- Dalla pagina sui Cult of Luna di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Ezio Alpi)

All’esordio i Cult of Luna, gruppo svedese di Umeå, si presentavano in una formazione a sette elementi, guidata dal cantante Klas Rydberg e dai chitarristi Johannes Persson ed Erik Olofsson.
Sull’album di debutto Cult of Luna (Rage of Achilles, 2001), suonarono una forma creativa di metalcore.
Da subito si può notare una progressione: si passa dal caotico festino “sludge” di The Revelation Embodied e dalla frenesia “scazzottante” in stile carro armato pesante/mitragliatore contenuta nei dieci minuti di Hollow (che in alcuni frangenti perde qualsiasi filo di razionalità stesse seguendo trasformandosi in un maniaco baccanale) ai 14 minuti di Sleep che, dopo un’esplosione abortita, indulge dapprima in una pausa simile a una serenata tinta da un violoncello e in seguito viene sabotata da una voce delirante e semi-gutturale; infine, agonizzando, si ferma e riparte sottoforma di un ipnotico raga heavy-metal, il quale a sua volta si trasforma in un orgasmico martellamento prima di implodere in un semplice lamento di violoncello. Tutto ciò in musica classica si chiama “fantasia”, eccetto che qui non c’è traccia dell’elemento romantico: questa è pura energia emozionale condensata in musica intelligente. La progressione continua con arrangiamenti sempre più eccentrici: i dieci minuti di Beyond Fate si aprono con una linea pulsante di synth-bass che precede l’erezione del consueto muro di rumore ronzante, ma che altresì lasciano entrare di nascosto un’arpa ebraica e si chiudono con note di piano suonate “in punta di piedi”. L’eloquenza dei nove minuti di The Sacrifice non giace nel cantato (che si dilegua dopo tre minuti) ma nell’atmosfera di imminente catastrofe creata dal ripetitivo riff melodico delle chitarre e dai ritmi tribali ed in controtempo della batteria; il brano si conclude con un gentile assolo acustico.

Il loro suono iniziò ad evolversi con il secondo album, The Beyond (Earache, 2003), grazie all’aggiunta di basici arrangiamenti elettronici da parte del tastierista Anders Teglund.
Il brano Receiver, di otto minuti, scolpisce un’atmosfera ipnotica mentre i nove minuti di Arrival sono stipati da una buona dose di violenza; ma gli undici minuti di Genesis ed i nove minuti di Deliverance sono semplicemente tediosi, mentre gli otto minuti di Circle flirtano con un catatonico doom-metal prima della prevedibile esplosione. The Watchtower è una disperata trenodia per voce ruggente e gli undici minuti di Further possiedono un surreale stacco strumentale; ma è davvero troppo poco per giustificare un album di 75 minuti.

Il tentacolare Salvation (Earache, 2004) fu certamente progettato meglio. Resta poco dell’energia epilettica che caratterizzava il primo album: questo terzo lp è tutto incentrato sull’umore e sulla psicologia.
Echoes (12 minuti) si apre con un tono meditativo prima di lanciarsi in una galoppata in stile mediorientale. L’iniziale impeto di Vague Illusions (dieci minuti) è illusorio: la reale natura risiede nei numerosi stacchi (incluso un lentissimo assolo di piano) che non solo rallentano il ritmo ma anche frammentano la trama a tal punto che la musica suona molto simile ad un’esibizione teatrale, riempita con un crescendo emotivo che finisce in un bisbiglio. Gli otto minuti di Crossing Over sono, infatti, per lo più solo un bisbiglio: un delicato contrappunto fluttua in stile free-form e verso la fine una chitarra shoegaze accompagna un ritornello cantato con voce pulita. Gli undici minuti di Waiting for You hanno inizio con una lunga ed indolente apertura jazzy prima che la chitarra decolli in un volo da tempesta galattica: il brano raggiunge forse il miglior equilibrio tra le due estremità. Tuttavia, alternare i due estremi con una precisione ad orologeria non aiuta a salvare gli undici minuti di Into the Beyond dalla mediocrità. Sembra esserci altresì in gioco un più forte senso della melodia, per esempio nei sette minuti di Adrift, in cui prima la voce e poi la chitarra intonano un’invocazione simile ad un inno.

La malinconia esistenziale tinta di sintetizzatori, presente sul loro quarto album Somewhere Along the Highway (Earache, 2006), costituisce il secondo zenith della loro carriera.
La ninna-nanna al rallentatore dai suoni shoegaze Marching to the Heartbeats, predispone il tono per qualcosa di più intenso rispetto ai due album precedenti. Finland, della durata di undici minuti, è una tonante ed urlante cerimonia marziale che s’interseca con un criptico strumentale: ora il gruppo preferisce inserire una cascata di arpeggi invece di un tornado di riffs. Questo sofisticato e tuttavia teso approccio alla musica, trasforma Back to Chapel Town in una sfinge, che da un lato trasuda di un sentimento bucolico e dall’altro conduce un classico riff hard-rock ad estreme conseguenze gotiche. La ballata narcotica And with Her Came the Birds riesce addirittura a fondere il rado paesaggio sonoro con un mandolino in stile country e funerei rintocchi di chitarra che richiamano Morricone. Thirtyfour, di dieci minuti, alterna un (più lento) umore solenne ad un (più veloce) umore disperato: ciò è possibile grazie ad uno stile coeso e fluido, nonostante gli strumenti siano spesso liberi di deviare in direzioni differenti (lunghi ronzii di chitarra, ritmi di batteria sincopati, mormorii espressivi) – ciò avviene quando non supportano il ritornello principale. I dodici minuti di Dim sono, invece, una lineare progressione da un timido strimpellio ad una sinfonica miscela fatta di un fingerpicking puntinista e un denso rumore di fondo – sempre più cosmico e maestoso; dopo una breve pausa per prendere respiro, si giunge a un mostruoso e pesante riff accompagnato da un canto degno di un licantropo. Si può notare la maestria compositiva nel fatto che il brano Dark City, Dead Man della durata di sedici minuti, copre un vasto assortimento di stili senza alcun senso di discontinuità: ha inizio con una chitarra in stile blues dai toni languidi e psichedelici che ricordano i Pink Floyd più recenti per poi, quando le urla si intensificano, debordare in un caos psicotico; poi, quando la voce stacca, cade in un delicato rilassamento ipnotico; infine s’eleva in un solenne inno in stile raga che il canto disperato accresce anziché distruggere.

