il romanticismo alla U2 di Where I End And You Begin, la ninna nanna Smiths-iana Go To Sleep), altri ancora optano per un mood introspettivo (le ballate pianistiche Sail To the Moon e We Suck Young Blood), ma ben poco giustifica la reputazione del gruppo: la maggior parte di queste canzoni e'pateticamente banale. L'unica ragion d'essere del disco sono i frammenti e pezzi di arrangiamenti che deformano le canzoni. Sfortunatamente, i Radiohead sono Brit-popper al di sopra della media ma artisti elettronici al di sotto di essa: brani modesti come Backdrifts e The Gloaming possono essere considerati interessati solo su dischi di pop muzak. Il vertiginoso scherzo percussivo di Myxomatosis, l'eruzione vulcanica di Sit Down Stand Up e lo spasmo nevrotico di A Wolf At The door (che dovrebbero essere i picchi del genio eccentrico dei Radiohead) risalterebbero a malapena sui dischi di gruppi davvero sperimentali, come i Mercury Rev o i Bardo Pond.


Traduzione di Stefano Pertile :

Bodysong (Capitol, 2004) di Jonny Greenwood è una colonna sonora difficile ed ambiziosa di ethnic-jazz-ambient strumentale. Ogni brano è di per sè un manuale di produzione rock d'avanguardia, e nel complesso, sebbene un pò troppo austero, appare maestoso.

The Eraser (2006) di Thom Yorke suona come una raccolta di scarti da Kid A e Amnesiac.

Com Lag: 2plus2isfive (Capitol, 2007) è una raccolta di rarità.

Quando è uscito, In Rainbows (2007), ha beneficiato "di un decennio di promozione, pubblicità ed operazioni di vendita da parte della EMI" (come scritto dal New York Times).

Se non fosse così gonfiato In Rainbows (Radiohead, 2007) dei Radiohead sarebbe semplicemente un mediocre tentativo di fare musica rock classica leggermente un pò più audace. Avendo abbandonato le loro pretese di innovazione e futurismo, i Radiohead sono ritornati alle loro radici rock con un album dove è la chitarra a farla da padrone e che vede ben pochi effetti elettronici/digitali. E' il rock da arene in stile U2 per gli anni 2000. Il sincopato blues-soul di 15 Step, l' hard-rock mezzo e mezzo di Bodysnatchers (che evoca patetici tentativi dei Beatles di reinventarsi nell'epoca dei Cream) o Faust Arp, un'elegia Beatlesiana che è stata udita un'infinità di volte nella storia della musica pop, non sono soltanto roba scadente secondo qualsivoglia standard: sono proprio amatoriali. Per peggiorare le cose, l'album include una gamma completa di ballate sub-pop, dal lento Nude (canzone mai incisa precedentemente dal titolo originale Big Ideas) alle anche più insulse All I Need e House of Cards. A riscattare l'album dalla mediocrità più completa ci sono Jigsaw Falling Into Place, di gran lunga la traccia migliore,una sorta di febbricitante dance-rock alla Inxs, Weird Fishes/Arpeggi, una canzone tenera alla Coldplay che gradualmente si costruisce il suo momento emozionale,  Reckoner, un languido lamento soul su un poliritmo ipnotico e corde in stile Moody Blues, e alla fine il pianoforte di  Videotape, il picco melodico dell'album e l'unica ballata che abbia qualcosa di originale da dire. Ma è troppo poco. Qualunque critico che acclami quest'album come un capolavoro deve essersi perso il 99% della musica uscita nello stesso mese.


Traduzione di Andrea Vascellari:

The Eraser RMXS (XL Recordings, 2009) di Thom Yorke raccoglie remix di altri artisti.

