- Dalla pagina su Julianna Barwick di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
Julianna Barwick, dalla Louisiana, intesse arazzi di voci eteree in loop sul mini album Sanguine (2006). Le nove vignette senza titolo suonano come frammenti di Enya uniti a parti strumentali inquientanti e suoni elettronici, ma il tutto è cosi deformato e dilatato da evocare qualcosa a metà strada tra una controparte femminile di If I Could Only Remember My Name di David Crosby e la musica folk yodel. Alcune di esse creano una sinfonia di eco spettrali e ninnenanne galattiche (in particolare la quarta delle “untitled”, Red Tit Warbler e Sanguine), mentre altre (in particolare Dancing With Friends) sono ispirate dai childplays e dai canti etnici, come una versione hippie dei lieder di Meredith Monk.
Gli arrangiamenti erano relativamente innoqui sul primo mini album. L’EP Florine (Florid, 2009), invece, aggiunge la dimensione strumentale; e ognuna delle sei canzoni è significativamente più lunga di ciascuna delle canzoni del debutto. Anjos impiega la tecnica della ripetizione minimalista di semplici pattern melodici (di tastiere) per creare una profonda esperienza spirituale. La polifonia vocale di Choose è ugualmente intricata e densa, con percussioni tenebrose a dettare il passo. La litania indolente Sunlight Heaven ritorna alla trascendenza estatica hippie, e The Highest si espande fino ad assomigliare ad un inno indiano, mentre l’evocativo e spettrale ululato multistrato di Cloudbank è quasi un astratto remix della cantante dei Cocteau TwinsElizabeth Fraser.
The Magic Place (Asthmatic Kitty, 2011) è un tour de force a cappella. Il canto angelico sovrainciso di Envelop è l’overture per il solenne, iridescente crescendo di White Flag. The Magic Place emette onde di respiro alieno à la Enya, pulsando verso il nulla, un arte di reverberi e loop che Cloak scolpisce in figure di piano zoppicanti e Vow incorpora in un tintinnio musicale di gocce di pioggia. Lontano dall’essere solo una meditazione eterea, l’album include momenti di semplice girovagare nella mente di donne comuni, come Keep Up The Good Work che arriva come un remix di voci raccolte in una piazza, o Prizewinning, che avanza come se documentasse una specie di viaggio. Flown chiude l’album con l’atmosfera più austera e monastica. Quest’opera rappresenta il momento in cui la musica psichedelica perde la sua qualità psichedelica, e la musica vocale d’avanguardia diventa musica vocale comune, e il cantautorato femminile diventa dipinto sonoro ma ancora fondato su un’esperienza estremamente personale.
Il singolo Pacing (2013) fa elevare e ricadere un frammento vocale con un’accogliente ondata di minuscoli accordi di piano e ronzii sussurati. Questo singolo di fatto apre un nuovo capitolo nella sua carriera.
Se l’intento era quello di realizzare un album altamente emotivo, Nepenthe (Dead Oceans, 2013) fallisce, perchè il risultato è una musica ambientale glaciale e ovattata, come una versione meccanica di Pavilion Of Dreams di Harold Budd (la lenta e carezzevole magia da regina delle fate di Labyrinthine) o un remix accademico di If I Could Only Remember My Name di David Crosby (Offing, che, a tutti gli effetti, è un inno psichedelico per droni vocali che ascendono gradualmente). La sua musica è un miracolo ingegneristico, dato che usa semplici sillabe per evocare imponenti paesaggi naturali, e soprattuto un senso di solitudine, di fluttuazioni in assenza di gravità al centro di una galassia, scendendo lentamente verso un buco nero. La combinazione di archi e voci è perfetta per la meditazione zen nella calma Look Into Your Own Mind (una tenue distorsione sfocia in onde di sillabe sovrapposte), ma raggiunge una tensione inusuale in Pyrrhic che, introdotta da un minaccioso quartetto d’archi, finisce per urlare al vento una predica senza parole. Il suo repertorio di incantesimi di non-felicità raggiunge il picco con The Harbinger, le cui onde di droni vocali improvvisamente diventano sinfoniche, e persino tese e terrificanti alla fine. La più o meno esotica Adventurer Of The Family è a tutti gli effetti Enya, così come il brano convenzionale (One Half), canzoni che semplicemente attestano che lei stia respirando. In Forever la sua voce sale come una sirena da accordi di piano acquatici e intonano l’unica cosa che realmente assomiglia ad una canzone. L’organo presta a Crystal Lake il tocco della musica da chiesa. Lo strumentale in chiusura Waving To You è un semplice loop di un frammento melodico malinconico, come una versione da strada del “Canon” di Pachelbel. Il problema, ovviamente, è che le canzoni tendono a sembrare molto simili l’una all’altra. Passare ad una nuova canzone ogni tre o quattro minuti in realtà sottrae dall’esperienza. Un’unica canzone di 30 minuti avrebbe probabilmente reso più giustizia alla sua esperienza meditativa.
L’EP Rosabi (2014) è invece mediocre.
Will (Dead Oceans, 2016) spinge ancora oltre l’estetica di Pacing: costrutti semplici e ultra-eterei con quasi nessun movimento. Alcune volte sembrano come invocazioni delle foreste, echi che rimbalzano nella valle, o il suono udito dal feto all’interno del grembo. Nel peggiore dei casi, le canzoni sono ridotte a sfondi, come alcuna musica new-age degli anni ‘80: Beached, Big Hollow, Someway. Nel migliore dei casi, sono supreme meditazioni cosmiche: St Apolonia, una doccia di sillabe interconnesse e accordi radi di violino e piano; e Wist, una delle più complesse, una confusione babelica a cappella. Purtroppo le peggiori sono più numerose delle migliori. Nel mezzo ci sono brani nei quali accade molto poco: Nebula, un loop semplice di canto senza parole con riverbero e organo; Same, nel quale la melodia evolve lentamente su una fluttuazione sinfonica leggermente distorta. Lo sviluppo è minimo. Gli arrangiamenti di sintetizzatore (che prendono il posto degli arrangiamenti da camera del passato) non sono diradati: sono amatoriali. Quando l’estremamente lenta elegia al piano Heading Home evolve in un vero e proprio inno, sembra una rivoluzione. Troppe delle “canzoni” (che non sono davvero cantate) sembrano un remix ambient di Enya.
Healing is a Miracle (2020) segnò un'altra tappa verso una liturgia trascendentale, quasi post-umana. Il canto etereo, caldo, stratificato, alla Enya Inspirit é superato in fragilità dall'angelico Healing is a Miracle. A volte, come in Safe, il suo metodo converge verso un equilibrio tra ripetizione ipnotica ed estasi psichedelica. Il problema, certo, è che da questo approccio può venir fuori musica statica (Wishing Well) o ancora embrionale (Oh Memory). Lei evita queste trappole innestando un massiccio ritmo ipnotico in In Light e una feroce elettronica pulsante in Flowers (il pezzo forte, infestato da echi vertiginosi e urla animalesche).
Julianna Barwick e Mary Lattimore hanno collaborato a Tragic Magic (2025)
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