Eternal Kingdom (Earache, 2008), un lavoro più umile ed in gran parte consistente di pezzi più brevi, è un album incentrato sul diario (immaginario) di un uomo folle ed assassino. Il cantante cerca un po’ troppo enfaticamente di rendere il tormento dello scrittore. La musica non si fonde del tutto con la narrazione. Following Betulas, di nove minuti, è certamente enfatica, ma non fa completamente presa. I dodici minuti di Ghost Trail rappresentano il cuore dell’album, con lo stacco strumentale da carillion (al minuto nove) a marcare la parte migliore: detto stacco in realtà prelude alla massiccia raffica di colpi finali; tuttavia i precedenti nove minuti, come gran parte dell’album, sono semplicemente auto-indulgenti e confusi.
La storia di questo concept-album fu la base di partenza per il libro e il dvd “Eviga Riket” (2010). La colonna sonora divenne un mini-album dal titolo Eternal Music (Pelagic, 2014).

Vertikal (Workhouse Records, 2013), che meglio integra i suoni elettronici, è un altro album a tema, questa volta liberamente ispirato al capolavoro espressionista “Metropolis” (1927) di Fritz Lang.
I nove viscerali minuti di The Weapon passano magistralmente da una classica esplosione hard-rock ad una disorientante seconda parte strumentale. Vicarious Redemption, della durata di diciannove minuti, si apre con un minaccioso rombo elettronico che ci si aspetterebbe da una colonna sonora di un film di fantascienza. Dopo sette minuti il gruppo inizia a macinare la routine post-metal che gli è propria, ma poco dopo la batteria ed il synth si intrufolano in un ritmo sincopato che fa da motore per il ritornello al solo scopo di perdersi nel sentimentale ed agonizzante finale. I quadri più esplicitamente cinematici, quali Synchronicity e la più prossima ad una lugubre e statica atmosfera Passing Through, applicano con risultati differenti la bravura della band nel forgiare l’umore attorno al tema scelto. Mute Departure, di nove minuti, nell’evocare il terrore della società futurista, dà il suo meglio nei primi cinque minuti di calma ma metodica accumulazione di suoni sinistri la quale conduce ad una breve esplosione fatta di innodica distorsione ed urla (purtroppo i minuti finali sono semplicemente inconsistenti). Un tumultuoso riff infuoca In Awe of, il pezzo più angosciato e consistentemente aggressivo.
L’album offre una vasta miscela di stili che ben riassumono la carriera del gruppo, tuttavia manca l’elaborata sofisticazione di Somewhere Along the Highway.

L’EP Vertikal II (Workhouse Records, 2013) ha aggiunto altri tre pezzi, in particolare Shun the Mask e Light Chaser.


(Tradotto da Stefano Iardella)

Eternal Music (Pelagic, 2014), come già anticiato, era una colonna sonora composta per il libro "Eviga Riket", un lavoro piuttosto inconcludente.

Mariner (2016) è stata una collaborazione con la cantante newyorkese Julie Christmas, che per lo più ruba la scena. Le composizioni sono magniloquenti ma sembrano incompiute, incapaci di fornire il cazzotto finale, e quindi rimangono un po' fredde e insensibili. La migliore è la disperata e tempestosa, ma anche un po' melodica, The Wreck Of S.S Needle, che dura nove minuti.

I lunghi 80 minuti di A Dawn to Fear (2019) sembrano per lo più una conferenza su come creare un prog-metal elegante e leggermente melodico. In effetti, la voce ringhiante suona fuori contesto in pezzi come The Silent Man (10:36), che altrimenti sarebbero suite prog-rock morbide ed aggraziate. La rabbia e la paura sono più giustificate nel teso e irritante The Fall (13:13). Se A Dawn to Fear (8:53) sembra una banale implementazione del dogma del doom-metal, Lights on the Hill (15:07) è un'immacolata dimostrazione di come mettere in scena l'ascesa e la caduta di epos grandiosi.

The Long Road North (2022) è un'altra dimostrazione sia di truculenza (il magniloquente horror cinematografico dei dieci minuti di Cold Burn) che di eleganza (la transizione graduale dalle tastiere alle chitarre pastorali in The Silver Arc), di forza schiacciante (il tempestoso e funebre melodramma di 13 minuti An Offer to the Wild) e delicato impressionismo (la ballata floreale Into the Night). Le dinamiche prog-metal intricate e occasionalmente esplosive dei dieci minuti di The Long Road North e degli undici minuti di Blood Upon Stone sono talvolta autoindulgenti, sfociando in brani troppo lunghi dall'identità sfocata.
Questo album vantava forse più routine che creatività.


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