Piu' banale che mai, The king of limbs(2011) e' soprattutto un'opera ritmica, con le percussioni che prevalgono sul resto. Bloom e' cervellotica solo per il gusto di essere cervellotica: ritmo contorto, voce angosciante e monotona, un po' di tastiere minimaliste e lamenti soporiferi di tromba. Morning Mr Magpie mette il progetto sotto una luce diversa: questa e' musica d'atmosfera fatta di idee pretenziose. Il singolo Lotus Flower si avventura nell'ambiente disco, ma finisce per suonare come una versione cattiva del synth-pop anni '80. Ma questo e' per lo meno meglio del non-ritmo assoluto: la lenta lenta lenta ballata al piano Codex e' semplicemente priva di vera musica: e' solamente qualcuno che strimpe un pianoforte canticchiando una melodia banale. E Give Up The Ghost non e' neanche questo: e' solo una litania hippie-style ripetuta piu' e piu' volte. L'ambizione di questi brani e' spesso esilarante. E l'insipido e narcolettico canto di Yorke non aiuta di certo salvare il resto.
Non e' del tutto sorprendente che i risultati migliorino drammaticamente quando Yorke non canta. La tensione claustrofobica di Feral e' guidato dal contrasto tra il paesaggio sonoro silenzioso e la contrazione frenetica delle battute (e gli spettrali movimenti medio-orientali). Yorke si lamenta soltanto in Little By Little, uno dei momenti pop piu' toccanti dei Radiohead, scolpita da toni sfumati e sitar.
La carriera dei Radiohead e' stato un lungo bluff e diventa sempre piu' difficile per loro tenerlo nascosto. La cosa migliore di questo album e' che e' conciso. Little by little e Feral avrebbero fatto un ottimo EP.


Traduzione di Francesco Romano Spanò:

Il batterista dei Radiohead Philip Selway, ha debuttato da "solista" con Familiars (2010), una collezione di semplici elegie folk, insieme alla poli-strumentista Lisa Germano, il bassista Sebastian Steinberg, il batterista dei Wilko Glen Kotche ed il tastierista Patrick Sansone.

Atoms for Peace é un supergruppo formato dal cantante dei Radiohead Thom Yorke, dal bassista dei Red Hot Chili Peppers Flea, il tastierista dei Radiohead Nigel Godrich, il batterista dei Walt Mink Joey Waronker ed il percussionista brasiliano Mauro Refosco. Come spesso accade ai supergruppi, Amok (XL, 2013) fu un incredibile spreco di talento. Anzi peggio: è stato uno spreco del talento messosi a disposizione dell'odioso canto di Yorke. La musica afro-funk con sintetizzatori glaciali Before Your Very Eyes (una versione amatoriale di ciò che i Talking Heads facevano già trent'anni prima), gli effetti acquatici di Ingenue, gli ipnotici effetti atonali di Reverse Running, i sintetizzatori eterei di Amok, e così via, sono alla disperata ricerca del senso della loro esistenza. Niente, comunque, può giustificare il canto. Ed il costante, dozzinale ritmo brasiliano, reca ulteriore danno alla beffa.

Fortunatamente, i Radiohead abbandonarono i ritmi su A Moon Shaped Pool (XL, 2016), il loro album meno sintetico fino ad ora, ed un autentico ritorno all'umanità. Se l'incalzante ripetizione minimalista di Burn The Witch suona come un'interpretazione amatoriale di Michael Nyman, intensificata da un nostalgico piano new-age, un paio di canzoni sfoggiano un vero genio sporadicamente constato in precedenza: il creativo collage di The Numbers fonde musica indiana distorta con frammenti di musica orchestrale, intensi bordoni ed evanescente cantato lisergico; l'elaborata pastiche eterea Daydreaming fonde una più accentuata ripetizione minimalista con droni ed effetti sonori che sembrano quasi musica concreta; Present Tense innesta una chitarra stile flamenco ed uno scat falsetto in un ritmo caraibico; e Ful Stop imposta una trenodia elettronica sul ritmo motorik dei Neu. La soporifera elegia pianistica True Love Waits, con i suoi 20 anni di realizzazione, fa qui il suo debutto; non è esattamente un buon segno. Infatti, metà dell'album si spreca in digressioni minori, come la tetra e vacua litania di Desert Island Disk, ed il languido r&b di Identikit su un sincopato ritmo elettronico, ma questo potrebbe essere il loro album migliore da Amnesiac.


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